Le tensioni geopolitiche tornano a mettere l’energia al centro del dibattito globale. L’escalation in Medio Oriente, con il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran e il coinvolgimento di altri paesi del Golfo, riaccende interrogativi sulla sicurezza degli approvvigionamenti e sulla volatilità dei prezzi delle fonti fossili. In questo contesto, cresce l’attenzione sul ruolo che le energie rinnovabili possono avere nella costruzione di sistemi energetici più resilienti e meno esposti agli shock internazionali. Quali effetti possono avere le nuove tensioni geopolitiche sul percorso della transizione energetica e sulle scelte industriali dei singoli paesi? Materia Rinnovabile ne ha parlato con Francesco La Camera, direttore generale dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA).
In uno scenario internazionale sempre più instabile, che cosa ci dice la crisi attuale sulla struttura dei sistemi energetici globali?
Conferma un punto molto chiaro: un mercato dominato dai combustibili fossili è inevitabilmente influenzato dalla geopolitica. Questo significa prezzi estremamente volatili, condizioni di incertezza e, in ultima analisi, rischi per la sicurezza energetica dei paesi. Basta un evento politico o militare per produrre oscillazioni rilevanti sia sul prezzo sia sulla disponibilità dell’offerta. Per questo un sistema energetico più decentralizzato, con una quota crescente di rinnovabili e più attori sul mercato, è strutturalmente più resiliente. Paradossalmente, episodi come questi − che a volte vengono interpretati come un freno alla transizione − nel medio periodo finiscono per produrre l’effetto opposto, ovvero spingono nuovi investimenti. Le crisi recenti lo dimostrano: dopo il Covid e la guerra in Ucraina abbiamo visto un’accelerazione verso sistemi energetici più distribuiti e basati su fonti rinnovabili.
I dati globali indicano davvero un’accelerazione così marcata delle rinnovabili?
I numeri vanno proprio in questa direzione. Se guardiamo al 2025, anche se i dati non sono ancora definitivi, siamo vicini ai 700 gigawatt di nuova capacità rinnovabile installata nel mondo. Ancora una volta questo rappresenta oltre il 90% della nuova capacità elettrica aggiunta a livello globale. È un segnale molto chiaro di come il mercato stia reagendo anche agli shock internazionali. Eventi come la pandemia, la guerra in Ucraina o le tensioni geopolitiche più recenti hanno finito per accelerare la transizione verso un sistema energetico più decentralizzato e basato sulle rinnovabili. In fondo non si tratta più solo di avere accesso al sole o al vento: parliamo di tecnologie ormai mature, che possono essere integrate con sistemi di accumulo e con fonti come l’idroelettrico o la geotermia. Tutto questo contribuisce a rendere i sistemi energetici più stabili e meno esposti alle tensioni geopolitiche.
Negli Stati Uniti la politica energetica sembra cambiare direzione e Washington ha deciso di uscire da IRENA. Che impatto ha avuto questa scelta?
È una decisione che mi dispiace molto. Gli Stati Uniti rappresentavano un contributore importante per l’agenzia, con una quota significativa del bilancio e partecipavano con delegazioni molto qualificate che offrivano un contributo tecnico rilevante. Quindi l’uscita ha un impatto sia finanziario sia politico. Detto questo, bisogna distinguere tra dinamiche federali e dinamiche di mercato. Negli Stati Uniti il sistema elettrico è in gran parte nelle mani dei singoli stati e molti di loro continuano a investire nelle rinnovabili e a fissare obiettivi ambiziosi. In altre parole l’uscita da IRENA è un segnale negativo sul piano multilaterale, ma non significa che il mercato americano si stia fermando. Le dinamiche industriali e di costo continuano a spingere lo sviluppo delle rinnovabili.
Un altro tema molto discusso riguarda le materie prime critiche. Esiste davvero un rischio di colli di bottiglia per la transizione energetica?
A mio avviso il problema va ridimensionato. È vero che la domanda di minerali e di alcune materie prime crescerà, anche in modo significativo, perché la transizione richiede materiali. Tuttavia non credo che esista un vero limite strutturale. Con politiche minerarie più moderne si possono accelerare i processi autorizzativi e gestire meglio gli aspetti sociali e ambientali. Inoltre la tecnologia evolve rapidamente e, a seconda dei prezzi e della disponibilità dei materiali, l’innovazione consente di utilizzare soluzioni diverse per arrivare comunque al risultato più efficiente. E poi c’è il tema della circolarità. Una volta che queste tecnologie entrano nel sistema energetico, si apre un ciclo in cui recupero e riciclo dei materiali diventano sempre più importanti. In prospettiva questo riduce la pressione sulla domanda primaria.
Se la Cina resta leader della transizione energetica, quali altri paesi vede emergere nella filiera industriale delle rinnovabili?
La geografia industriale si sta progressivamente allargando. Oltre alla Cina vedo muoversi con decisione i paesi del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita, che stanno investendo per costruire una propria capacità industriale. Anche l’Australia sta iniziando a sviluppare strategie in questa direzione. Poi ci sono diversi paesi dell’America Latina e dell’Africa che dispongono di risorse minerarie e stanno valutando come sviluppare catene del valore locali, non limitandosi all’estrazione ma puntando anche alla trasformazione e alla produzione tecnologica. In generale la competizione non riguarda solo eolico e fotovoltaico, ma anche le reti, la digitalizzazione dei sistemi energetici e le tecnologie di accumulo.
In Italia il dibattito sul nucleare è tornato molto acceso. Che ruolo vede per questa tecnologia nel sistema energetico?
Penso che occorra guardare ai numeri e soprattutto ai tempi. Oggi le rinnovabili crescono con una velocità completamente diversa rispetto al nucleare. Lo scorso anno nel mondo abbiamo installato circa 700 gigawatt di nuova capacità rinnovabile, una quantità enorme se confrontata con quanto il nucleare ha aggiunto in decenni. Per dare un’idea della scala: la Cina oggi installa ogni settimana una quantità di rinnovabili paragonabile a diversi piccoli reattori nucleari. Il punto è che costruire una centrale nucleare richiede tempi molto lunghi. Solo per ottenere le autorizzazioni possono volerci molti anni e poi c’è la fase di costruzione. In Italia, realisticamente, prima di vedere un impianto operativo potrebbero passare 12 o 15 anni. Per questo faccio fatica a considerarlo una risposta rapida ai problemi di sicurezza energetica o di competitività che abbiamo oggi. C’è poi una questione economica. Anche i cosiddetti small modular reactor, che spesso vengono presentati come una soluzione più semplice, in realtà non sono così piccoli né così economici. Restano impianti da centinaia di megawatt e con costi molto elevati. Questo non significa che il nucleare non possa avere un ruolo limitato in alcuni paesi, ma oggi le tecnologie che crescono più rapidamente e che stanno dimostrando maggiore competitività sono le rinnovabili.
In un sistema energetico sempre più rinnovabile resta comunque il problema della flessibilità. Quale ruolo vede per i combustibili fossili in questa fase?
Serve un approccio pragmatico. Un sistema elettrico con una quota molto alta di rinnovabili ha bisogno di flessibilità e di capacità di backup, almeno finché le tecnologie di accumulo e le reti non saranno completamente sviluppate. Ad esempio il gas oggi offre questa flessibilità perché può essere acceso e spento rapidamente e permette di gestire le variazioni della produzione rinnovabile. Questo non significa che debba restare centrale nel lungo periodo. Ma nella fase di transizione può avere una funzione di supporto al sistema. Nel tempo, inoltre, parte di questa flessibilità potrà essere progressivamente decarbonizzata, ad esempio con l’utilizzo di biometano o con lo sviluppo delle tecnologie di accumulo.
In copertina: Francesco La Camera, foto IRENA via Flickr
