Liberare risorse da destinare alla transizione energetica e ad altri settori strategici è sempre più urgente, in un contesto segnato dalla volatilità dei mercati e dal caro energia. Eppure, l’Italia sembra muoversi in direzione opposta. Nel 2024, il Governo guidato da Giorgia Meloni ha destinato circa 48,3 miliardi di euro ai sussidi ambientalmente dannosi (SAD): incentivi che continuano a sostenere, direttamente o indirettamente, attività, opere e progetti legati alle fonti fossili o ad altre pratiche con impatti negativi sull’ambiente.
A dirlo è Legambiente nel nuovo rapporto Stop sussidi ambientalmente dannosi 2026, presentato oggi, 17 marzo, secondo cui, però, il quadro è anche incompleto. Secondo l’associazione ambientalista, infatti, i conti non tornano: all’appello mancherebbero miliardi non contabilizzati, alcune voci risultano assenti e diversi sussidi restano privi di una quantificazione chiara, con incongruenze nei dati complessivi.
I conti (in aumento) che non tornano
Nel 2024 le risorse pubbliche destinate a sussidi ambientalmente dannosi hanno superato i 48 miliardi di euro. Si tratta di agevolazioni fiscali, contributi o politiche di prezzo che riducono artificialmente i costi delle fonti fossili, dell’agricoltura intensiva, della pesca e di altri settori ad alto impatto ambientale. Un aumento rispetto ai 45,3 miliardi del 2023, a conferma di un trend in crescita invece di una progressiva riduzione in un’ottica di decarbonizzazione e transizione energetica.
Dal 2011, quando Legambiente ha iniziato a monitorare questi sussidi, sono stati spesi oltre 436 miliardi di euro, una cifra enorme che mostra quanto sia radicato il sostegno alle attività più dannose per l’ambiente. Secondo l’associazione, basterebbe un intervento deciso del Governo per eliminare 23,1 miliardi di euro di SAD e rimodulare altri 25,2 miliardi entro il 2030, liberando risorse preziose da destinare alla transizione energetica e ad altre aree del welfare.
“L’Italia resta ostaggio del gas fossile, mentre rinnovabili, accumuli, reti ed efficienza, fondamentali per l’indipendenza energetica, continuano a essere messe in panchina”, ha dichiarato in una nota stampa Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente. “Una strategia che non rispetta gli impegni internazionali né il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima e ignora le lezioni dei conflitti in Ucraina e Medio Oriente, che spingono sempre più in alto i costi dei combustibili e delle bollette pagate da famiglie e imprese.”
Le cifre e gli aggiornamenti di questi sussidi dovrebbero essere registrati ogni anno nel Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e favorevoli, il documento pubblicato dal Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, seppure con limiti di trasparenza e dettaglio. Come evidenzia Legambiente, infatti, nel Catalogo ci sono 18 voci non quantificate, che spaziano dall’IVA agevolata al sostegno a settori specifici, dai fondi di garanzia ai bonus vari. L’associazione segnala inoltre 14 voci assenti, tra cui fondi destinati all’allevamento, per un totale di 11,9 miliardi di euro non contabilizzati. Nel 2024, poi, ben 11 voci di spesa non trovano corrispondenza tra il Catalogo e i documenti della Ragioneria dello stato, per una discrepanza di 377,2 milioni di euro.
A questi si aggiungono 18 voci di cosiddetti sussidi ambientalmente incerti (SAI), per un totale di 26,4 miliardi di euro. Si tratta di incentivi che sostengono contemporaneamente attività dannose per l’ambiente e iniziative innovative. Secondo Legambiente, questi sussidi necessiterebbero di un piano di trasformazione per renderne positivo l’impatto ambientale, ma finché restano “incerti”, il loro effetto negativo non viene contabilizzato. A guidare la classifica dei sussidi ambientalmente dannosi è il settore energetico, con un totale di 14,2 miliardi di euro, seguito da edilizia, trasporti, agricoltura e pesca.
Come ridurre e rimodulare i SAD entro il 2030?
Sono sette le proposte che Legambiente rivolge al Governo Meloni: “Chiediamo all'esecutivo un cambio di rotta, a partire da un piano per l’eliminazione e la rimodulazione dei SAD entro il 2030 e la risoluzione delle lacune del Catalogo, l’unico strumento che dovrebbe aggiornare annualmente queste cifre ma che mostra una contabilizzazione incompleta e disomogenea”, sottolinea Ciafani.
Oltre a colmare le incongruenze e i gap presenti nel documento, sarà poi necessario riformare le accise e le tasse sui diversi combustibili fossili in linea con il principio “chi inquina paga”. Sempre sul fronte energetico, Legambiente chiede un’urgente riforma degli oneri di sistema in bolletta. Come spiega Katiuscia Eroe, responsabile energia dell’associazione, “non servono bonus temporanei per alleggerire le bollette ma politiche strutturali basate su rinnovabili ed efficienza energetica, insieme alla riduzione degli oneri di sistema impropri, pari a 3,8 miliardi. L’emergenza energetica resta grave ma completamente sottovalutata dal Governo, come dimostrano i continui bonus una tantum e un Decreto bollette che attacca il sistema ETS, detassa il gas facendolo pagare ai cittadini nella bolletta elettrica e toglie risorse a rinnovabili, efficienza e ai fondi per la decarbonizzazione”.
Guardando invece al settore edilizio, tra i più complessi da decarbonizzare e allo stesso tempo tra i più energy-intensive, Legambiente chiede al Governo di avviare una riforma complessiva del sistema incentivante, “senza contare che la mancanza di politiche di riqualificazione degli edifici ha portato all’avvio della procedura d’infrazione pendente sull’Italia per i ritardi nell’applicazione della Direttiva Case Green (EPBD)”, aggiunge Eroe. Infine, tornando al tema delle fossili, Legambiente propone di rimodulare il sostegno a queste fonti energetiche secondo il principio DNSH (Do No Significant Harm, "non arrecare un danno significativo", che ha l’obiettivo di evitare che gli investimenti del PNRR e i fondi UE danneggino l'ambiente) e finanziare solo misure compatibili con la tassonomia dell’Unione Europea.
In copertina: Gilberto Pichetto Fratin fotografato da Stefano Carofei, Agenzia IPA
