La chiusura dello Stretto di Hormuz non ha interrotto solo il flusso di petrolio. Il Golfo Persico fornisce fino a un terzo dell'offerta globale di fertilizzanti, inclusi input fondamentali come urea, zolfo e ammoniaca. I prezzi dei fertilizzanti sintetici sono schizzati proprio mentre nell'emisfero Nord inizia la stagione delle semine primaverili. La carenza rischia di ridurre i raccolti e far salire i prezzi alimentari. Se la crisi ha riacceso l'interesse per i fertilizzanti di origine biologica, prodotti senza materie prime petrolchimiche importate dall'altra parte del mondo, ha anche riportato al centro dell’attenzione le pratiche agricole che di questi fertilizzanti fanno a meno.

La dipendenza dell'agricoltura mondiale dai fertilizzanti sintetici si è rivelata una vulnerabilità sistemica. La necessità di un cambiamento nella direzione di marcia appare chiara e necessaria. La creazione di sistemi alimentari resilienti agli shock climatici e geopolitici dovrebbe essere una priorità di tutti i governi che puntano alla sovranità alimentare ed energetica.

In questo scenario dodici governi hanno annunciato l'adozione di strategie nazionali di agroecologia nell'ambito dell'Agroecology Coalition. L'iniziativa, presentata a Roma a fine marzo, non è solo una risposta ambientale: è una scelta economica e geopolitica di fondo.

Cos'è l'agroecologia

L'agroecologia non è un semplice sinonimo di agricoltura biologica. In termini pratici, si tratta di applicare i princìpi fondamentali dell'ecologia all'agricoltura: usare fertilizzanti naturali come il compost e le piante azoto-fissanti, favorire gli insetti predatori naturali per limitare i parassiti, promuovere la diversità varietale come scudo contro le malattie e gli stress climatici. Al centro di questo approccio c'è la biodiversità agricola. Organizzazioni come Rete Semi Rurali, attiva in Italia da oltre vent'anni, promuovono proprio la gestione dinamica e collettiva della diversità agricola come leva per la transizione ecologica.

Al di là dell’elemento agricolo e ambientale, le pratiche agroecologiche sono strettamente legate anche a una dimensione economica e sociale che valorizza il sapere tradizionale degli agricoltori, riduce la dipendenza da input esterni e tende a rafforzare le filiere locali. Non è un caso che sia, dunque, la crisi delle forniture innescata dai conflitti geopolitici a spingere oggi i governi ad accelerare su questa strada confermando che sostenibilità e sicurezza economica, in agricoltura, sempre più coincidono.

Agroecology Coalition, i paesi coinvolti

“Siamo all'inizio di un cambiamento importante nel panorama globale dei sistemi alimentari”, ha dichiarato Oliver Oliveros, coordinatore esecutivo dell'Agroecology Coalition. “Un numero crescente di paesi riconosce la necessità di costruire un sistema alimentare capace di reggere alla volatilità dei mercati e agli shock climatici, per proteggere agricoltori e consumatori. Riducendo la dipendenza dai fertilizzanti fossili e promuovendo la diversità delle colture, l'agricoltura agroecologica offre un approccio più sostenibile e resiliente alla produzione alimentare.”

Il compendio illustra in dettaglio le strategie, le politiche e le leggi in materia di agroecologia già adottate o in fase di adozione in Benin, Bolivia, Brasile, Burkina Faso, Colombia, Cuba, Repubblica Dominicana, Etiopia, Kenya, Tanzania, Tunisia e Uruguay, oltre che da Sicilia, Canton Vaud in Svizzera, Associazione delle nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN), Parlatino (regione dell'America Latina e dei Caraibi) e Comunità dell'Africa Orientale. Tra i paesi coinvolti figurano alcuni dei principali esportatori mondiali di caffè, zucchero, tè, riso, ortaggi e olio d'oliva.

Il Brasile è stato il primo a disporre di un piano nazionale per l'agroecologia e la produzione biologica: il programma prevede la creazione di "bio-fabbriche" nelle comunità rurali per produrre fertilizzanti da scarti animali e vegetali, e promuove sementi locali resistenti a malattie e parassiti. “La strategia del Brasile garantisce che il sapere tecnico raggiunga le comunità e che la conoscenza tradizionale sia valorizzata”, ha spiegato la ministra per lo sviluppo agrario, Fernanda Machiaveli. “Assicura inoltre che lo stato acquisti prodotti agroecologici e biologici, sia per le mense scolastiche che per la rete di assistenza sociale”.

Tra le buone pratiche, il Kenya punta sulla riduzione degli sprechi alimentari e sul rafforzamento delle filiere locali, con misure che vanno dal miglioramento dello stoccaggio post-raccolta alla trasformazione alimentare a livello comunitario. Sul piano finanziario, l’Agroecology Coalition stima che servano investimenti annui intorno ai 430 miliardi di dollari per massimizzare i benefici della transizione agroecologica. Una cifra imponente, ma non lontana dai 385 miliardi che i governi già spendono ogni anno in sussidi all'agricoltura intensiva.

La Sicilia, avamposto europeo

In tale ottica, la Sicilia e il Cantone Vaud in Svizzera sono le uniche due regioni europee ad aver sviluppato strategie specifiche per l'agroecologia. La Sicilia è la prima regione in Italia e in Europa a essersi dotata di una legge che regola le aziende agroecologiche e che ne stabilisce i criteri per agevolare la transizione verso nuovi modelli agricoli. La legge regionale n. 21 del 29 luglio 2021 ha avviato un percorso normativo che, dopo tre anni di iter burocratico e una sentenza della Corte Costituzionale che ne ha rivisto alcune norme, è diventata pienamente operativa nel gennaio 2025, introducendo nuove regole e incentivi per le imprese che adottano pratiche sostenibili.

Tra le attività promosse figurano l'agricoltura biologica, la rotazione delle colture, l'agroforestazione, il recupero delle varietà autoctone e il riutilizzo delle acque reflue in agricoltura. Per ottenere il riconoscimento di azienda agroecologica, almeno il 10% della superficie aziendale deve essere coltivato con specie arboree autoctone, mentre, negli allevamenti, almeno il 10% dei capi deve appartenere a razze autoctone.

 

In copertina: immagine Envato