
Negli ultimi due anni il valore a cui viene venduto il cacao ha fatto registrare forti oscillazioni fino a un recente calo, ma il prezzo del cioccolato e dei prodotti finiti continua ad aumentare. Alla borsa di New York, dopo aver toccato la quotazione record di oltre 11.000 dollari a tonnellata alla fine del 2024, il cacao si attesta a circa 3.100 dollari a marzo 2026. Un calo del 65% rispetto ai massimi, che riporta i prezzi ai livelli più bassi degli ultimi due anni e mezzo. Questo ridimensionamento è il risultato di una combinazione di fattori lungo la filiera, ma non si riflette ancora sui prezzi dei prodotti finali.
Infatti, il costo per i consumatori nell’acquisto di prodotti a base di cacao continua ad aumentare: in Italia, ad esempio, il prezzo delle uova di Pasqua è cresciuto del 10% su base annua. Secondo un recente sondaggio condotto da UDICON (Unione per la difesa dei consumatori) e dall’Istituto Piepoli, l’85% dei consumatori ha segnalato dei rincari, con il prezzo medio al chilo delle uova di cioccolato passato da 70 a 77 euro. Emerge anche il fenomeno della shrinkflation: molti consumatori dichiarano di aver riscontrato parità di prezzo ma a fronte di una riduzione della quantità di prodotto. L’incremento dei prezzi dei prodotti finiti si inserisce in una tendenza già evidente nel 2025, quando le uova di Pasqua avevano registrato un rincaro del 40%, dovuto all’impennata del prezzo del cacao e agli effetti della crisi climatica lungo la filiera.
L’aumento dei prezzi al dettaglio è proseguito anche nel 2026, nonostante il marcato calo delle quotazioni della materia prima, evidenziando una differenza tra l’andamento dei prezzi al consumo e quello dei mercati. La principale spiegazione di questo fenomeno risiede nel disallineamento tra il prezzo del cacao sui mercati finanziari e quello del cacao fisico acquistato dalle aziende. Come evidenzia Andrea Mecozzi, consulente di filiera con oltre vent’anni di esperienza in Costa d’Avorio, “il prezzo di cui si parla sui media è quello dei futures, ovvero contratti che fissano oggi il costo di una determinata quantità di cacao da consegnare in futuro. Si tratta quindi di un prezzo legato a proiezioni. Le aziende però stanno ancora lavorando con materie prime acquistate mesi fa a valori compresi tra i 7.000 e gli 8.000 dollari a tonnellata, scaricando i costi sui prodotti finali”.
Come la geopolitica influenza i prezzi del cacao
Secondo Mecozzi, un eventuale ribasso dei prezzi al dettaglio potrebbe manifestarsi solo verso la fine del 2026, in coincidenza con i nuovi raccolti in Costa d’Avorio e Ghana, i due principali produttori mondiali. La produzione di cacao segue infatti cicli stagionali definiti: in Africa occidentale il raccolto si concentra tra settembre e novembre, mentre in America Latina avviene tra marzo e maggio. Il mercato del cacao fisico rispetta infatti logiche diverse rispetto a quello finanziario. Un legame più stretto tra i due ambiti si è sviluppato solo negli ultimi quindici anni, da quando anche gli operatori del mercato fisico hanno iniziato ad accedere agli strumenti finanziari. Prima del 2010 chi operava direttamente nella filiera non poteva partecipare alle contrattazioni in borsa.
È probabile che i prezzi dei prodotti finiti diminuiscano anche in seguito al calo della domanda globale di cacao, scesa del 27% negli ultimi mesi. La contrazione della domanda si è verificata sia negli Stati Uniti, a causa delle politiche tariffarie del presidente Trump che hanno reso più costose le importazioni, sia in Europa, dove si concentra il 65% della produzione mondiale e dove i costi sono aumentati negli ultimi anni per via del rincaro dell’energia. Incrementi che potranno incidere ancora di più dopo lo scoppio del conflitto in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz, che stanno già causando l’aumento del prezzo della benzina, oltre a incertezza nell’approvvigionamento di fertilizzanti. “Il cacao è una materia prima che viene influenzata dalle dinamiche geopolitiche e le situazioni di instabilità incidono direttamente sui prezzi”, sottolinea Mecozzi. “Nel prodotto finale derivato dal cacao, i costi energetici rappresentano circa l’11% del totale: dal trasporto su camion dalle piantagioni ai porti, al viaggio via nave, fino alle fasi di lavorazione, per com’è strutturata la filiera i rincari del costo dell’energia e della benzina avranno un impatto.”
Una filiera globale e multisettoriale
Il settore del cacao è una filiera globale che coinvolge numerosi paesi, nonostante la produzione sia concentrata in Africa occidentale e in Sud America. “In questo mercato, la materia prima proveniente dalla Costa d’Avorio viene esportata verso l’Europa, ma anche verso Sud America e Asia”, osserva Mecozzi. “In Malesia, ad esempio, vengono acquistate fave di qualità inferiore, spesso più piccole o danneggiate, destinate alla spremitura per ottenere burro di cacao e polvere, poi rivenduti sui mercati internazionali. Il Brasile, pur essendo un produttore, non è autosufficiente: importa circa il 20% del fabbisogno dalla Costa d’Avorio e poi esporta prodotti semilavorati o finiti.”
A rendere ancora più articolata la filiera è la varietà di utilizzi del cacao. Solo una quota limitata, intorno al 30%, è destinata alla produzione di tavolette di cioccolato. Il resto viene utilizzato per altre applicazioni: dai semilavorati per la gelateria alle gocce di cioccolato impiegate nei lievitati, fino al burro di cacao utilizzato nell’industria cosmetica e agli additivi per il comparto dolciario. Una diffusione così ampia fa sì che le oscillazioni del prezzo della materia prima si trasmettano in diversi comparti.
La crisi energetica cambia il settore del cacao
Nel settore del cacao si sta però iniziando ad affrontare in modo più strutturato il tema degli aumenti lungo la filiera, in particolare quelli legati al costo dell’energia, con l’obiettivo di raggiungere l’autoproduzione energetica necessaria alla trasformazione della materia prima. Finora in alcuni paesi produttori, in particolare quelli dell’Africa occidentale, l’accesso all’energia era limitato e caratterizzato da costi elevati e intermittenza nella disponibilità. Secondo Mecozzi però questo scenario sta cambiando: cresce infatti il numero di investimenti, anche da parte di aziende italiane, nella trasformazione locale delle fave di cacao.
In Costa d’Avorio e Ghana esiste un ampio potenziale per lo sviluppo di fonti rinnovabili, dall’idroelettrico al solare fino alla valorizzazione delle biomasse. Tra le soluzioni emergenti c’è il biochar, ottenuto attraverso processi di pirolisi, che consentono di recuperare energia e allo stesso tempo ridurre le emissioni, utilizzando gli scarti della lavorazione del cacao. Da un chilogrammo di frutto fresco si ricava mediamente circa il 20% di fave secche, mentre la restante parte può essere impiegata, insieme ad altre biomasse, per produrre energia.
L’impatto della crisi climatica
Le proiezioni climatiche indicano che l’aumento delle temperature spingerà i coltivatori di cacao a spostare le piantagioni verso aree più distanti dall’equatore e a quote più elevate, oltre a rendere necessario l’impiego di nuove tecniche agronomiche. Sta infatti crescendo la diffusione di pratiche come l’agroecologia e l’agricoltura rigenerativa. Come spiega Martino Bonato, manager del consorzio colombiano Okanta, che gestisce una piantagione di circa quattromila ettari, questo approccio rappresenta una risposta alle nuove condizioni climatiche: “Le piantagioni estensive a cielo aperto sono sempre più esposte ai rischi legati a siccità e temperature estreme. Si sta quindi passando a un modello agroforestale che consente di creare un microclima più umido e favorevole alla sopravvivenza del cacao. Inoltre, l’integrazione di altre colture permette di diversificare la produzione, riducendo la dipendenza da un’unica resa”.
La filiera del cacao sta insomma attraversando una trasformazione profonda, spinta da tensioni geopolitiche ma anche da nuove opportunità legate all’economia circolare e all’innovazione agricola. Al di là delle oscillazioni del prezzo della materia prima, su cui si concentra spesso l’attenzione mediatica, è in atto un cambiamento più strutturale: nel settore si stanno ripensando modelli produttivi e ambientali per adattarsi a un contesto sempre più complesso.
In copertina: immagine Envato
