Questo articolo fa parte del canale tematico The Social and Governance Observer, in collaborazione con Trentino Sviluppo. Iscriviti alla newsletter su LinkedIn

Nel Medioevo europeo il termine "servitù della gleba" indicava uno status giuridico che si collocava a metà tra lo schiavo (servus) e l'uomo libero, in quanto la persona da un lato non era proprietà, ma dall'altro non godeva di alcune libertà fondamentali, come quella di decidere il luogo dove vivere e il lavoro da svolgere.

I servi della gleba però non sono scomparsi: ancora oggi milioni di lavoratori del settore primario sono sfruttati, privati di alcuni dei diritti umani di base e, addirittura, nei casi più gravi – come il lavoro forzato sui pescherecci – ridotti in schiavitù temporanea.  
L’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) stima che 50 milioni di persone vivano oggigiorno in condizioni di schiavitù: 28 milioni di esse sono sottoposte a lavoro forzato, principalmente tra Africa e Asia. La stragrande maggioranza di queste nel settore agricolo, degli allevamenti e della pesca.

Sfruttamento e abusi, dai pescherecci ai campi agricoli

Una delle storie più scioccanti emerse negli ultimi anni è lo sfruttamento di centinaia di migliaia di lavoratori indonesiani, uiguri e nordcoreani su pescherecci battenti bandiera cinese, svelato dal giornalista Ian Urbina, con il suo The Outlaw Ocean Project. Intrappolati a bordo di megapescherecci per la cattura di tonni o totani per mesi o addirittura anni, in condizioni igieniche critiche, malnutriti e spesso abusati da superiori e capitani. Nessun contatto con le famiglie, passaporti ritirati.

Se il mare è un luogo particolarmente complesso per monitorare gli abusi che si verificano in acque internazionali, la situazione nei campi agricoli è altrettanto complessa. Lavoratori sottopagati, privati dei propri documenti, abusati e violentati, addirittura uccisi per essersi rifiutati di piegarsi ai propri aguzzini. I report di ONG e reti per la tutela dei diritti umani sono pieni di casi: dal Messico all’Indonesia, dal Brasile all’Afghanistan, dall’Eritrea alla Nigeria.

In USA, con l’escalation dei controlli sui migranti irregolari, sono esplosi abusi, in particolare violenze sessuali su lavoratrici e lavoratori, impossibilitati a denunciare i propri aggressori per paura di ritorsioni e denunce. “I responsabili pensano di poter fare tutto ciò che vogliono, convinti che le loro vittime non denunceranno gli abusi perché hanno troppa paura di essere licenziate, arrestate o espulse”, spiega Mónica Ramírez, fondatrice e presidente di Justice for Migrant Women, un’organizzazione con sede in Ohio che opera a sostegno degli immigrati che lavorano nel settore della ristorazione.

In Italia il fenomeno del caporalato agricolo

In Italia è particolarmente acuto il fenomeno del caporalato agricolo, ovvero lo sfruttamento abusivo e sottopagato di lavoratori e lavoratrici quasi sempre migranti. Sono 200.000 le persone – di cui 55.000 donne – impiegate in maniera irregolare nella produzione agricola italiana, secondo l’ISTAT. Numeri che per la CGIL sarebbero persino sottostimati. Chi lavora sotto caporalato subisce ritorsioni e angherie, lavora oltre 12 ore al giorno, ricevendo retribuzioni lorde annuali in media pari a poco più di 6.000 euro l’anno.

Il tutto per mantenere basso il costo dei prodotti all’ingrosso e favorire la competizione nella GDO, anche a fronte di cittadini poco disposti a pagare un prezzo giusto per il cibo. Il caso della morte di Satnam Singh, abbandonato dopo un incidente nei campi della cooperativa agricola Agrilovato di Borgo Santa Maria, nella provincia di Latina, ha svelato un sistema di illegalità e criminalità diffusa nelle campagne locali, presente anche in altre province italiane.

Come nella zona della Capitanata, nel foggiano, dove settemila braccianti vivono in condizioni disperate, pagati 3,5 euro a cassone di pomodori raccolto. L’ultimo caso a inizio aprile, quando Alagie Singath, un bracciante ventinovenne che da almeno cinque anni viveva in una baracca nel ghetto di Torretta Antonacci, si è impiccato. Oppure a Vittoria, nel ragusano, primo paese in Italia per numero di aborti in proporzione alla popolazione, dove gli abusi sulle braccianti delle serre sono la quotidianità. 

Un rischio serio per le aziende dell’agroalimentare

Oggi questo tipo di violazioni di diritti sono inaccettabili e costituiscono un rischio serio per le aziende dell’agroalimentare che sono chiamate a monitorare con severità le proprie filiere. Secondo Sustainalytics Morningstar, il gap tra chi ha sistemi robusti di controlli sugli abusi e chi non li ha si traduce in spread di valutazione significativi. Un singolo fornitore esposto per violazioni dei diritti del lavoro può causare blocchi alle importazioni, interruzioni della produzione, costi legali e perdita di contratti: il tutto prima che il caso emerga in un report di sostenibilità.

Il benchmark KnowTheChain di febbraio 2026 ha valutato 45 tra i maggiori player del food & beverage globale: la media è 15 su 100 per prevenzione del lavoro forzato, con un calo rispetto all'assessment del 2023. I prodotti confezionati e le carni hanno ottenuto la valutazione peggiore, 12 su 100. Tutti ovviamente grandi brand della GDO europea.

Il giusto prezzo, poi, è una questione da affrontare urgentemente. Al netto dell’inflazione paghiamo troppo poco per il cibo, rispetto alla centralità che riveste nella nostra nutrizione e sopravvivenza, scaricando gli extra costi sui e sulle braccianti (e sull’ambiente). Il divario tra quanto percepisce il bracciante sfruttato e il prezzo finale al consumatore è stimato tra il 2.000 e il 3.000%, un valore che spesso va a favore degli intermediari e del retail.

Infine, il danno reputazionale da accuse di lavoro forzato può avere conseguenze di vasta portata, dai boicottaggi dei consumatori al crollo dei valori azionari, come successo ad esempio all’industria del tonno e dei pelati. Ma questo vale per i big dell’agrobusiness. La parte oscura rimane quella degli intermediari, dei piccoli produttori illeciti, del retail non monitorato e senza brand, che agisce impunemente, senza preoccuparsi di impatti o reputazione. Quello che conta è massimizzare il profitto a discapito di chiunque.

 

In copertina: braccianti africani impiegati nella raccolta delle arance a San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro (Reggio Calabria) davanti a un casolare abbandonato in cui vivono in condizioni disumane. Foto di Francesco Mollo, Fotogramma / Agenzia IPA