Il calamaro di Humboldt (Dosidicus gigas), che popola le acque del Pacifico sud-orientale, dal Cile fino alla California, vive in grandi gruppi di oltre mille individui ed è una delle risorse più importanti per la pesca, sia a livello locale che globale, ma le grandi flotte cinesi che vanno alla sua ricerca sfruttano la scarsa governance, la mancanza di trasparenza e le lacune normative di questa regione per praticare sovrappesca e altre illegalità, causando danni ecologici e sociali.

A dirlo è il nuovo rapporto dell’Environmental Justice Foundation (EJF), Unseen and unaccountable: The growing threat of China’s squid fleet in the South Pacific, che denuncia l’impatto devastante della flotta cinese nel Pacifico sud-orientale sulla pesca di questa specie di calamaro. E non solo. L’inchiesta rivela infatti, oltre alla sovrappesca del cefalopode, anche abusi e violazioni dei diritti umani a danno dell’equipaggio, opacità lungo la catena di fornitura, catture intenzionali della megafauna e impatti negativi sugli ecosistemi marini.

“Il messaggio principale di questo rapporto è che la flotta cinese opera praticamente senza alcun tipo di trasparenza, responsabilità o controllo esterno”, ci racconta Dominic Thomson, Deputy Director e Project Manager di EJF. “Hanno anche costruito una catena di fornitura che non solo facilita questa mancanza di accountability, ma contribuisce attivamente a nascondere gli abusi, riducendo al minimo le possibilità che le autorità competenti ne vengano a conoscenza e possano intervenire. Fino a ora era quasi impossibile per gli osservatori capire l’entità e la gravità di questi abusi. Grazie alle testimonianze dirette dei pescatori che lavorano su queste navi, il rapporto riesce finalmente a far luce su pratiche incredibilmente distruttive e dannose.”

Tra sovrappesca e violazione dei diritti umani

Il calamaro di Humboldt, dal caratteristico colore rossastro, rappresenta oltre il 40% delle catture globali di calamari. La sua pesca è aumentata notevolmente negli ultimi decenni, passando dalle 19.000 tonnellate degli anni Ottanta a 1.225.798 tonnellate nel 2023, con un incremento del 45% registrato solo nell’ultimo decennio. Negli ultimi anni, infatti, il calamaro di Humboldt ha attirato un interesse sempre maggiore da parte della flotta cinese, intensificando la pressione sulla specie. Un fenomeno preoccupante, considerando che il calamaro è allo stesso tempo predatore e preda, e ricopre un ruolo fondamentale nella catena alimentare marina, fornendo nutrimento a numerose altre specie, tra cui capodogli, squali, delfini e leoni marini.

Il Perù e il Cile, dove questa specie sostiene decine di migliaia di pescatori della zona, detengono rispettivamente il 51% e il 7% dei prelievi totali. Il restante 41% della pesca è gestito dalla Cina, che in quest’area impiega 671 grandi imbarcazioni e opera senza limiti, a differenza dei pescatori locali dei paesi costieri, che devono rispettare sistemi di pesca basati sulle quote, indispensabili per garantire la rigenerazione degli stock ittici.

Le indagini di EJF hanno portato alla luce una serie di gravi violazioni dei diritti umani a bordo dei pescherecci battenti bandiera cinese che operano in quell’area del Pacifico. Intimidazioni e minacce, abusi fisici, confisca dei documenti personali, isolamento, turni di lavoro massacranti, schiavitù per debito e condizioni di lavoro e di vita degradanti sono alcune delle pratiche emerse dall’inchiesta.

Oltre a dati e testimonianze dirette, il rapporto è corredato da fotografie che documentano la dura realtà a bordo delle imbarcazioni. In uno degli scatti più drammatici, un pescatore si copre il volto con le mani, mostrando le ferite riportate dopo lunghe ore di lavoro trascorse nel congelatore della nave, che gli hanno causato la perdita di diverse dita. Come ha raccontato un altro pescatore, di nazionalità indonesiana, impiegato a bordo delle navi cinesi, “succedeva spesso [l’abuso fisico]. Il nostromo aveva il controllo sui membri dell’equipaggio, quindi quando qualcuno non si comportava correttamente durante il lavoro o commetteva un errore, veniva picchiato”.

Megafauna sotto attacco

Oltre agli abusi sugli equipaggi e alla pesca eccessiva, le flotte cinesi arrecano danni diretti anche ad altre specie marine. Le indagini dell’EJF hanno documentato la cattura intenzionale di squali per l’asportazione delle pinne, il cosiddetto shark finning. Questa pratica consiste nel tagliare le pinne a squali ancora vivi, per poi rigettare l’animale in mare, dove muore per soffocamento o viene divorato da altri predatori. Le pinne vengono quindi commercializzate, principalmente per la preparazione di zuppe.

Tra le altre specie di megafauna vittime di queste attività figurano anche i leoni marini: secondo le testimonianze raccolte, dopo essere issati a bordo, vengono decapitati e privati dei denti. “Esiste un mercato nero estremamente redditizio: un singolo dente può essere venduto tra i 60 e i 100 dollari. Per i membri dell’equipaggio, rivenderli rappresenta una fonte di guadagno extra particolarmente allettante, anche perché il rischio di essere scoperti è quasi nullo”, conclude Thomson. “Le pinne di squalo, invece, vengono accumulate a bordo, essiccate al sole o congelate, e successivamente fatte sbarcare di nascosto, approfittando dell’oscurità e di reti di contatti illegali.”

Un pescatore indonesiano, che qualche anno fa ha lavorato a bordo di una nave della flotta cinese, ha raccontato all’EJF, parlando di foche e altri animali, che “li catturavamo intenzionalmente. Quando non riuscivamo a prendere calamari, dovevamo catturare qualsiasi cosa fosse possibile. Prendevamo tutto ciò che passava vicino alla nostra imbarcazione, comprese le razze”.

Intervenire sulle supply chain e fare pressione sulla Cina

Tra i fattori chiave che permettono a questo genere di violazioni di continuare troviamo le modalità operative delle flotte. “Uno dei nodi principali è il trasbordo in mare. La maggior parte delle navi nel sud Pacifico trasferisce il pescato a navi cargo invece di tornare in porto”, continua Thomson. “Questo permette alle imbarcazioni di restare in mare aperto per anni, lontano da qualsiasi ispezione e senza che l'equipaggio abbia la possibilità di comunicare con i propri cari o denunciare gli abusi.”

Tra le possibili misure che la Cina potrebbe adottare per ridurre gli abusi e garantire maggiore trasparenza vi è l’introduzione di limiti alla durata delle battute di pesca. “Credo che la pressione sulla Cina stia crescendo e arrivi ormai da più fronti. La strada da percorrere resta lunga, ma almeno si sta affermando la consapevolezza che si tratta di una questione non più rimandabile, che deve essere affrontata apertamente e non può più essere ignorata”, aggiunge l’esperto dell’Environmental Justice Foundation.

Inoltre, molto può essere fatto anche a livello regionale. In occasione del 14° incontro della Commissione SPRFMO, la South Pacific Regional Fisheries Management Organisation, che si terrà dal 2 al 6 marzo a Panama, verranno esaminate nove proposte volte a regolamentare la pesca nelle acque internazionali del Pacifico sud-orientale, con l’obiettivo di introdurre limiti di cattura precauzionali, rafforzare i sistemi di monitoraggio e controllo e tutelare i diritti delle persone che lavorano a bordo delle imbarcazioni.

Poiché la pesca del calamaro di Humboldt si svolge anche in acque internazionali, il Trattato sull’alto mare, entrato in vigore nel gennaio 2026, potrà integrarsi con altri framework regionali per rafforzare la cooperazione e promuovere l’adozione di standard e buone pratiche condivise. Inoltre, uno dei principali mercati di destinazione di questo calamaro è l’Unione Europea, che potrebbe utilizzare la leva commerciale per contrastare la pesca illegale e le violazioni dei diritti umani lungo la catena di approvvigionamento.

“È fondamentale che i controlli alle frontiere, specialmente in Spagna, principale punto d'ingresso, siano abbastanza rigidi da filtrare i prodotti ad alto rischio”, conclude Dominic Thomson. “Se una partita di calamari proviene da navi già segnalate per abusi o pesca illegale, deve esserne vietato l'ingresso nel mercato europeo. Solo attraverso azioni di mercato di questo tipo possiamo costringere la Cina a rendere conto delle proprie attività, esercitando una pressione che risalga lungo tutta la filiera, dagli esportatori fino ai proprietari delle navi.”

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In copertina: un pescatore si copre il volto con le mani, mostrando le ferite riportate dopo lunghe ore di lavoro trascorse nel congelatore della nave, che gli hanno causato la perdita di diverse dita © Environmental Justice Foundation