
Lo scorso settembre, con la ratifica del sessantesimo stato, è iniziato il conto alla rovescia di centoventi giorni per l’entrata in vigore, proprio oggi 17 gennaio, del Trattato dell’alto mare. L’accordo, conosciuto anche come Accordo BBNJ (Biodiversity Beyond National Jurisdiction), segna una tappa storica per il diritto internazionale e per la protezione dell’oceano, introducendo tutele concrete per la biodiversità marina che prospera nell’alto mare, ovvero nelle aree che si estendono oltre le 200 miglia nautiche dalla costa.
Parliamo di superfici vastissime che coprono quasi i due terzi dell’oceano, rimaste fino a oggi con poche protezioni di fronte allo sfruttamento intensivo delle risorse, all’inquinamento e alle conseguenze della crisi climatica. Ci sono voluti oltre vent'anni di discussioni per colmare questa lacuna. Ora che il traguardo è raggiunto, la sfida si sposta sul piano pratico: cosa cambierà davvero per la biodiversità dell’alto mare?
Aree marine protette in acque internazionali
"Questo nuovo Trattato colma molte delle storiche lacune nella governance dell’alto mare, introducendo regole più chiare per proteggere la vita marina in quasi due terzi dell’oceano”, racconta a Materia Rinnovabile Nathalie Rey, coordinatrice regionale per l’Europa dell’High Seas Alliance. “Per la prima volta, stabilisce un quadro giuridico per istituire aree marine protette (AMP) nelle acque internazionali, definisce standard globali per la valutazione dell'impatto ambientale di attività potenzialmente dannose e promuove una maggiore equità, garantendo l’accesso alla ricerca marina, alla tecnologia e allo sviluppo del capacity building, nonché la condivisione equa dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine dell’alto mare."
L’istituzione di aree marine protette, o di altri strumenti spaziali per tutelare la vita presente nei mari, permetterebbe di raggiungere con maggiore facilità l’obiettivo stabilito dal Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, ossia proteggere il 30% dell’oceano entro il 2030, una data ormai vicina. Inoltre, come sottolinea Mariasole Bianco, esperta di conservazione marina e presidente di Worldrise, “creare una rete di aree marine protette in alto mare è un passo fondamentale anche per la tutela delle specie migratorie, come ad esempio balene e tartarughe marine. Questi animali, che compiono migliaia di chilometri per riprodursi e garantire la sopravvivenza della propria specie, non conoscono i confini politici. Proteggere i corridoi ecologici lungo le loro rotte significa contribuire alla continuità della biodiversità marina e a una conservazione efficace del nostro oceano”.
A differenza di altre Conferenze delle Parti, dove le decisioni vengono prese per consenso e dove pochi attori possono bloccare scelte condivise dai più, nel caso del BBNJ Agreement le AMP possono essere istituite a maggioranza di due terzi qualora manchi l’unanimità, evitando che singoli o gruppi di pochi paesi possano ostacolarne la creazione.
L’High Seas Alliance, organizzazione che da quindici anni si occupa della conservazione e della protezione dell’alto mare, ha già individuato otto aree che potrebbero rappresentare le prime AMP in acque internazionali, affinché le prime decisioni su questo tema possano essere prese già durante la prima COP. Tra queste troviamo la Città Perduta, conosciuta in lingua inglese come Lost City, un complesso di enormi bocche idrotermali situate sulle pendici del massiccio sottomarino Atlantis, che si trova nell’Atlantico settentrionale. Un ambiente estremo, caratterizzato da assenza di luce, pressione alta, acqua alcalina e calore, dove prosperano tantissime specie, dai batteri a miliardi di microorganismi, fino a coralli, granchi e meduse. Spostandoci in Sud America, nelle acque internazionali antistanti la costa cilena, troviamo invece le dorsali di Nazca e di Salas y Gómez. Qui, tra i chilometri di pendii e cime sottomarine, si è conservata una biodiversità unica al mondo, dove quasi la metà delle specie non è presente in alcun altro luogo al mondo.
Risorse genetiche e patrimonio comune
Un altro pilastro fondamentale del BBNJ Agreement è l’equa e giusta condivisione dei benefici provenienti dalle risorse genetiche marine, sia nella loro versione digitale (Digital Sequence Information, DSI) sia nei derivati. L’articolo 1.8 specifica che si tratta di qualsiasi risorsa biologica marina, di origine animale, vegetale o microbica, che custodisca nel proprio patrimonio genetico un valore, attuale o ancora da scoprire.
Esistono infatti ancora zone dell’oceano inesplorate e molte specie sconosciute che potrebbero rivelarsi cruciali per diversi settori economici, tra cui quello cosmetico e farmaceutico. Ad esempio, durante la pandemia di Covid-19, gli enzimi provenienti da un batterio marino sono stati utilizzati per lo sviluppo dei kit diagnostici, mentre il farmaco antivirale Remdesivir, derivato dalle spugne marine, era stato approvato dalla Food and Drug Administration statunitense per curare i pazienti durante la pandemia.
Visto che solamente alcuni tra i paesi avanzati hanno le risorse economiche e le capacità per finanziare spedizioni in alto mare alla ricerca di organismi che possano essere utili alla ricerca scientifica, la condivisione dei benefici che derivano da queste scoperte anche con gli altri stati, soprattutto quelli in via di sviluppo, è un elemento fondante di questo trattato. I benefici citati nell’accordo sono sia di natura non monetaria, come ad esempio l’accessibilità ai campioni raccolti e la cooperazione tra scienziati, sia di natura monetaria, destinati ad un fondo ad hoc. Inoltre, come ricorda Nathalie Rey, “prima che nuove misure possano essere concordate, i governi dovranno convocare la prima Conferenza delle Parti (COP1), il principale organo decisionale del Trattato. La data di questa prima CPP non è ancora stata fissata, ma l'incontro dovrà aver luogo entro un anno dall'entrata in vigore del Trattato".
Chi ha ratificato e chi no?
“La forza, la legittimità e l'impatto del Trattato crescono proporzionalmente al numero di paesi che lo sostengono”, spiega Rey. “L'Alto Mare fa parte dei beni comuni globali: è un patrimonio condiviso da tutti, di cui tutti siamo responsabili. Una ratifica universale, o quasi universale, è fondamentale." Ad aver ratificato il trattato, a oggi, sono 83 stati sui 145 firmatari, tra cui Cina, Brasile, Francia, Spagna e Giappone. “Prevediamo che il numero di ratifiche continuerà ad aumentare in vista della prima COP. Diversi attori chiave, tra cui Germania, Regno Unito e India, stanno portando avanti i rispettivi processi di ratifica nazionale", aggiunge l’esperta dell’High Seas Alliance. Nonostante il fatto che l’Unione Europea ha ratificato il Trattato nel maggio dello scorso anno, l’Italia resta tra i paesi che non hanno ancora completato il processo, frenata da continui rimpalli istituzionali e da un dibattito politico che, a oggi, non sembra avvicinarsi a una ratifica.
Gli stati che decideranno di non ratificare perderanno la possibilità di influenzare le decisioni prese nell’ambito del Trattato e alle future Conferenze delle Parti. L’adesione del maggior numero possibile di nazioni è cruciale, poiché, come ci ricorda l’esperta, il mancato raggiungimento di un numero sufficiente di ratifiche costituisce uno dei rischi che possono indebolirne l’efficacia nel tempo. “Sebbene il Trattato possa entrare in vigore, il suo impatto sarà significativamente maggiore solo con una partecipazione ampia e inclusiva”, sottolinea Rey. “L'assenza di attori chiave dal Trattato comporta conseguenze pratiche. Senza una partecipazione ampia, sussiste il rischio di una governance oceanica frammentata, caratterizzata da scappatoie legali, un'applicazione più debole delle norme e una protezione dell'oceano discontinua. Ciò minerebbe l’efficacia del Trattato e rappresenterebbe un’occasione mancata per affrontare collettivamente le sfide relative al clima e alla biodiversità.”
Monitoraggio e finanza
"Il Trattato stabilisce obblighi chiari in materia di osservanza e applicazione, imponendo agli stati di adottare leggi e regolamenti nazionali per rendere effettivi gli impegni assunti", racconta Rey. Viene inoltre istituito un Comitato per l’attuazione e la conformità, un organismo di supporto incaricato di monitorare i progressi e guidare i paesi verso il rispetto degli impegni. Opererà con un approccio non punitivo, puntando sulla trasparenza e sulla cooperazione per facilitare il confronto costante con gli stati. E nonostante i progressi tecnologici, tra cui l’impiego dell’intelligenza artificiale e di altri strumenti hi-tech ma anche il rafforzamento della cooperazione, permettano di monitorare con sempre più precisione le attività in acque internazionali, da quelle legali a quelle non, ci sono ancora diverse lacune che devono essere colmate.
“Non tutti i paesi hanno al momento pari accesso a queste tecnologie o la capacità di usarle in modo efficace”, spiega Rey. “Il rafforzamento delle capacità e il trasferimento di tecnologia sono un pilastro fondamentale del trattato. Per un'attuazione efficace sarà essenziale garantire che gli strumenti di monitoraggio, i dati e le competenze siano condivisi in modo equo. Affrontare queste lacune in termini di capacità dovrà essere un obiettivo centrale man mano che il trattato passerà dall'adozione all'attuazione concreta.”
Inoltre, un altro tassello per far sì che questo Trattato porti risultati concreti sia per la tutela della biodiversità dell’Alto Mare sia per gli stati è quello delle risorse finanziarie. “Un'attuazione efficace, specialmente per i paesi in via di sviluppo, richiederà risorse finanziarie costanti, capacità tecniche e accesso alla tecnologia”, conclude l’esperta dell’High Seas Alliance. “Senza finanziamenti adeguati e prevedibili per il capacity-building, il monitoraggio e il rispetto delle norme, il Trattato rischia di diventare un solido quadro giuridico privo dei mezzi necessari per produrre risultati concreti in mare.”
In copertina: immagine Envato
