I bacini siciliani tornano a respirare con 536,11 milioni di metri cubi d’acqua, un tesoro che segna un recupero record in un solo mese e allontana l’incubo della siccità. Tuttavia, questo "oro blu" scorre in un sistema a pezzi dove oltre il 50% della risorsa si disperde in reti obsolete che la Sicilia riesce a riparare a una velocità meno che dimezzata rispetto alla media nazionale. In questo scenario critico, la riforma per un’Autorità unica di gestione ispirata al modello toscano rappresenta l'ultima diga possibile per evitare che l'abbondanza di oggi resti solo un'illusione destinata a finire in mare.
Al 1° marzo 2026, i dati dell'Autorità di bacino regalano un sospiro di sollievo: gli invasi siciliani custodiscono un volume totale di 536,11 milioni di metri cubi, segnando un recupero di oltre 146 milioni rispetto al mese precedente e superando di gran lunga i 341 milioni registrati nello stesso periodo dello scorso anno. Tuttavia, questa abbondanza è un gigante dai piedi d'argilla.
Dietro ai numeri rassicuranti di dighe come Lentini (97,71 Mmc), Don Sturzo (61,29 Mmc) o Pozzillo (53,40 Mmc), si nasconde infatti la sfida drammatica di una gestione definita "un colabrodo monumentale", in cui oltre il 50% della risorsa immessa in rete si disperde a causa di inefficienze strutturali. Nonostante i fondi del PNRR, secondo il rapporto L’impatto del PNRR sullo sviluppo sostenibile dell’Italia e dei suoi territori 2026 di ASviS (Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile), la capacità di riparare le condotte nell'isola è ancora troppo bassa, trasformando la pioggia recente in una tregua effimera in un sistema che, senza una riforma profonda della governance, rischia di mancare tutti gli obiettivi di sostenibilità entro il 2030.
Il miraggio dei fondi e la realtà dei numeri
A lanciare l’allarme è Giuseppe Amato, responsabile risorse idriche di Legambiente Sicilia, che fotografa una realtà amara: “Con grande franchezza, molto poco si è fatto. Siamo ancora ben lungi dall’avere quelle caratteristiche di modernità ed efficienza che dovrebbero presiedere alla gestione acquedottistica complessiva”.
L’analisi dell’impatto del PNRR sullo sviluppo sostenibile rivela un’asimmetria profonda. Se a livello nazionale l’investimento medio per il Goal 6 dell’Agenda 2030 (Acqua pulita e servizi igienico-sanitari) è di circa 45 euro pro capite, in Sicilia la capacità di tradurre questi fondi in chilometri di condotte riparate appare drammaticamente ridotta. Secondo il monitoraggio ASviS, gli interventi finanziati per ridurre le perdite idriche in Sicilia si fermano a soli 47 chilometri ogni 100.000 abitanti, contro una media nazionale di 107.
Amato spiega che la colpa non è solo della mancanza di risorse, ma di una frammentazione gestionale che definisce "complicata". Esistono, infatti, “due livelli di reti: quella principale, un tempo gestita dall’Ente acquedotti siciliani e oggi parzialmente in mano a Siciliacque, e le reti di distribuzione locale gestite dagli ambiti territoriali idrici (ATI)”. Questa distinzione è fondamentale per capire perché i soldi non arrivano ai rubinetti: “Le diverse province hanno diverse maniere di affrontare l’ambito territoriale idrico. Ci sono luoghi in cui c’è un gestore privato, come a Enna, e altri totalmente pubblici, come il caso AICA (Azienda idrica comuni agrigentini) ad Agrigento, dove sono venuti al pettine una serie di grandi nodi”.
Il caso Agrigento: tra inefficienza e scelte sbagliate
Se c’è un luogo in cui il fallimento della programmazione idrica diventa tangibile, quello è Agrigento. Qui si arriva a perdere fino al 60% dell’acqua. Ma il dato più inquietante è l’incapacità di progettazione. Il PNRR, per sua natura, richiede una dotazione progettuale di alto livello che, secondo Legambiente, nell’agrigentino è del tutto mancata.
“Invece di concentrarsi sulla riparazione della rete, la politica locale ha puntato tutto sul dissalatore”, commenta Amato, che definisce l’opera "inquinata" dal punto di vista concettuale. “Il dissalatore è stato messo nel posto sbagliato e sta risultando una struttura fissa che crea inquinamento acustico e problemi legati allo scarico delle salamoie in mare. Tutto questo drenando una quantità di denaro enorme che avrebbe potuto essere utilizzato per la messa in ripristino della rete.”
Il paradosso è che, in molti quartieri di Agrigento, la conformazione stessa della rete è un mistero: interi pezzi di tubature sono sconosciuti ai gestori attuali, rendendo di fatto impossibile un rinnovamento sistematico senza una mappatura preliminare che il PNRR non è riuscito a garantire.
L’illusione della pioggia e il rischio idrogeologico
Un altro nemico invisibile della riforma idrica siciliana è la percezione pubblica. Negli ultimi mesi, alcune precipitazioni hanno permesso di "rattoppare" l’emergenza, portando a un pericoloso calo di attenzione da parte della società civile. La logica secondo cui “se arriva l'acqua al rubinetto allora il problema è risolto” è, secondo Amato, pericolosa. I bacini siciliani, infatti, hanno una capacità di trattenere l’acqua piovana molto scarsa e si profila all’orizzonte un conflitto sociale tra l’uso agricolo e quello cittadino: “Quando l’acqua inizia a mancare, le città tentano di prevalere rispetto all’agricoltura. Sono dinamiche che andrebbero considerate per tempo, ma purtroppo la politica reagisce solo alle emergenze, non pianifica”.
La gestione delle acque, inoltre, non riguarda solo i tubi, ma anche il territorio. Qui il responsabile risorse idriche di Legambiente Sicilia solleva una critica feroce alla cosiddetta "pulizia dei fiumi", spesso finanziata con i fondi per la prevenzione del rischio alluvione. In molti casi, la pulizia si trasforma nella rimozione totale della vegetazione riparia, trasformando i corsi d'acqua in canali sterili.
“Questa pratica è peggio che andar di notte. L’acqua viene velocizzata verso il mare, senza avere il tempo di ricaricare le falde acquifere. Nel peggiore dei casi, si creano esondazioni distruttive, come ha visto recentemente Licata, che si trova alla fine del bacino del fiume Salso.” Il rapporto ASviS conferma che la Sicilia, pur avendo una quota di popolazione a rischio alluvione del 3% (inferiore alla soglia del 9%), deve ancora compiere sforzi enormi per garantire la resilienza climatica dei propri corsi d’acqua.
Verso un’autorità unica: il modello toscano
Qual è, dunque, il prossimo passo per evitare che il 2030 − scadenza dell'Agenda ONU − diventi il termine ultimo per la desertificazione dell'isola? La soluzione proposta da Legambiente e ora parzialmente accolta dalla Corte dei Conti e dall’assessorato regionale è la creazione di un’autorità unica di gestione delle acque. Sebbene la Sicilia disponga già teoricamente di un’autorità di bacino unica per la sua natura insulare, questa non ha mai avuto i poteri o le risorse per intervenire davvero sul territorio.
La sfida è creare interconnessioni tra i diversi serbatoi dell'isola: “Non è accettabile che se l’acqua c’è a ovest manchi a est, come se fossero compartimenti stagni invece di vasi comunicanti”. Un segnale positivo, secondo Amato, arriva dalla nomina di Alessandro Mazzei, già direttore dell’ambito territoriale unico della Toscana, come consulente per la riforma siciliana. “Il modello toscano è certamente un buon riferimento, sebbene perfettibile. L’autorità unica è il primo passo che bisogna fare. Dobbiamo vedere cosa ne verrà fuori, ma finalmente qualcosa sembra muoversi in senso positivo.”
In foto: dettaglio della fontana di Piazza Duomo a Taormina, Envato
