Da Washington – La tranquillità del weekend nella capitale statunitense, risvegliatasi nel suo secondo giorno di guerra in una domenica soleggiata, contrasta con le immagini provenienti da Teheran, Tel Aviv e varie capitali dei paesi del Golfo. Fino al pomeriggio di sabato 28 febbraio, molti cittadini americani intervistati presso il National Mall erano ignari dell’inizio del conflitto. “Davvero? Me lo sono perso”, commenta Kara Johnson, 58 anni, della Virginia. “Qua siamo sicuri vero?”. Piccoli gruppi di manifestanti si sono radunati nei pressi della Casa Bianca, con manifesti di protesta, per la pace in Iran e Palestina, anche se Lafayette Square, luogo simbolo delle proteste politiche, è bloccata dai lavori.
“Trump è entrato in guerra senza autorizzazione del Congresso. L’Iran è una dittatura teocratica e va eliminata, ma qua la democrazia c’entra poco. È l’ennesima mossa per distrarci dagli Epstein File”, sostiene Mark, del Maryland, tenendo un cartello di cartone con la scritta “pace”. Lungo il National Mall invaso dal sole i cittadini proseguono corse e passeggiate, con commenti più ironici o disinformati che consapevoli del fatto che il proprio paese è di nuovo in guerra. “The Empire Strikes Back!”, commenta un signore sulla sessantina, senza rilasciare il suo nome. “Siamo preoccupati per i nostri soldati nelle basi, ci sono stati numerosi attacchi di missili ipersonici iraniani”, spiega Jeff, consulente per la difesa statunitense, mentre è in visita con i parenti all’Arlington Memorial, il cimitero militare di Washington.
All’angolo tra Pennsylvania Ave e Pershing Park si sono dati appuntamento un gruppo di attivisti del NCRI, il Consiglio nazionale della resistenza iraniana, una coalizione politica iraniana in esilio di sinistra, fondata nel 1981, che si oppone alla Repubblica Islamica. Il gruppo più influente al suo interno è il People's Mojahedin Organization of Iran (PMOI/MEK). “Siamo l’alternativa democratica al regime”, spiega Tara Shafiee, attivista femminista, la cui famiglia ha subìto uccisioni e persecuzioni da parte del regime degli ayatollah. “Mio cugino è stato ucciso da un colpo alla testa, e mio marito che fa il calciatore è dovuto fuggire dal paese.”
La speranza è quella di un governo provvisorio di unità nazionale, che porti a delle elezioni. Ma il percorso è tutt’altro che chiaro. “Non sappiamo cosa possa succedere, inoltre non ci fidiamo molto del figlio dello shah, Reza Pahlavi.” Certo, ora che è morto Ali Khamenei si aprono possibili nuovi scenari. Khamenei però non è Gheddafi o Saddam Hussein, il potere della Rivoluzione è consolidato e altamente organizzato. “Rompere il potere del IRGC [l’Islamic Revolutionary Guard Corps] non sarà facile.”
Intanto la decisione di attaccare l'Iran ha sollevato accuse di violazione della Costituzione per aver iniziato una guerra senza l'autorizzazione del Congresso. Molti democratici e almeno due repubblicani a Capitol Hill hanno reagito a quella che lo stesso Trump ha definito “operazione militare preventiva”, dato che non può usare il termine guerra per l’azione militare, e si aspetta che il Congresso voti per decidere se il paese debba entrare in un conflitto di questo tipo. Ragione per cui l’attacco contro Khamenei è stato scatenato da Israele su informazione dell’intelligence iraniana.
In un’intervista con la radio NPR su quanto preavviso avesse dato l'amministrazione Trump al Congresso, il senatore democratico Tim Kaine ha risposto: “Zero. Le prove suggeriscono che il segretario di stato abbia chiamato il presidente della Camera, e basta. Noi non abbiamo ricevuto alcun preavviso”. L’ennesimo tentativo di espansione dell’autorità presidenziale di Donald Trump, maggiormente preoccupato di far apparire la sua faccia su tutti i manifesti delle celebrazioni dei 250 anni dell’Indipendenza (la sua faccia appare anche sulle card e i biglietti del Servizio nazionale dei parchi). Per il sindaco newyorkese Zohran Mamdani, “gli americani non vogliono un'altra guerra per cambiare il regime. Vogliono una risposta alla crisi dell'accessibilità economica. Vogliono la pace”.
Lo scenario energetico
Nei prossimi giorni vedremo il costo del petrolio e del gas esplodere. Questa è la tesi di quasi tutti i commentatori sui network statunitensi. I mercati non riapriranno fino a lunedì 2 marzo, c’è da attendersi un importante aumento sui prezzi delle fossili (il petrolio è cresciuto di dieci dollari da gennaio) anche se anni di sanzioni statunitensi hanno fatto sì che le esportazioni petrolifere dell'Iran non costituiscano più una quota rilevante dell'offerta mondiale. Il vero problema è lo Stretto di Hormuz, dove passa tutto il petrolio e il GNL del Golfo. Durante la sera di sabato 28 febbraio, le autorità iraniane hanno annunciato di chiudere il transito a tutte le navi. Inoltre nelle ultime ore l’Arabia Saudita e altri paesi del Golfo stanno valutando se entrare nel conflitto. Intanto, l’Opec+ ha annunciato che aumenterà la produzione di petrolio nel tentativo di calmare i mercati, dopo la conferma dell’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei.
Kevin Book, direttore della ricerca presso ClearView Energy Partners, una società di consulenza con sede a Washington, ha dichiarato al Financial Times: "La SPR statunitense [la riserva strategica, nda] dispone ancora di abbondanti riserve di petrolio da utilizzare in caso di emergenza, ma quando si tratta di scorte strategiche la durata è importante. Anche la portata lo è. Una crisi completa dello Stretto di Hormuz potrebbe superare le compensazioni fornite dalle scorte strategiche degli Stati Uniti e dei membri dell'Agenzia internazionale per l'energia".
La tematica preoccupa soprattutto gli europei. E non solo per il petrolio. A spiegarci le conseguenze economiche del conflitto in Iran è Ana Maria Jaller-Makarewicz, Lead Energy Analyst presso l'Istituto per l'economia energetica e l'analisi finanziaria (troverete una sua intervista integrale sul prossimo numero del Magazine, in uscita il 12 marzo): "Se si interrompe la fornitura di GNL dal Qatar questo spingerebbe l'Europa a importare il 65% del proprio GNL dagli Stati Uniti. I livelli di stoccaggio del gas in Europa sono relativamente bassi, circa il 30% della capacità; quindi, saranno necessarie importazioni record di GNL, sempre dagli Stati Uniti, per riempire gli stoccaggi. Dal punto di vista dei prezzi, l'hub del gas TTF europeo vedrà un aumento drammatico della volatilità e i prezzi potrebbero salire ai valori record del 2022. È chiaro che la sicurezza energetica dell'Europa potrebbe essere nuovamente compromessa da interruzioni delle forniture, aumento della dipendenza dalle importazioni, volatilità dei prezzi e incertezza del mercato”.
La soluzione al rischio fossile rimane una: sostituire il consumo di gas con energie rinnovabili ed efficienza energetica è fondamentale per diminuire la dipendenza dalle importazioni di GNL. A prova di ayatollah e presidenti lunatici.
In copertina e nel testo: foto ©E.Bompan
