C’è un momento, durante l’informativa urgente di Giorgia Meloni alla Camera, in cui la presidente del Consiglio definisce il suo viaggio nel Golfo “non turismo diplomatico” ma “preciso dovere del presidente del Consiglio”. La destinazione di quel dovere, però, è ancora una volta la ricerca di gas fossile. Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Algeria e, presto, Azerbaigian: la mappa della sicurezza energetica secondo Palazzo Chigi è un atlante di gasdotti e petroliere, senza una sola fermata nel territorio delle rinnovabili.
Meloni rivendica con orgoglio il taglio di 25 centesimi al litro su benzina e diesel e il “meccanismo anti-speculazione che sta funzionando”. Funziona? I numeri raccontano un’altra storia. Il diesel self-service ha toccato i 2,13 euro al litro alla vigilia di Pasqua, con un incremento del 30,2% rispetto allo stesso periodo del 2025, quando costava 1,609 euro. Un pieno di gasolio è oggi più caro di 24 euro rispetto a un anno fa. La benzina, per ragioni legate al riallineamento delle accise, se la cava con un +2,7%, ma il Codacons ha calcolato una stangata complessiva di 1,3 miliardi di euro in più per gli automobilisti solo nella settimana pasquale.
Taglio delle accise ma i prezzi salgono ancora, diesel sopra 2,1 euro, titolava l’ANSA pochi giorni fa. Nonostante il taglio, insomma, i prezzi continuano a salire. Il meccanismo, più che funzionare, arranca. A pesare non è solo la crisi mediorientale: il governo stesso, con la Legge di Bilancio 2026, ha riallineato le accise sul gasolio, azzerando il vantaggio storico del diesel. Una mano che dà, l’altra che toglie.
Campagna elettorale e ETS
Ma è sullo Stretto di Hormuz che il discorso tocca i punti nevralgici della crisi attuale, non tanto per la geopolitica, quanto per le sue ricadute sulla finanza pubblica. Se l’Iran “dovesse ottenere la facoltà di applicare extra-dazi ai transiti nello Stretto, le conseguenze economiche sarebbero imponderabili”, avverte Meloni. Fin qui, analisi condivisibile. Ma il salto logico fa dire ai cronisti parlamentari di lungo corso: “Ecco che parte la campagna elettorale”. Se la crisi peggiora, dice la presidente del Consiglio, “non dovrebbe essere un tabù ragionare sulla possibile sospensione temporanea del Patto di stabilità e crescita. Non una deroga per singolo stato membro, ma un provvedimento generalizzato”, come durante la pandemia.
Tradotto: Hormuz diventa la chiave per aprire i rubinetti della spesa pubblica. E la prossima legge di Bilancio − l’ultima della legislatura, quella preelettorale − potrebbe beneficiarne enormemente. Non a caso, nella stessa informativa, Meloni promette che “continueremo a lavorare per ridurre il carico fiscale a cittadini, famiglie e imprese. Perché questo avevamo promesso, questo abbiamo fatto e questo continueremo a fare, anche con la prossima legge di bilancio”. Il cerchio si chiude: la crisi geopolitica alimenta la narrazione emergenziale, l’emergenza giustifica la deroga ai vincoli europei, la deroga potrebbe essere il trampolino di lancio per finanziare le promesse elettorali.
L’unica volta che la parola “rinnovabili” entra nel discorso è riferita agli ETS, con un copione ormai noto. L’Emission Trading System per Meloni “finisce per gravare anche sul prezzo dell’energia prodotta con fonti rinnovabili, gonfiando artificialmente i prezzi energetici” con “punte che per noi toccano i 30 euro per megawatt/ora”. E chiede di “sospendere temporaneamente l’applicazione dell’ETS alla produzione di elettricità da fonti termiche”. Un “provvedimento straordinario e urgente che serve subito”.
Sul fronte europeo, però, la partita sembra essere già chiusa, o comunque definitivamente orientata su altre vie. Al Consiglio europeo di marzo, infatti, la richiesta italiana di sospensione è stata bocciata. Francia e Germania, pur con sfumature diverse, si sono schierate contro lo smantellamento. Il ministro francese dell’Industria Sébastien Martin è stato chiaro: sull’ETS “è necessario essere prudenti”, ci sono “punti che meritano di essere ridiscussi”, ma “da qui a far saltare tutto, non è la posizione della Francia”. Il cancelliere Merz ha definito l’ETS “un grande successo”. Pedro Sánchez ha accusato chi vuole “sfruttare la crisi energetica per indebolire le politiche climatiche europee”. Il compromesso di Von der Leyen è stato netto: nessuna sospensione, revisione in estate. Meloni lo sa, ma insiste. Evidentemente, la battaglia persa a Bruxelles ha più valore come slogan interno che come politica europea.
Più fossile, silenzio sulle rinnovabili
C’è stato poi il momento retorico più rivelatore. La premier si dice “testardamente unitaria” sul fronte occidentale, rubando la formula a Elly Schlein (che in aula sorride): “Se può permetterselo lei rispetto alle variopinte forze politiche che compongono il campo largo, potrò ben permettermelo io rispetto a Europa e Stati Uniti”. Ma quando Meloni dice “Occidente”, di quale Occidente parla? Perché la sua informativa somiglia molto più all’agenda di Washington che a quella di Bruxelles. Più gas, più fossile, nessuna accelerazione sulle rinnovabili, sospensione degli strumenti climatici europei.
Però, proprio oggi arriva un dato eloquente dagli Stati Uniti, quelli di Donald Trump, dove le rinnovabili corrono come mai prima. Secondo Bloomberg, nel 2025 la generazione da fonti rinnovabili ha toccato il record storico: 1.162 terawatt-ora, il 26% di tutta l’elettricità statunitense, con un aumento del 10% in un solo anno. Il solare e lo stoccaggio hanno rappresentato il 79% della nuova capacità installata nel primo anno dell’amministrazione Trump. Come ha sintetizzato David Livingston, ex advisor di John Kerry, intervistato oggi dal Sole 24 Ore: “Nel primo anno del secondo mandato di Trump è stata installata più energia pulita che in tutta la storia degli Stati Uniti. Il mercato premia l’innovazione”. Persino in un’America che smantella gli incentivi federali il mercato va dove conviene. L’Italia di Meloni, invece, non ne parla nemmeno.
Extraprofitti: l’elefante nella stanza
La questione degli extraprofitti delle società energetiche è l’elefante nella stanza che viene liquidato con un sostanziale rinvio. Meloni assicura che “l’Italia rimane pronta ad attivare ogni possibile misura per prevenire possibili comportamenti speculativi, compresi ulteriori interventi sui profitti delle società energetiche”. Parole caute, al condizionale, con quel “se necessari” che funziona da clausola di salvaguardia.
Il ministro dell’ambiente Pichetto Fratin, intercettato dai cronisti in Transatlantico, rilancia la palla a Bruxelles: il ragionamento sugli extraprofitti “va fatto a livello europeo”, perché “sia le modalità sia l’eventuale intervento è una scelta a livello europeo e non nazionale”. Proprio nelle stesse ore, però, il commissario UE all’economia Dombrovskis diceva l’esatto opposto in audizione al Parlamento europeo: “In senso stretto, nulla impedisce agli stati membri di applicare questa tassa sugli extraprofitti, perché la tassazione diretta rientra ampiamente nelle competenze degli stati membri”. Insomma: l’Italia dice che deve decidere l’Europa, l’Europa dice che possono decidere gli stati. E nessuno decide.
Pichetto: “Non sono preoccupato nel modo più assoluto”
Mentre Meloni evoca lo “shock energetico più pesante che abbiamo visto di recente”, il suo ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin rassicura: sulle riserve di gas “non sono preoccupato nel modo più assoluto”, l’iniettato è al 43%, “il più alto d’Europa”. Nessun rischio nemmeno sul petrolio, dice, “può esserci qualche situazione particolare”, in riferimento al carburante per aerei, la cui raffinazione avviene in gran parte nel Golfo Persico. Una “situazione particolare” che ha già causato restrizioni in quattro aeroporti italiani.
Il contrasto è stridente: la premier costruisce la narrazione dell’emergenza per giustificare deroghe europee e promesse fiscali, il ministro la smonta per rassicurare i mercati. Comunicazione a doppio binario o cortocircuito governativo?
Il grande assente: una strategia energetica
L’opposizione non ha mancato di cogliere il punto dell’assenza di una strategia energetica. Conte ha ricordato che “Sanchez non fa transizione ideologica: ha continuato a investire nelle rinnovabili. E ora hanno efficientamento energetico, diversificazione e maggiore sicurezza. Lei ha promesso acquisto di gas americano molto costoso a Trump e ha aumentato le accise”. Schlein ha parlato di “discorso di autoconvincimento”. Bonelli ha detto che quello di Meloni è “il discorso del declino” e “l’apertura della campagna elettorale”. Renzi ha tagliato corto: “Il primo comizio della campagna 2027”. Calenda ha denunciato la mancanza di gravitas: “Non è tempo di guelfi e ghibellini”.
Al netto delle posizioni di parte, resta un dato oggettivo: in un’informativa urgente sull’azione di governo interamente dedicata alla crisi energetica, la parola “rinnovabili” compare solo come effetto collaterale dell’ETS. Nessuna visione, nessuna strategia di diversificazione verso le fonti pulite, nessun piano di accelerazione che usi la crisi come leva per ridurre strutturalmente la dipendenza dai fossili. Solo gas, diplomazia petrolifera e promesse fiscali.
Dopo quattro anni di governo, dopo aver gestito la crisi ucraina e ora quella mediorientale, la ricetta è sempre la stessa: cercare nuovi fornitori di gas, tagliare le tasse, sospendere le regole europee. L’unico ambito in cui Meloni ammette di non essere soddisfatta è la sicurezza, e la risposta è coerente col resto: non una riforma, ma un’escalation. “Stiamo lavorando per introdurre la figura dell’ausiliario dei Carabinieri e delle Forze di polizia, assumendo diecimila unità di volontari in ferma prefissata per fare attività di sicurezza e controllo del territorio”, ha annunciato. Diecimila ausiliari in divisa per le strade, in un paese che avrebbe bisogno di diecimila tecnici per le comunità energetiche. Sul palcoscenico della Camera la campagna elettorale 2027 è ufficialmente aperta.
In copertina: Giorgia Meloni alla Camera fotografata da Stefano Caofei, Agenzia IPA
