Mentre la Camera dei deputati approva con voto di fiducia il Decreto bollette − 203 voti favorevoli, 117 contrari, 3 astenuti, la prima fiducia dopo la consultazione referendaria − a Bruxelles Eurostat diffonde i dati sull’inflazione di marzo nell’eurozona: 2,5%, in aumento di sei decimali rispetto a febbraio. A trainare il rialzo è una sola voce: l’energia, che segna un +4,9% su base annua dopo mesi di segno negativo.
La guerra in Iran in meno di un mese ha fatto schizzare il Brent oltre i 100 dollari al barile e il gas europeo è salito di oltre il 50% in un mese. È lo sfondo su cui il DL 21/2026 − dodici articoli originari, otto aggiunti in commissione, un provvedimento da circa cinque miliardi di euro (o 3,5 a seconda delle fonti: Palazzo Chigi versus MASE) − ha completato il suo passaggio a Montecitorio. A porre la questione di fiducia è stato il ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin. Il provvedimento passa ora al Senato e la scadenza per la conversione in legge è il 21 aprile: tempi strettissimi, margini di manovra quasi nulli. Le misure erano state definite prima del conflitto in Iran, ma arrivano in Aula nel pieno dello shock energetico.
Decreto bollette o decreto energia?
Il decreto si chiama “bollette” perché promette di proteggere famiglie e imprese dal caro energia. L’articolo 1 destina 115 euro di contributo straordinario ai 2,64 milioni di nuclei titolari del bonus sociale elettrico, portando il beneficio complessivo a 315 euro annui. Nel passaggio in commissione è stato aggiunto il diritto alla compensazione per la fornitura del teleriscaldamento. Per chi non rientra nel bonus ma ha un ISEE inferiore a 25.000 euro, i venditori possono offrire volontariamente un contributo fino a 60 euro a utenza. Una misura su base volontaria da parte delle imprese.
L’articolo 2 impone ad ARERA di riallineare le tempistiche di versamento degli oneri tariffari, con un beneficio stimato in 850 milioni di euro. L’articolo 3 aumenta di due punti l’aliquota IRAP per le aziende energetiche (dal 3,9 al 5,9%) destinando il gettito alla riduzione della componente ASOS nelle bollette delle imprese. Misure sufficienti a cambiare qualcosa? In Aula, durante le dichiarazioni di voto, Angelo Bonelli di AVS ha mostrato ai banchi del governo una tabella con i prezzi spot dell’energia in Europa aggiornata a oggi: 8,36 euro al megawattora in Spagna, 161 in Italia. “Avete capito che avete sbagliato tutto?”, ha chiesto. Il prezzo medio del 2026 è 44 euro/MWh a Madrid, 130 a Roma. “Il governo Meloni ha speso 40 miliardi di euro per contenere i costi dell’energia dall’inizio del mandato, eppure l’Italia resta il paese con i prezzi più alti d’Europa.”
Nel 2025 le rinnovabili hanno registrato un arretramento del 27% secondo i dati ARERA, mentre in Spagna le fonti pulite coprono il 60% del fabbisogno elettrico e i prezzi parlano da soli. Carlo Calenda ha definito il decreto “un pannicello caldo che non cambia niente strutturalmente”. Maurizio Lupi di Noi Moderati ha parlato di “primo segnale concreto”, aggiungendo subito che “per mettere davvero in sicurezza l’Italia serve accelerare sia sul nucleare civile sia sulle rinnovabili”. Perfino dentro la maggioranza il provvedimento non convince fino in fondo.
Dal telemarketing alla proroga al carbone: le novità
Ma il problema non è solo l’insufficienza delle misure di sostegno. È nel passaggio parlamentare che il decreto ha cambiato pelle, e il nome “bollette” è diventato un eufemismo. Due emendamenti approvati in Commissione attività produttive ne ridefiniscono la portata politica.
Il primo è quello che ormai tutti chiamano “salva carbone”: a prima firma Riccardo Molinari della Lega, riformulato dal governo e sottoscritto dall’intera maggioranza più Azione, proroga al 31 dicembre 2038 la chiusura delle centrali a carbone in Italia. Il PNIEC prevedeva la cessazione della produzione elettrica da carbone entro il 2025 per le centrali del continente ed entro il 2028 per quelle in Sardegna, scadenze già saltate nei fatti, con Brindisi e Civitavecchia in stand-by da fine anno. Ma tra l’inerzia e la norma c’è una differenza enorme: ora il rinvio è legge, nero su bianco, tredici anni in più per le quattro centrali ancora formalmente operative (Brindisi Sud-Cerano, Civitavecchia Torrevaldaliga, Fiumesanto e Portovesme) che coprono meno dell’1% del fabbisogno elettrico nazionale. A Palazzo Montecitorio, fonti interne della maggioranza ci sussurrano che sarebbe una rivalsa verso le politiche energetiche europee per la non revisione degli ETS da parte di Bruxelles. Una partita, quella degli ETS, ancora tutta aperta.
Sei organizzazioni − Forum Disuguaglianze Diversità, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment e WWF − hanno definito la proroga “grave e incoerente”, avvertendo che rischia di essere “incompatibile con gli obblighi derivanti dal diritto europeo e dal diritto internazionale” e potenzialmente in contrasto con gli articoli 9 e 41 della Costituzione, riformati nel 2022 per rafforzare la tutela dell’ambiente anche nell’interesse delle generazioni future. Luana Zanella, capogruppo di AVS alla Camera, ha ricordato che queste centrali hanno prodotto nel 2025 circa 2 miliardi di chilowattora su un fabbisogno di 311 miliardi: meno dell’1%, ma con il carico di emissioni più pesante del sistema elettrico.
Il secondo nodo riguarda l’articolo 7, che affronta la saturazione virtuale della rete elettrica, il fenomeno per cui migliaia di megawatt di capacità sono formalmente prenotati da progetti che non si realizzeranno mai, bloccando l’accesso ai nuovi impianti rinnovabili. L’intenzione del governo è di fare pulizia: Terna dovrà pubblicare trimestralmente la capacità disponibile per zona e le soluzioni di connessione non validate decadranno. Ma l’effetto collaterale, denunciato dall’Alleanza per il fotovoltaico, è il rischio di colpire anche progetti in fase avanzata che hanno già superato verifiche tecniche e ambientali. Bonelli cita numeri eloquenti: il 72% della capacità bloccata dalla saturazione riguarda le rinnovabili, il 78% gli impianti di accumulo. Sbloccare la rete è necessario, ma il come fa la differenza tra accelerare la transizione e frenarla.
Il provvedimento cambia le regole anche sugli incentivi al fotovoltaico sopra i 20 kW: i titolari che beneficiano dei quattro meccanismi del Conto energia con scadenza dal 2029 possono scegliere volontariamente di ridurre del 15 o del 30% i premi tariffari tra il 2026 e il 2027, in cambio di un’estensione della convenzione di 3 o 6 mesi. Un meccanismo che ricorda lo spalma-incentivi del 2014, anche se tecnicamente diverso: là fu un taglio obbligatorio, qui l’adesione è volontaria. Il parallelo resta politicamente significativo. Il decreto introduce inoltre un procedimento autorizzativo unico per i data center, con tempi fino a 10 mesi prorogabili, senza alcun obbligo di approvvigionamento da fonti rinnovabili: un’assenza significativa, considerando che un hyperscale data center può assorbire oltre 100 megawatt.
Tra le altre novità introdotte in commissione, una stretta sul telemarketing − con divieto di sollecitazioni commerciali telefoniche e via messaggio − e nuove regole di trasparenza: le aziende venditrici dovranno comunicare periodicamente ad ARERA i propri margini di profitto. L’articolo 4 spinge sui contratti a lungo termine da fonti rinnovabili, i Power Purchase Agreement, con il GSE come garante di ultima istanza. Il decreto interviene anche sulle bioenergie e prevede che GSE e SNAM vendano il gas stoccato nel 2022, destinando il ricavato alla riduzione degli oneri tariffari per i gasivori.
La partita aperta sull’ETS
Intanto, a Bruxelles si prepara un altro pezzo del puzzle. Domani, 1° aprile, la Commissione europea presenterà proposte di modifica del mercato ETS, il sistema di scambio delle quote di emissione che il governo italiano ha messo nel mirino fin dall’approvazione del decreto. Il DL 21/2026 prevede un rimborso di alcuni oneri sul gas naturale utilizzato per la produzione di energia elettrica, tra cui il costo per l’acquisto dei permessi di emissione ETS, che viene ridistribuito negli oneri sui prelievi di elettricità. L’obiettivo dichiarato della Commissione è ridurre la volatilità dei prezzi delle quote, senza smantellare il meccanismo. I costi legati all’ETS rappresentano in media l’11% delle bollette elettriche industriali in Europa: il 14% in Germania, il 5 in Francia, l’11 in Italia. La partita è aperta, ma la direzione europea appare chiara: aggiustare, non demolire.
Il tutto si consuma mentre il conflitto in Iran ridisegna lo scenario energetico globale. L'OCSE ha tagliato le previsioni di crescita per l’eurozona allo 0,8% nel 2026 e alzato quelle sull’inflazione al 2,6. Per l’Italia, la crescita stimata è dello 0,4%. La BCE ha rivisto al rialzo le proiezioni d’inflazione al 2,6% per l’anno in corso (erano 1,9 a dicembre) e non esclude rialzi dei tassi già da aprile. Christine Lagarde ha avvertito che “l’attuale crisi energetica sottolinea l’imperativo di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili”.
È esattamente il contrario di ciò che fa il Decreto bollette nella sua versione uscita dalla Camera. Sulla pelle della povertà energetica si è giocata anche una partita tutta politica: i tre deputati di Futuro Nazionale (Sasso, Ziello e Pozzolo, i vannacciani usciti dalla Lega) hanno votato contro sia alla fiducia sia al provvedimento. Roberto Vannacci aveva definito il decreto “inefficace” e promesso “un segnale forte”. Una frattura interna alla maggioranza che non ne ha minato i numeri, ma ne segnala le contraddizioni: perfino chi sta alla destra del centrodestra considera il decreto inadeguato, anche se per ragioni opposte a quelle delle associazioni ambientaliste.
Il decreto arriva ora al Senato con la scadenza del 21 aprile e un carico di nodi irrisolti. Il contributo di 115 euro alle famiglie vulnerabili è una misura necessaria ma che non cambia i fondamentali di un sistema energetico dipendente dal gas e sempre più esposto alla volatilità geopolitica. La proroga del carbone è un segnale politico che va ben oltre la sicurezza degli approvvigionamenti. E il voto di fiducia, come sempre, è servito a evitare che il Parlamento ne discutesse troppo.
In copertina: Gilberto Pichetto Fratin fotografato da Stefano Carofei, Agenzia IPA
