Il secondo round di negoziati sul nucleare tra Stati Uniti e Iran a Ginevra si è concluso senza un accordo. E mentre le delegazioni si concentravano sugli aspetti tecnici del dossier, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Pasdaran) ha chiuso per alcune ore lo Stretto di Hormuz, sbocco commerciale strategico del Golfo Persico attraverso cui transita circa un quinto delle esportazioni globali di petrolio e gas.
Un accordo tra Washington e Teheran non solo placherebbe le crescenti tensioni nella regione, ma scongiurerebbe costose interruzioni nella fornitura energetica globale. Alla fine dell’incontro di Ginevra, il ministro degli esteri iraniano Abbas Araqchi ha comunque dichiarato di aver raggiunto un'intesa sui principali "principi guida", anche se “c'è ancora molto lavoro da fare”.
I negoziati nucleari
Dopo un precedente turno di colloqui a inizio febbraio in Oman, le delegazioni sono arrivate a Ginevra oggi, martedì 17 febbraio, partendo da posizioni negoziali piuttosto divergenti. Da una parte gli Stati Uniti che chiedono l’azzeramento della capacità di arricchimento dell’Iran (unico paese privo di armi nucleari ad arricchire uranio a livelli considerati preoccupanti dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica), l’eliminazione delle scorte di uranio arricchito (si parla circa 450 kg trasferibili in Russia), e, su richiesta di Israele, restrizioni sul programma nazionale dei missili balistici, siluri a lunga gittata, difficili da intercettare, che lo scorso giugno Teheran lanciò in risposta agli attacchi israeliani.
Dall’altra parte, la Repubblica Islamica, membro del Trattato di non proliferazione nucleare, sarebbe disposta a diluire le sue riserve di uranio arricchito, ma solamente in cambio di una revoca del pacchetto di sanzioni che le Nazioni Unite e alcuni paesi europei, tra cui Francia, Regno Unito e Germania, hanno ripristinato lo scorso settembre. L’accusa, respinta da Teheran, è di aver violato l’accordo del 2015 (Joint Comprehensive Plan of Action), con cui l’Iran si impegnava a non sviluppare armi nucleari. Emerge una chiusura totale invece sul ridimensionamento del programma nazionale “missili balistici”, considerati da Teheran uno strumento fondamentale di difesa e deterrenza.
Di certo i proclami dei leader nelle ore precedenti non hanno contribuito a smorzare i toni. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, lunedì, il giorno precedente all’incontro, aveva intimato agli iraniani che sarebbe conveniente per loro trovare un accordo “se non vogliono vedere le conseguenze". Poche ore dopo, la Guida Suprema iraniana, l'Ayatollah Ali Khamenei, aveva risposto che la Repubblica possiede la forza militare in grado di affondare una portaerei statunitense, riferendosi al dispiegamento di almeno una dozzina di navi da guerra USA presenti nella zona di Hormuz.
La rotta di Hormuz a rischio
Le esercitazioni militari dei Pasdaran nello stretto di Hormuz e il suo blocco temporaneo rivelano l’importanza strategica del corridoio marittimo come strumento di ritorsione commerciale. Chiuderlo al traffico commerciale marittimo a lungo determinerebbe un aumento dei prezzi del petrolio greggio e dell’export di gas, con implicazioni negative per Stati Uniti, Cina, Unione Europea, ma anche per l’Iran stesso.
Con una rotta di navigazione larga solo 3 km in entrambe le direzioni, lo stretto di Hormuz è diventato una sorta di checkpoint energetico, che Teheran minaccia saltuariamente di chiudere in caso di conflitti, come nella guerra tra Iran e Israele del giugno scorso, e intimidazioni provenienti dalla Casa Bianca.
L’Iran detiene la seconda riserva di gas naturale più grande al mondo e la terza di petrolio greggio, risorse che, secondo quanto dichiarato dal viceministro degli esteri iraniano Hamid Ghanbar, condividerebbe volentieri con Washington in caso di intesa. Nonostante le sanzioni imposte dalle Nazioni Uniti e dall’Occidente, il greggio iraniano continua a trovare mercato, soprattutto nelle raffinerie cinesi, che, dopo la cattura di Maduro e le spedizioni di petrolio venezuelano bloccate, sono in cerca di altri partner.
Secondo quanto riportato da Reuters, le raffinerie indipendenti cinesi, con sede principalmente nella provincia orientale dello Shandong, danno priorità agli acquisti di greggio iraniano sanzionato per via dei forti sconti: i barili venezuelani commercializzati da intermediari come Vitol o Trafigura, o il petrolio pesante dal Canada, risultano infatti molto più costosi.
Tra i paesi più esposti al blocco dello stretto di Hormuz figura anche l’Italia, che a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina e l’obbligo di diversificare l’import di gas, ha scelto il Qatar tra i principali partner commerciali. Nel 2024 oltre la metà del gas naturale liquefatto importato proveniva da Doha, con circa 6,6 miliardi di metri cubi di gas. Sebbene la quota di GNL statunitense sia destinata crescere e sostituire parte della quota qatariota, i contratti di lungo termine sono pieni di incertezze, viste le tensioni geopolitiche. Per esempio, nel 2023 la società statale QatarEnergy firmò un accordo commerciale con ENI di 27 anni per la vendita di un milione di tonnellate di GNL all’anno. Dopo Stati Uniti e Russia, il Qatar figura tra i maggiori esportatori di GNL in Europa, con un valore di scambio che si aggira attorno ai 34 miliardi di euro.
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In copertina: l'Ayatollah Ali Khamenei © Iranian Supreme Leader'S Office/ZUMA Press Wire/Shutterstock, via Agenzia IPA
