Il riciclo è un driver di competitività per l’Italia, ma il suo valore ambientale non è ancora riconosciuto abbastanza. Come negli ultimi tre anni, il rapporto Il Riciclo in Italia, realizzato dalla Fondazione in per lo sviluppo sostenibile in collaborazione con 19 filiere industriali e presentato giovedì 11 dicembre a Milano, evidenzia anche per il 2025 le eccellenze e le criticità di un sistema industriale protagonista di due percorsi ormai irreversibili: la transizione circolare e la sicurezza nell’approvvigionamento di materie prime critiche e non.

Tuttavia, la crisi del riciclo della plastica, le difficoltà nella raccolta dei RAEE e la competizione, talvolta sleale, con i mercati esteri, sono segnali di un’industria in affanno che in nome delle sue virtù ambientali vuole essere presa più sul serio.

Come sta l’industria del riciclo italiana

L’Italia è il paese europeo che ricicla più rifiuti urbani e speciali (85,6% nel 2022), ma è il terzo per tasso di circolarità (21,6% nel 2024), ovvero solamente un quinto delle materie prime seconde trovano mercato sostituendo quelle vergini. Per un’economia storicamente povera di commodity e fortemente dipendente dall’import di materiali (46%), il riciclo diventa un asset strategico e di competitività.

Dal 2019 il costo delle importazioni di materiali è salito da 424,2 miliardi a oltre 568 nel 2024, più del doppio della media europea. Secondo Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, è necessario rendere più competitiva l’industria del riciclo per ridurre questa dipendenza materica, soprattutto in ottica di transizione energetica per la quale la domanda di minerali critici è in costante crescita.

La crisi del riciclo delle plastiche e lo stallo della raccolta e riciclo dei RAEE, i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, non sono buone notizie per la sostenibilità economica della circolarità italiana. Competitività e riconoscimento economico del valore ambientale del riciclo vanno a braccetto, non a caso sono state le parole d’ordine dei panel che hanno seguito la presentazione del report.

Secondo Simona Fontana, direttrice generale di CONAI (Consorzio nazionale imballaggi) l’Italia ha costruito negli anni una leadership nell’industria del riciclo che però oggi non viene riconosciuta a sufficienza. “Dobbiamo cambiare ottica”, ci spiega. “La transizione green per essere competitiva necessita innanzitutto di maggiori controlli sia sull’importazione di materie prime seconde che sull’adozione delle norme di circolarità, dall’adozione dei criteri minimi ambientali, sugli acquisti della pubblica amministrazione, fino ai controlli sul contenuto riciclati.”

Il riciclo degli imballaggi cresce, ma non la raccolta dei RAEE

Gli imballaggi sono la filiera con maggiore utilizzo di materie prime seconde: nel 2024 il 66% del vetro proveniva dal riciclo; il 54% per la carta e il cartone, mentre la plastica si attesta intorno al 51,1 %, oltre il target europeo del 50%. Nel 2024 la produzione di acciaio nazionale ha utilizzato quasi 20 milioni di tonnellate di rottame ferroso riciclato, l’89% del fabbisogno. Bene anche l’industria dell’arredo che sfrutta un tasso di riciclo del 67,2% da scarti di legno.

Fatica però ancora a decollare il tasso di raccolta in Italia dei RAEE che nel 2024 scende sotto al 30%, molto lontano dal target europeo del 65% in vigore dal 2019. Lo scorso anno la Commissione europea ha posto diversi stati membri, tra cui l’Italia, sotto procedura d’infrazione per il mancato raggiungimento dei target. Secondo il report di Fondazione per lo sviluppo sostenibile, manca uno sviluppo di una rete impiantistica a tecnologia complessa per il recupero delle materie prime critiche, nonostante la raccolta di batterie, pile e accumulatori portatili esausti abbia registrato un incremento del 10,5%.

“Ci sono segnali di leggero miglioramento, ma siamo ancora molto lontani dagli obiettivi europei. Serve investire sulla comunicazione per far capire ai cittadini l’importanza del riciclo dei RAEE”, ha detto Andrea Fluttero, presidente del consorzio Erion Compliance Organization.

Gli operatori delle plastiche chiedono più controlli 

Come prevedibile, il report si è soffermato sui sintomi e le cause della lunga emergenza che tormenta i riciclatori di plastiche. “I fatturati sono calati, domanda e prezzi sono scesi ai minimi, anche l’anno scorso avevamo segnalato le difficoltà del settore, ma la crisi sta peggiorando”, ha commentato Ronchi. Il PET da riciclo, il tipo di plastica più diffusa e menzionata, ha registrato un calo di fatturato del 18%, soprattutto a causa della crescente concorrenza di PET vergine e riciclato a basso costo proveniente dall’Oriente.

Nel corso degli ultimi mesi sono stati convocati diversi tavoli ministeriali. Nell’ultimo, organizzato il 25 novembre, il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (MASE) ha optato per un credito d’imposta del 36% sull’acquisto di prodotti e imballaggi realizzati con materiali di recupero.

Una misura ritenuta insufficiente da diversi operatori, tra cui Assorimap (l’Associazione nazionale riciclatori e rigeneratori di materie plastiche) che l’11 novembre aveva indetto uno sciopero contro la mancanza di misure, fermando gli impianti.

Dopo l’ultimo meeting con il MASE, attraverso una nota, il presidente di Assorimap Walter Regis ha dichiarato: “Affidarsi a questo strumento significa lasciare ad altri soggetti la discrezionalità di scegliere il riciclato in alternativa al prodotto vergine, senza affrontare il nodo dei costi di produzione né contrastare la minaccia delle importazioni low cost asiatiche”.

“Le raccolte di rifiuti da imballaggio non devono mai fermarsi e su questo stiamo monitorando il flusso che è tornato alla normalità”, spiega a Materia Rinnovabile Simona Fontana. Tra le propose a medio lungo termine, CONAI accoglie gli incentivi proposti dal governo come i crediti d’imposta e la defiscalizzazione su chi utilizza plastica riciclata, ma suggerisce soluzioni più strutturali.

“Dovrebbe esser chiarita la responsabilità − su chi ricade il contenuto riciclato obbligatorio per esempio delle bottiglie in PET − e vengano fatti dei controlli sull’effettivo utilizzo e sulla qualità del materiale riciclato”, aggiunge Fontana. Al momento non esiste né un sistema di controllo né sanzioni che facciano rispettare l’obbligo del 25% di contenuto riciclato nelle bottiglie di PET, in vigore dal 1° gennaio 2025. CONAI propone un rafforzamento dei controlli alle dogane per le plastiche provenienti dall’Oriente, che non sempre garantiscono compatibilità con il contatto alimentare.

Un altro tema, condiviso anche da Assorimap, è la creazione di un mercato dei crediti di plastica, certificati monetizzabili che rappresentano un peso specifico di plastica raccolta e riciclata da un'organizzazione.

Il prossimo tavolo ministeriale è programmato per il 22 dicembre, e il MASE confida di riuscire a risolvere alcune delle criticità sollevate dagli operatori. “Ragioneremo in primis su come risolvere la competizione sleale con i mercati orientali”, dice Luca Proietti, direttore generale economia circolare e bonifiche del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, che sottolinea la necessità di rafforzare il sistema di controlli in dogana con la collaborazione della Guardia di finanza. Chissà che, dopo tanti tentativi, non sia proprio questo incontro prenatalizio a gettare finalmente le basi per la rinascita del riciclo plastiche.

 

In copertina: foto di Jilbert Ebrahimi, Unsplash