Dal 2005 a oggi il mondo è cambiato, parecchio. Un esempio su tutti? Chi c’era ricorda qualche primo BlackBerry, ma non sapeva neppure cosa fosse uno smartphone. Le vicende odierne ci ricordano che quel lontano 2005 segnava anche l’avvio del mercato europeo per lo scambio di quote di emissioni, il meccanismo ETS. Dopo oltre vent’anni dalla sua introduzione, è legittimo chiedersi se l’ETS sia adatto al nuovo contesto e se sia ancora un efficace strumento di incentivazione per accompagnare la decarbonizzazione europea. Il dibattito sulla sua revisione, già previsto da Bruxelles per questa estate, ha quindi una sua fondatezza: i mercati cambiano, le tecnologie evolvono e anche gli strumenti di policy richiedono un aggiornamento.

L’ETS non è rimasto lo stesso del 2005. Si è evoluto nel tempo, ampliando il proprio perimetro a nuovi settori, e altri paesi si sono ispirati al modello europeo. In questi vent’anni è stato oggetto di numerosi interventi normativi che ne hanno progressivamente aggiornato il funzionamento. Le riforme strutturali sono state almeno tre, a cui si aggiunge l’introduzione della Market Stability Reserve, che incide direttamente sull’equilibrio del sistema.

Quello che rischia di essere fuorviante è trasformare questa discussione in una delegittimazione più ampia della transizione energetica. L’attuale contesto internazionale mostra l’importanza di preservare una direzione strategica: ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e rafforzare la competitività industriale europea.

In questo quadro, l’ETS ha fornito un innegabile contributo alla sempre maggiore diffusione delle rinnovabili e alla riduzione delle emissioni industriali. E non si tratta di un mero calcolo delle emissioni, ma della capacità dell’Europa di posizionarsi nelle filiere delle tecnologie pulite, in un contesto globale segnato da politiche industriali aggressive, dalla Cina agli Stati Uniti, non dimenticando il ruolo di numerose economie più o meno emergenti.

Aggiornare l’ETS può essere necessario, ma indebolire i segnali economici che orientano gli investimenti verso la decarbonizzazione significa rallentare la trasformazione delle nostre economie.

Per l’Italia, questo si intreccia con un ritardo strutturale nel percorso di uscita dalle dipendenze fossili. Un ritardo che continuiamo a pagare caro, come emerge nuovamente per le conseguenze della crisi in Medio Oriente. E non si tratta più di un ennesimo campanello d’allarme, ma di un’assordante sirena che, in larga parte, continuiamo a ignorare. In questo senso, sorprende scoprire che l’Italia ha utilizzato appena il 9% dei proventi delle aste ETS. Risorse che, secondo le indicazioni di Bruxelles concordate da tutti gli stati membri, avrebbero dovuto sostenere la transizione e, invece, in Italia sono rimaste in larga parte inutilizzate.

Già nel breve termine, è possibile ridurre significativamente la dipendenza dai combustibili fossili e la conseguente vulnerabilità. Ad esempio, se vi fosse la volontà politica potremmo sostituire il GNL importato dal Qatar – che oggi rappresenta circa un quarto delle importazioni italiane di gas liquefatto − con rinnovabili ed efficienza, intervenendo su consumi e produzione rinnovabile. Limitarsi a sostituire il fornitore ci espone a nuove vulnerabilità.

Il nodo è industriale. La competitività si gioca sulla capacità di innovare, che significa adottare tecnologie più efficienti. Una quota rilevante dei processi industriali italiani – in particolare quelli a medio-bassa temperatura – può essere già oggi elettrificata. Tuttavia, la struttura della fiscalità energetica e degli oneri di sistema continua a penalizzare l’elettricità rispetto ai combustibili fossili, riducendo l’incentivo a investire.

Questo paradosso si inserisce in un quadro più ampio: mentre altri paesi investono nelle tecnologie della transizione, l’Italia rischia di diventare un mercato di sbocco per tecnologie che non sono innovative, legate ai combustibili fossili. Un “junk market” delle tecnologie del Novecento, con effetti negativi sulla competitività del secondo paese manifatturiero in Europa.

La transizione rappresenta inoltre un’opportunità per l’attivazione di politiche redistributive. Gli strumenti europei – inclusi i proventi ETS e il futuro ETS2 – mettono a disposizione risorse significative per sostenere famiglie e imprese. Se ben utilizzate, queste risorse possono rafforzare il potere d’acquisto e orientarlo verso tecnologie più efficienti: mobilità elettrica, riscaldamento domestico, elettrificazione dei consumi industriali.

Guardando ai prossimi mesi, il confronto europeo sull’ETS entrerà nel vivo. È giusto discutere di come migliorarlo, ma è fondamentale mantenere coerenza sugli obiettivi: stabilità regolatoria, segnali di prezzo chiari, accelerazione delle rinnovabili e incentivi agli investimenti. La recente proposta della Commissione di modifica della Market Stability Reserve sembra andare in questa direzione. Si tratta infatti di un cambiamento significativo ma mirato, che aggiorna il meccanismo ETS lasciandone però intatto il funzionamento e la centralità come strumento di decarbonizzazione.

In Italia, questo dibattito si intreccerà con l’avvio della campagna elettorale per le elezioni politiche del 2027, per molti osservatori già iniziata dopo l’esito del referendum costituzionale sulla giustizia. Il rischio è che la transizione venga utilizzata in modo strumentale, attribuendo all’Europa responsabilità che derivano in larga parte da scelte nazionali.

Il contesto internazionale resta – e con buona probabilità, resterà − altamente instabile. Le tensioni in Medio Oriente e il protrarsi del conflitto in Ucraina non sono eventi isolati, ma il riflesso di una dipendenza strutturale dalle fonti fossili. Un prolungamento delle tensioni geopolitiche potrebbe aggravare ulteriormente la crisi energetica, con nuovi aumenti dei prezzi. In questo scenario, la scelta è tra continuare a inseguire le emergenze o accelerare una trasformazione strutturale.

Aggiornare gli strumenti è legittimo. Ma la direzione deve restare chiara: meno dipendenza dai fossili, più investimenti nella transizione, maggiore competitività industriale. Perché il punto non è l’ETS. È il futuro economico del paese.

 

In copertina: immagine Envato