C’è un modo per misurare l’impatto reale di un decreto: ascoltare chi parla e, soprattutto, chi tace. A cinque giorni dall’approvazione in Consiglio dei ministri del Dl Energia, il provvedimento da oltre tre miliardi di euro (o cinque, a seconda delle fonti governative: il ministro Pichetto Fratin o la presidente Meloni) che promette di abbattere i costi energetici per famiglie e imprese, il panorama delle reazioni è eloquente. I produttori di energia rinnovabile, quelli che dovrebbero essere i protagonisti della transizione, in larga parte non parlano. O lo fanno solo adesso, a scoppio ritardato, con cautela chirurgica.

Secondo fonti interne ad alcuni player energetici, la contrarietà al decreto è diffusa e profonda, soprattutto tra le aziende che hanno scommesso sulle rinnovabili. Ma esporsi pubblicamente contro un provvedimento del governo è un rischio che in pochi vogliono correre, specie in un settore dove le autorizzazioni, le connessioni alla rete e i rapporti con il GSE dipendono da equilibri istituzionali delicati. E − a voler essere smaliziati − le nomine.

Il segnale più chiaro è arrivato da Piazza Affari: all’indomani dell’approvazione, il 19 febbraio, i titoli delle utility sono stati colpiti da un’ondata di vendite. A2A ha perso il 3,27%, ENEL il 3,18%, ERG il 5,64%. Secondo gli analisti di Intermonte, nell’ipotesi peggiore per i produttori rinnovabili l’impatto negativo sul prezzo unico nazionale potrebbe raggiungere i 25-30 euro per megawattora. Non un dettaglio tecnico: una minaccia ai margini di chi produce energia pulita.

È significativo che solo a giorni di distanza dall’approvazione si siano fatti sentire i grandi nomi. ENEL ha rotto il silenzio il 23 febbraio, al Capital Markets Day di Milano, con l’AD Flavio Cattaneo che si è limitato a dichiarare di aver “già messo in conto tutti i potenziali impatti del Decreto energia in Italia”. Una frase che dice tutto senza dire nulla: il danno è previsto, quantificato, assorbito.

Edison, tramite l’AD Nicola Monti sul Corriere della Sera del 20 febbraio, è stata più esplicita: “Il Decreto bollette fa pagare il conto soltanto alle aziende elettriche e impatta un settore chiave per la decarbonizzazione. Gli impatti sono materiali e rischiano di penalizzare gli investimenti in fonti rinnovabili di tutti gli operatori energetici. Così si rallenta la transizione, perché alcuni investimenti negli impianti green a mercato nel Sud Italia, dove i prezzi zonali sono più bassi, rischiano di non essere più economicamente sostenibili. E poi favoriamo la produzione a gas”.

Il paradosso è netto: un decreto che dovrebbe ridurre i costi dell’energia finisce per rendere più conveniente produrre con il gas, perché senza pagare l’ETS le centrali termoelettriche a metano costeranno meno. Il rischio, ha avvertito Monti, è che l’Italia finisca per esportare energia a basso costo verso paesi che continuano a pagare l’ETS.

Octopus Energy: “Calmare il termometro senza curare la febbre”

Chi ha scelto di parlare subito è Giorgio Tomassetti, CEO di Octopus Energy Italia, con una diagnosi netta: “Con questo decreto non si abbassa il costo dell’energia in modo strutturale. Si riorganizza chi lo paga”. Il nodo, per Tomassetti, è semplice: “Finché il sistema elettrico dipende in modo decisivo dal gas nelle ore chiave, il prezzo resterà legato a una materia prima che non controlliamo. Basta una tensione internazionale per riportarci al punto di partenza”.

A gennaio 2026 il prezzo del gas all’ingrosso è salito del 25% rispetto a dicembre. “A poco serve qualche centesimo di sconto finanziato dai contribuenti. È come cercare di calmare il termometro invece di curare la febbre.” Anche lo scorporo degli oneri di sistema per i produttori di gas “sposta solo il problema nel tempo e rischia di creare una voce extra delle nostre bollette”. E la riduzione dello spread tra TTF e PSV, sebbene utile per gli energivori, “è un meccanismo artificiale che ci lascia in balia delle tensioni geopolitiche”.

Tomassetti riconosce tuttavia elementi positivi: “Favorire contratti di lungo termine da rinnovabili e semplificare le connessioni alla rete è la direzione giusta. Ogni ora in cui il sistema riesce a fare a meno del gas è un’ora in cui il prezzo scende in modo naturale”. E ricorda che i costi dei moduli fotovoltaici sono scesi del 90% in dieci anni: “Le rinnovabili sono tecnologia, e la tecnologia nel tempo costa meno. Non è un caso che in paesi come la Spagna, dove il prezzo è determinato dalle rinnovabili per molte più ore, si è assistito a una riduzione dei costi significativa”. La conclusione è lapidaria: “Questo decreto gestisce il presente. La sfida vera è costruire il futuro. Finché non affrontiamo il nodo del prezzo alla radice, continueremo a spostare costi invece di ridurli”.

ContourGlobal: “A rischio la credibilità dell’Italia per gli investitori”

Altrettanto diretto è Carlo Zorzoli, responsabile Europa e Africa di ContourGlobal, che solleva un allarme sulla reputazione internazionale del paese: “Il Decreto energia, nella sua attuale formulazione, solleva serie preoccupazioni sulla credibilità dell’Italia come destinazione affidabile per investimenti infrastrutturali nel settore energetico. Misure che penalizzano le rinnovabili e introducono distorsioni di mercato attraverso la sospensione unilaterale dei costi ETS rischiano di allontanare dal paese i capitali privati essenziali alla transizione, l’unica soluzione duratura per abbassare i prezzi dell’energia per tutti”.

Zorzoli insiste su un punto che nessun altro ha sollevato con altrettanta chiarezza: l’impatto sul commercio transfrontaliero di elettricità. “Le modifiche proposte potrebbero, per via del market coupling, favorire l’export di energia elettrica verso i paesi confinanti, che finirebbero per beneficiare di un prezzo dell’energia più basso. In questo scenario, si lascerebbe però l’onere del costo dell’ETS di questi extra volumi esportati sulle bollette italiane”. In altre parole: l’Italia pagherebbe il conto del carbonio per far risparmiare i paesi vicini.

“La transizione energetica richiede stabilità regolatoria e segnali di prezzo chiari, in grado di dare fiducia agli investitori e consentire nuovi investimenti nelle rinnovabili, fondamentali per aiutare il paese nel percorso verso la vera sovranità energetica”, conclude Zorzoli, auspicando che il testo finale “si allinei a una visione strategica di lungo periodo, coerente con la necessità di attrarre capitali nel settore per raggiungere gli obiettivi climatici europei e nazionali. Altro possibile impatto da valutare è proprio sul commercio transfrontaliero di elettricità”.

Anche A2A conferma la frattura tra chi è integrato e chi ha puntato tutto sul verde: al congresso Assiom Forex del 21 febbraio, l’AD Renato Mazzoncini ha riconosciuto che per un’azienda diversificata come A2A l’impatto è contenuto, ma “un’azienda pura rinnovabili in questo momento sta soffrendo molto di più”. Sulla partita ETS ha avvertito: “Non è una cosa che l’Italia può risolvere da sola. Bisogna fare attenzione che un abbassamento fittizio del prezzo della produzione termoelettrica non diventi un problema in termini di esportazione”. Un’eco precisa dell’allarme di ContourGlobal.

La partita ETS: un precedente europeo o una trappola politica?

È qui che il decreto interseca una partita molto più grande. Il meccanismo di rimborso dei costi ETS ai produttori termoelettrici − la misura più costosa del decreto e la più esposta a rischi giuridici, come abbiamo analizzato nel primo articolo di questa serie − deve ottenere il via libera della Commissione europea. Secondo Montel News, la riforma italiana “creerà un precedente a livello UE sull’ETS”, essendo stata approvata in un contesto di crescente critica al carbon pricing europeo. L’Italia non è sola: al vertice di Alden Biesen del 12 febbraio, Meloni ha chiesto insieme al cancelliere tedesco Merz e al primo ministro belga De Wever una revisione rapida del meccanismo, e la stessa von der Leyen ha aperto a “opzioni diverse” sul market design.

Ma si può avanzare un’ipotesi più maliziosa. Il decreto sembra quasi costruito per essere bocciato da Bruxelles. La sospensione unilaterale dei costi ETS configura un potenziale aiuto di stato, e Pichetto Fratin ha ammesso che la norma è “subordinata al via libera UE”, con effetti reali non prima dell’estate. Una fonte interna di una società italiana che produce energia da fonti rinnovabili ha ipotizzato a Materia Rinnovabile: “In campagna elettorale permanente, la narrativa ‘noi volevamo intervenire ma l’Europa non ha voluto’ ha un valore politico enorme. Presentarsi come vittime del dirigismo europeo è un investimento politico che paga, indipendentemente dal risultato tecnico del decreto”.

Sul piatto c’è anche l’ETS2, il nuovo sistema per trasporti e edifici previsto per il 2028, che già incontra forti resistenze in diversi stati membri. Anche il vicepremier Tajani ha confermato la linea: “Siamo partiti lancia in resta per far capire a Bruxelles che le cose devono cambiare”.

Le critiche della filiera: dall’“effetto ottico” allo smantellamento dell’economia circolare

Nell’universo delle reazioni, spicca la posizione di Confindustria, che il 23 febbraio ha definito “positivi, potenzialmente” gli impatti del decreto: posizione isolata nel coro di critiche, che riflette il peso dei grandi consumatori energivori tra i suoi associati. Le altre associazioni compongono un mosaico impietoso. Confartigianato denuncia un “effetto ottico”: l’allungamento degli oneri fino a 10 anni al tasso del 6% ridurrebbe la bolletta nell’immediato ma aumenterebbe il costo complessivo per i consumatori di circa 10 miliardi. “Le piccole imprese non possono essere considerate un bancomat”, ha dichiarato il presidente Marco Granelli.

Confcommercio chiede una riduzione strutturale degli oneri di sistema finanziata con i proventi delle aste ETS. Confimi Industria parla di “ennesimo intervento parziale, privo di una visione industriale di medio-lungo periodo”. L’Unione nazionale consumatori definisce il decreto “deludente e sconfortante”.

Un capitolo a parte merita l’impatto sulla filiera delle bioenergie, comparto che incrocia transizione energetica, economia circolare e presidio del territorio. L’articolo 5 ridisegna i prezzi minimi garantiti per biogas e biomasse, condizionando gli impianti sopra 300 kW alla riconversione a biometano. Il Consorzio Monviso agroenergia, 226 impianti e oltre 460 aziende agricole, denuncia: “Non si può subordinare la continuità produttiva a una riconversione le cui condizioni non sono ancora definite”.

Il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, avverte: “Oggi il 10% dell’energia in Italia arriva dall’agricoltura, ed è 100% Made in Italy. Il rischio è che da qui al 2030 quel 10% non l’avremo più”. La Federazione risorse boschive avvisa che senza prezzi minimi adeguati “gli impianti saranno costretti a fermare la loro attività”, con ricadute su occupazione rurale e dissesto idrogeologico. Fedagripesca Confcooperative chiede di non compromettere l’economia circolare costruita in anni di investimenti: sottoprodotti agricoli trasformati in energia nei biodigestori e poi restituiti ai terreni come concime organico, un ciclo virtuoso che il decreto rischia di spezzare.

La febbre e il termometro

Il quadro è quello di un decreto che, nel tentativo di dare risposte a tutti, rischia di non risolvere nulla. E tutti convergono su un punto: la causa strutturale dei prezzi alti − la dipendenza dal gas nella formazione del prezzo marginale − non viene affrontata. Come ha osservato Tomassetti di Octopus Energy, “le imprese e le famiglie non hanno bisogno di correttivi annuali. Hanno bisogno di sapere che tra cinque o dieci anni il prezzo dell’energia sarà affidabile e competitivo. Gli investimenti si fanno sulla stabilità, non sugli annunci”.

Più rinnovabili, più batterie, meno burocrazia e regole certe: questa la ricetta che accomuna le voci più diverse, da Octopus Energy a ContourGlobal, da Confagricoltura a Confartigianato. La vera competitività si ottiene con energia strutturalmente più economica e stabile, non con partite di giro tra produttori, consumatori e bollette. Adesso il decreto è pronto a essere esaminato ed eventualmente modificato nei due rami del parlamento, ma il ministro dell’ambiente Pichetto Fratin ha già avvisato: “Il governo è aperto a modifiche tecniche” al DL energia nel percorso di conversione in Parlamento, ma “sul lato economico in questo momento altre disponibilità non ci sono, strada facendo vedremo”.

Leggi anche: Decreto bollette o decreto energia? Una partita da miliardi sul futuro delle rinnovabili

 

In copertina: immagine Envato