Lo scenario energetico italiano, oggi, è un cantiere che resta spaccato a metà: alcune strutture sono già visibili, altre restano da costruire e anzi ne manca ancora il progetto. I numeri raccontano una serie di progressi, con le fonti rinnovabili che, secondo il consuntivo annuale pubblicato da Terna, nel 2025 hanno coperto oltre il 41% della domanda elettrica nazionale, il valore più alto di sempre. La produzione elettrica netta si è attestata attorno ai 263 TWh, con consumi per oltre 311 TWh e importazioni superiori a 55 TWh.

Il mix pubblicato dal Gestore dei servizi energetici mostra una quota rinnovabile superiore al 51% sulla produzione lorda, mentre il gas resta la prima fonte fossile con circa il 42%. La dipendenza energetica dall’estero rimane intorno al 74%. È dentro questa fotografia che si inserisce la Giornata nazionale del risparmio energetico e degli stili di vita sostenibili, che ricorre oggi, 16 febbraio: un’occasione per chiedersi non solo quanto produciamo da fonti pulite, ma quanto − e se − il sistema stia davvero cambiando.

Gas e vulnerabilità strutturale

È una fotografia che segnala movimento, ma non ancora una svolta strutturale, se si pensa che nel 2020, prima dello scoppio della crisi energetica legata al conflitto tra Russia e Ucraina, l’Italia dipendeva dall’estero per il 75% della sua energia. Come osserva Gianluca Ruggieri, ingegnere, docente di fisica tecnica ambientale all’Università dell’Insubria e  autore del libro Le energie del mondo (Laterza, 2025), il nostro paese “non è stato in grado di cogliere l’occasione della crisi energetica degli ultimi anni per accelerare sulla strada della transizione e di una maggiore indipendenza. Ci siamo sostanzialmente bloccati. Siamo lenti, troppo lenti: non riusciamo a diminuire i consumi in modo significativo e non stiamo accelerando sulle rinnovabili in linea con gli obiettivi al 2030. Quando avevamo spinto davvero sul fotovoltaico, negli anni del Conto energia, eravamo riusciti a ridurre la dipendenza dall’estero. Poi quella spinta si è fermata".

Il nodo resta soprattutto quello del gas. "Abbiamo dimostrato quanto sia rischioso essere dipendenti dal gas. Ma non abbiamo ridotto davvero la vulnerabilità: abbiamo semplicemente cambiato fornitore”, spiega a Materia Rinnovabile. Il gas “continua a essere considerato un pilastro. Le strategie energetiche italiane non sono mai state pensate per ridurre strutturalmente i consumi di gas, ma per mantenerli costanti o addirittura aumentarli. Continuare nel 2026 a parlare di gas come combustibile di transizione è, dal mio punto di vista, totalmente inaccettabile".

La mancata occasione del riscaldamento

Se il settore elettrico mostra segnali di avanzamento, è nei consumi complessivi che l’Italia sconta il ritardo. La quota di rinnovabili su elettricità, calore e trasporti resta attorno al 20%, ben distante dal target al 2030 fissato dal PNIEC. Il settore termico è il vero banco di prova. "Il settore del riscaldamento è uno dei grandi nodi irrisolti. Usiamo ancora in larga parte caldaie a gas, mentre dovremmo fare una virata decisa verso l’elettrificazione, ovunque abbia senso. Non esiste un vero piano nazionale sulle pompe di calore che vada dalla produzione alla formazione dei tecnici, fino alla gestione e manutenzione. È una filiera che andrebbe consolidata e accompagnata”, sottolinea Ruggieri.

“Il paradosso è che in Italia abbiamo almeno cinquanta aziende che producono pompe di calore, con stabilimenti nel paese”, continua. “Avremmo tutto l’interesse industriale a promuoverle. Oggi il beneficio energetico delle pompe di calore non si traduce in un beneficio economico in bolletta, perché l’elettricità è gravata da oneri molto più pesanti rispetto al gas. È una scelta regolatoria nazionale. Se dovessi indicare una priorità assoluta per l’Italia, sceglierei le pompe di calore: fanno efficienza, fanno elettrificazione e fanno anche rinnovabili, perché il calore dell’ambiente è considerato fonte rinnovabile."

La leva fiscale

Negli ultimi quindici anni, la leva principale è stata quella delle detrazioni fiscali. "Dal 2007 abbiamo puntato quasi esclusivamente sulle detrazioni fiscali, ma non abbiamo mai dato un valore davvero significativo agli interventi che portano a una riduzione radicale dei consumi", prosegue Ruggieri. “Se rifai una facciata senza migliorare l’isolamento, ottieni comunque una detrazione. Questo è un po’ assurdo. Molti interventi incentivati sono stati sostituzione di vetri o di caldaia con caldaia: piccoli miglioramenti, ma nessuna svolta strutturale. Non è solo una questione politica. C’è un’inerzia diffusa: i tecnici tendono a proporre ciò che conoscono, gli utenti sono conservatori, e il patrimonio immobiliare è spesso in mano a persone anziane.” Il confronto con il Nord Europa è netto: "I paesi più avanti sulle pompe di calore sono quelli del Nord Europa. Se davvero funzionassero male a basse temperature, non si spiegherebbe perché in Svezia o in Norvegia siano così diffuse".

Nucleare, pianificazione e data center

Nel dibattito pubblico italiano il nucleare viene periodicamente rilanciato come soluzione strutturale. Ruggieri distingue il quadro globale da quello europeo. "A livello globale il nucleare avrà un ruolo nella transizione, ma sarà piccolo rispetto alle rinnovabili. Il nucleare funziona economicamente solo dove si costruiscono molti impianti in modo programmato e continuo, così da abbattere i costi. È quello che sta facendo la Cina. In Europa ogni paese si muove per conto suo e si costruisce un reattore ogni dieci anni”, commenta il professore, per cui “in queste condizioni i costi esplodono. È un suicidio economico pensare di puntarci in questo modo. Pensare che l’Italia possa giocare da sola questa partita è una perdita di tempo. Non stiamo intervenendo sulle vere questioni". Sui piccoli reattori modulari, il giudizio è ancora più netto: "I microreattori, oggi, non esistono. Ci sono decine di progetti, ma nessuno ha realizzato un impianto funzionante. C’è una grande agitazione di fronte a zero chilowattora prodotti".

Accanto al dibattito sulle tecnologie, emerge quello sulla capacità di governo del sistema. "Le richieste di connessione per nuovi data center arrivano a cifre enormi, quasi 70 gigawatt. È una cifra folle: significherebbe raddoppiare i consumi elettrici di punta. Anche se quelle richieste non si concretizzeranno tutte, il tema è reale”, sostiene il professore. Servirebbe “pianificazione: dove farli, come connetterli alla rete, con quali condizioni economiche. Finora non abbiamo mostrato grande capacità di pianificazione, neppure sulle rinnovabili o sull’eolico offshore. Il rischio è di essere travolti", conclude. La traiettoria italiana è dunque chiara nei numeri, meno nelle scelte. La transizione procede, ma il ritmo e la direzione restano incerti.

 

In copertina: foto di Silvano Del Puppo, Agenzia IPA