Il 12 febbraio, in un’uggiosa giornata fiamminga, i leader dei 27 paesi UE si sono riuniti nelle sale del castello di Alden Biesen per discutere la competitività europea. Un Consiglio informale che è stato preceduto da un prevertice con 20 paesi e la presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen. L’incontro era stato convocato dai governi conservatori di Italia, Germania e Belgio, ma otto paesi, tra cui Spagna e Portogallo, erano assenti.
Al summit ha partecipato anche l’ex presidente della BCE, Mario Draghi. Nel suo discorso, oltre a sottolineare il deterioramento del contesto economico dalla pubblicazione del suo report, ha richiamato l’attenzione sulla frammentazione dei mercati azionari, sui costi dell’energia e sulla necessità di mobilitare risparmio e investimenti europei. Enrico Letta, autore di un altro report che ha ispirato l’attuale esecutivo UE, ha sottolineato il ruolo strategico del mercato unico, definendolo la “migliore risposta a Trump” e un pilastro della sovranità europea.
Nel frattempo, la nuova convergenza Roma-Berlino − formalizzata con l’accordo del 23 gennaio tra Giorgia Meloni e Friedrich Merz per il rilancio della competitività UE attraverso semplificazione normativa e neutralità tecnologica − prova a spostare il baricentro decisionale dell’UE. Il presidente francese Emmanuel Macron ha invece chiesto decisioni concrete e senza “tabù” e ha fissato come scadenza il Consiglio europeo di giugno per approvare misure volte a rilanciare l’economia, ridurre barriere regolatorie e attrarre investimenti. Nonostante l’urgenza condivisa di agire e gli annunci in materia di energia e meccanismi di cooperazione rafforzata, il vertice di Alden Biesen non ha però sciolto tutti i nodi. Restano aperti temi delicati come l’Emissions Trading System (ETS) e gli eurobond.
Energia troppo cara e quell’ETS che non piace
L’energia è stata uno dei temi principali al vertice informale UE. “I prezzi dell’energia devono scendere perché sono strutturalmente troppo alti”, ha dichiarato Ursula von der Leyen, che ne ha indicato due cause principali: la dipendenza dalle importazioni extraeuropee e lo stato delle infrastrutture. Per affrontarle, ha suggerito di puntare su rinnovabili e nucleare e, sul fronte infrastrutturale, su chip e interconnettori.
La presidente ha inoltre spiegato che il prezzo dell’energia negli stati membri dipende principalmente dal gas, seguito dalle tariffe di rete e dalle imposte nazionali. Solo in ultima istanza entrerebbe quindi in gioco l’Emissions Trading System (ETS), strumento che alcuni leader criticano mentre altri difendono come centrale per la decarbonizzazione e lo sviluppo del settore cleantech. Von der Leyen ha poi annunciato che presenterà al prossimo Consiglio diverse opzioni e conclusioni sul funzionamento del mercato elettrico.
Il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha confermato che “alcuni leader non amano l’ETS, altri sì, ed è per questo che il dibattito deve continuare”. Jens Mattias Clausen, direttore della divisione UE del think tank danese Concito, ha messo in guardia contro l’uso politico del momento di smantellare strumenti climatici efficaci. Ha sottolineato che le aziende che più si esprimono contro l’ETS sono spesso quelle che hanno beneficiato di quote gratuite senza aver ancora investito adeguatamente. Solo un paio di giorni prima, era stato invece un report dell’Institute Montaigne a ricordare come “l'unica strada percorribile è quella di mantenere l'inasprimento dell'ETS e il CBAM, aumentando al contempo il sostegno all'industria”.
Cooperazione rafforzata, mercato unico dei capitali e il nodo eurobond
Sul fronte finanziario, il presidente del Consiglio europeo António Costa ha sottolineato l’unanimità dei paesi sul bisogno di accelerare la creazione della Savings and Investment Union, un sistema integrato in grado di trasformare i risparmi europei in investimenti interni. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha invece annunciato che al Consiglio europeo di marzo presenterà la roadmap One Europe, One Market, con l’obiettivo di completare le prime misure operative per il mercato unico entro il 2027.
In caso di mancato progresso entro giugno, fa sapere, alcuni stati potrebbero ricorrere al meccanismo della cooperazione rafforzata (enhanced cooperation). Questo meccanismo, previsto dall’articolo 20 del Trattato di Lisbona, consente a un minimo di nove paesi dell’UE di procedere su iniziative comuni, anche quando l’adozione a livello dell’intera Unione non è possibile. Di recente è stato impiegato, tra l’altro, per il prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina nel gennaio 2026, così come in passato per la creazione dell’ufficio del procuratore europeo (EPPO).
È sugli eurobond l’altro nodo discusso ma non risolto. Si tratta di titoli di debito emessi e garantiti congiuntamente dai 27 stati UE per finanziare investimenti strategici e bisogni comuni, come difesa, infrastrutture e tecnologie verdi. La proposta rilanciata nei giorni scorsi dal presidente francese Emmanuel Macron prevede un prestito da 1.200 miliardi, destinato a sostenere l’autonomia europea e ridurre la dipendenza dal dollaro. La Germania, invece, mantiene una posizione contraria, privilegiando l’uso delle risorse interne al bilancio pluriennale UE e chiedendo riforme strutturali prima di ricorrere a un indebitamento comune. Nel frattempo, Giorgia Meloni, fresca del rilancio dell’asse Roma-Berlino, frena dichiarandosi favorevole agli eurobond ma riconoscendo che il tema resta “divisivo” a livello UE.
Alla fine, comunque, del vertice resterà forse soprattutto un’immagine: i leader europei riuniti per una foto di gruppo davanti a un castello in una lunga giornata di pioggia, a discutere di sicurezza economica, industriale ed energetica, in un mondo in cui l’“ombrello” statunitense appare meno affidabile e la competizione globale più dura, mentre l’UE si trova sempre più a un bivio tra integrazione e arrocchi politici a geometria variabile, sulla base dei singoli dossier. Ciò che è certo è che la pioggia su Alden Biesen passerà; resta però da capire quanto a lungo l’Unione possa rimandare scelte strutturali.
In copertina: la “family photo” al Consiglio informale UE 2026 © European Union
