
Il mercato del carbonio sta attraversando una crisi di legittimità. Anni di standard disomogenei, conflitti di interesse tra sviluppatori e certificatori e sistemi MRV inadeguati hanno eroso la fiducia nel settore: il problema non è nei crediti di carbonio in quanto tali, ma nell'assenza storica di regole condivise, verificabili, difficili da aggirare. In questa direzione va letta la scelta europea di costruire dal basso un nuovo sistema di certificazione per le rimozioni di carbonio e il carbon farming.
Il Regolamento Carbon Removals and Carbon Farming (CRCF) n. 2024/3012, adottato il 6 dicembre 2024, è il primo quadro volontario a livello europeo per la certificazione di rimozioni permanenti di carbonio, carbon farming e stoccaggio del carbonio nei prodotti. L'ambizione è esplicita: affrontare il problema del greenwashing costruendo standard condivisi, metodologie verificabili e un registro pubblico delle unità certificate. In questa direzione lavorano due dei progetti europei avviati lo scorso anno con il finanziamento di Horizon Europe: CAFAMORE - Carbon Farming Monitoring and Registry e OGCR - Intergenerational Open Geospatial Carbon Registry, che puntano a dotare il sistema di infrastrutture di dati e registri aperti capaci di offrire più controllo e trasparenza sui crediti. In questa direzione si colloca il recente report di EARA, il Regen Compass, che offre una guida su modelli, certificazioni e dichiarazioni nell'agricoltura rigenerativa dal punto di vista degli agricoltori.
Cosa certifica il CRCF
Il 3 febbraio 2026, la Commissione ha adottato le prime metodologie operative, coprendo tre tipologie di rimozione permanente: cattura diretta dell'aria con stoccaggio (DACCS), cattura biogenica con stoccaggio (BioCCS) e rimozione del carbonio tramite biochar. Per il carbon farming agricolo, due ulteriori regolamenti delegati sono in fase di finalizzazione per il 2026, riguardanti metodologie che comprenderanno agricoltura e agroforestazione, rewetting delle torbiere e afforestazione (che aiuteranno gli agricoltori e i silvicoltori a ottenere pagamenti basati sui risultati, integrando il loro reddito e sostenendoli nella transizione verso un sistema di produzione più resiliente), e metodologie per lo stoccaggio del carbonio nei prodotti da costruzione a base biologica (che aiuteranno i proprietari degli edifici a dimostrare le prestazioni di stoccaggio del carbonio dei propri edifici e incoraggeranno il settore delle costruzioni ad adottare il principio della bioeconomia circolare).
Il CRCF riorganizza le attività in tre famiglie: rimozioni permanenti, vale a dire lo stoccaggio per diversi secoli; il carbon farming, con cui si intendono le attività su suolo e biomassa con permanenza di almeno cinque anni, che generano unità temporanee; e stoccaggio in prodotti di lunga durata di almeno 35 anni. La distinzione ha implicazioni decisive sulla credibilità dei crediti e sulle scelte di investimento. Entro dicembre 2028, un registro unico dell'UE riporterà ogni unità certificata, garantendo la completa tracciabilità ed evitando il doppio conteggio.
Valutazione e allocazione del rischio
Nonostante l'architettura ambiziosa del CRCF, le preoccupazioni sull'integrità delle metodologie non sono svanite e, a tal proposito, una delle narrazioni dominanti presenta le rimozioni permanenti come intrinsecamente più affidabili rispetto alle soluzioni basate sul suolo e sulla biomassa, considerate troppo temporanee e soggette a rischi di reversibilità.
È un’ipotesi che alcuni studiosi mettono in discussione. Tra essi c’è Ichsani Wheeler, fondatrice dell’olandese OpenGeoHub ed esperta di carbon accounting, secondo cui "questi approcci industriali appartengono essenzialmente all'industria pesante e mineraria, non certo nota per gestire le proprie responsabilità nel lungo periodo. Il rischio di fallimento è catastrofico, non è come perdere un po' di foresta: è l'intero giacimento che si frattura e tutta la CO₂ liquefatta che risale come gas”. Wheeler dichiara di fidarsi “molto più di generazioni di proprietari terrieri che si prendono cura di un luogo che di un’azienda che può sparire domani”, rimandando a una questione più profonda: chi si fa carico del rischio e chi ne cattura il valore?
È un cambio di prospettiva: la presunta “permanenza” delle soluzioni industriali porta con sé il rischio di un fallimento catastrofico e concentrato, mentre le soluzioni basate sul suolo, pur esposte a rischi di inversione distribuiti nel tempo, beneficiano di una forma di presidio sociale e generazionale che nessun contratto aziendale può replicare. Mentre il rischio reale associato alle alternative tecnologiche resta largamente sottostimato, Wheeler si dice “preoccupata che il suolo e gli alberi, le cose che vogliamo davvero, siano stati etichettati come troppo rischiosi, troppo temporanei”.
Parlando di rischio, Julian Kremers, cofondatore di Seqana, azienda sviluppatrice di soluzioni MRV, inquadra la questione in termini di allocazione del rischio: l'obiettivo non è eliminare quest’ultimo, cosa tra l’altro impossibile, ma distribuirlo in modo equo tra tutti gli attori della filiera, garantendo al tempo stesso che il valore generato raggiunga chi ne ha diritto. “Idealmente vorremmo riuscire a ottenere la massima o ottimale allocazione del valore per tutti gli stakeholder, in modo da assicurare che il pubblico possa avere fiducia nella correttezza delle dichiarazioni sul carbonio, che gli agricoltori ottengano tutto il valore che possono ricavare dai dati disponibili e che la CO₂ sequestrata sia monitorata in modo da poter essere bilanciata nelle catene del valore”. È una visione sistemica che colloca la questione dell'integrità dei crediti dentro una cornice più ampia: non solo sulla reale esistenza dei crediti, ma anche su chi ne beneficia e chi ne sopporta il rischio se i crediti non fossero reali.
Il nodo MRV
La questione della misurazione, rendicontazione e verifica (MRV) è, in effetti, uno dei colli di bottiglia del sistema, le cui prospettive sono però incoraggianti. I sistemi di verifica basati su satellite stanno riducendo i costi di misurazione del carbonio nel suolo del 40% rispetto ai metodi tradizionali di campionamento in campo, e si stima che entro il 2027 il 90% delle transazioni di crediti richiederà verifica satellitare.
Sul piano pratico, secondo Kremers, i soggetti che sopportano i rischi maggiori non sono agricoltori e proprietari terrieri ma gli sviluppatori di progetti. Gli agricoltori, racconta Kremers, “di solito vengono pagati per implementare le pratiche. Quelli che affrontano il rischio più alto in termini di outcome sono tipicamente gli sviluppatori di progetto, perché i loro margini sono molto più stretti. Se il sequestro non avviene, non guadagnano nulla”. Una struttura di incentivi che il CRCF dovrà affrontare se vuole che i progetti siano economicamente sostenibili nel lungo periodo e che, se mal gestita, rischia di scaricare progressivamente il rischio verso il basso della catena, fino ai soggetti con meno potere contrattuale.
Il problema, come osserva ancora Kremers, non è l'incertezza in sé, ma la trasparenza con cui viene gestita: “C'è sempre incertezza. È un fatto della vita. La cosa importante è essere trasparenti riguardo a essa e avere una comprensione condivisa e basi di dati concordate che possano essere usate per stimare e rendicontare l’incertezza".
Uno dei rischi è che proprio mentre la tecnologia abbassa le barriere di accesso, la complessità regolamentare del CRCF rischia di alzarle per i soggetti più piccoli. Per ridurre i costi e semplificare l'accesso al carbon farming, la Commissione europea ha annunciato la creazione di un EU Carbon Farming Database contenente modelli, fattori di emissione, prodotti di telerilevamento e set di dati di benchmark per rendere l'MRV più efficiente e supportare le aziende nel rendiconto delle emissioni Scope 3.
Rimane da vedere se questo strumento sarà sufficiente a portare dentro il sistema i soggetti più piccoli e in prospettiva anche comuni, cooperative agricole, operatori del verde urbano, che potrebbero generare crediti di qualità, ma difficilmente possono sostenere da soli i costi di una certificazione completa. La domanda si sta indubbiamente concentrando sui progetti ad alta integrità. La sfida per il carbon farming europeo è trasformare questa domanda in un'architettura di offerta che sia, finalmente, trasparente e democratica.
In copertina: coltivazione di barbabietola, pianta con un’alta capacità di assorbimento della CO₂, Envato
