C'è una voce di costo che non appare nei bilanci delle aziende agricole, non figura nei prezzi al supermercato e raramente entra nei calcoli dei governi. Si chiama resistenza antimicrobica, e secondo un rapporto appena pubblicato dalla FAO rischia di diventare la più costosa esternalità negativa del sistema alimentare globale.
Il documento The future of antimicrobial use in livestock: The economic cost of action or inaction presenta una valutazione economica sistematica del costo dell'uso di antibiotici negli allevamenti su scala mondiale. I numeri riscrivono il calcolo costi-benefici che per decenni ha giustificato pratiche difficili da abbandonare. La tesi centrale è netta: affrontare il problema dell'uso degli antimicrobici nel bestiame non è una questione tecnica circoscritta al settore zootecnico, ma un intervento One Health su scala economica che attraversa filiere, governance e performance macroeconomica.
Cos'è la resistenza antimicrobica
La resistenza antimicrobica si sviluppa quando batteri, virus, funghi e parassiti smettono di rispondere ai farmaci antimicrobici. Le infezioni diventano più difficili da trattare, aumentando il rischio di diffusione delle malattie, di gravi conseguenze per la salute e di morte. Si tratta di un processo naturale, la cui comparsa e diffusione sono accelerate dall'attività umana, principalmente dall'uso eccessivo e improprio di antimicrobici per trattare, prevenire o controllare le infezioni nell'uomo, negli animali e nelle piante.
Le conseguenze sono già oggi misurabili e gravi. L'antimicrobial resistance (AMR), che non riguarda solo il settore zootecnico, è considerata una delle principali minacce alla salute pubblica e allo sviluppo globale: nel 2019 è stata direttamente responsabile di 1,27 milioni di morti e ha contribuito ad altri 4,95 milioni di decessi. È un fenomeno certo non nuovo che tuttavia mette a rischio molti dei progressi della medicina moderna, rendendo più difficili da trattare le infezioni comuni.
Il mercato che non prezza il rischio
Guardando al settore zootecnico, come riconosce Thanawat Tiensin, vicedirettore generale della FAO e direttore della Divisione Produzione e Salute animale, “gli antimicrobici hanno a lungo svolto un ruolo importante nella protezione della salute degli animali, del benessere animale e della produttività”, tuttavia “il loro uso eccessivo e improprio accelera la resistenza antimicrobica, indebolendo l'efficacia dei farmaci che sono alla base della salute animale, della salute pubblica, dei mezzi di sussistenza e della sicurezza alimentare”.
Somministrati a basse dosi in modo continuativo, ad esempio, gli antibiotici promotori della crescita (noti come AGP dall’acronimo inglese di Antibiotic Growth Promoter) migliorano l'efficienza alimentare e accelerano la crescita degli animali con effetti misurabili su polli da carne, suini e bovini, soprattutto nelle aree dove i livelli di partenza sono più bassi e i servizi veterinari più deboli. Per un allevatore che opera in mercati competitivi, con margini ridotti e accesso limitato, sono una leva economica concreta.
Il problema che il report mette in evidenza è però strutturale e i rischi sulla salute, e non solo, sono sul lungo termine: l'aumento dell'uso di antimicrobici è il risultato di fallimenti di governance e di mercato che disallineano i benefici privati dal benessere sociale collettivo.
“I costi della riduzione dell'uso non necessario di antimicrobici sono spesso immediati e concentrati – prosegue Tiensin – mentre i benefici della preservazione dell'efficacia antimicrobica emergono gradualmente e sono ampiamente condivisi. Questo squilibrio è aggravato dal fatto che l'efficacia antimicrobica ha le caratteristiche chiave di un bene pubblico globale: i suoi benefici si estendono oltre i confini, mentre i costi dell'azione sono spesso locali, immediati e distribuiti in modo diseguale”.
I conti che non tornano
Lo scenario modellizzato dalla FAO nello studio confronta due traiettorie al 2040. Nel primo caso, si mantiene lo status quo: l'uso di antimicrobici nel settore zootecnico cresce del 30% rispetto ai livelli del 2019, una proiezione che è coerente con la crescita attesa della produzione globale di carne, latte e uova, stimata intorno al 23%. Il risultato è un’accelerazione della resistenza antimicrobica con perdite produttive cumulative che raggiungono circa 318 miliardi di dollari entro il 2040.
Nel secondo caso, si procede all'eliminazione progressiva degli AGP con i relativi costi di transizione. La perdita produttiva stimata nello scenario più sfavorevole è di circa 53 miliardi di dollari, una perdita sei volte inferiore al primo scenario.
Un vero e proprio policy lock-in, secondo il rapporto, fa si che questo scenario, che non ha bisogno di spiegazioni, non si stia traducendo automaticamente in azione. L'eliminazione degli AGP genera uno shock immediato e visibile, seguito da un recupero parziale man mano che i produttori si adattano e scalano le alternative. La resistenza antimicrobica funziona in modo opposto: il suo impatto è inizialmente silenzioso, ma si accumula nel tempo senza possibilità di recupero. I decisori politici si trovano così di fronte a pressioni di aggiustamento concentrate nel breve termine, mentre i benefici dell'azione maturano più tardi, indebolendo gli incentivi a intervenire tempestivamente, nonostante i costi a lungo termine siano molto più elevati.
Il rapporto segnala però anche un'opportunità spesso trascurata: miglioramenti strategici in produttività ed efficienza potrebbero ridurre l'uso di antimicrobici di circa il 50% rispetto allo scenario tendenziale.
Una geografia diseguale del rischio
Il rapporto mappa anche la distribuzione geografica del fenomeno. Asia e Pacifico concentrano quasi il 65% dell'uso globale di antimicrobici negli allevamenti; il Sud America segue con circa il 19%. L'Africa, pur con una quota assoluta ancora contenuta, presenta uno dei tassi di crescita più elevati, segnale che il problema è destinato ad ampliarsi proprio nelle aree dove i sistemi sanitari sono meno attrezzati ad affrontarlo.
Ridurre l'uso non necessario, sottolinea Tiensin, “richiede un approccio One Health a livello economico che allinei gli incentivi, riduca le barriere alla prevenzione e renda praticabili l'uso responsabile e le alternative valide su scala”. Una visione che guarda ben oltre il recinto degli allevamenti.
Il prezzo della transizione: 28 miliardi da trovare
La FAO stima che una transizione tra i due scenari richiederebbe almeno 28,4 miliardi di dollari in investimenti di supporto per coprire i costi a breve termine delle misure da adottare per gli allevatori.
Serve parallelamente costruire contestualmente un sistema alternativo che funzioni. Gli strumenti proposti includono quote sull'uso, standard negoziabili tra operatori, misure fiscali e incentivi di mercato legati all'adozione di pratiche responsabili lungo tutta la filiera.
Il cambio di paradigma che il rapporto propone è anche concettuale: smettere di trattare l'efficacia antimicrobica come una risorsa tecnica di settore e iniziare a gestirla come un bene pubblico globale, con tutto ciò che questo implica in termini di governance internazionale, finanziamenti sostenibili e responsabilità condivisa.
Il messaggio conclusivo di Tiensin sintetizza l'urgenza: “Agire in modo tempestivo e coordinato può ridurre il ricorso agli antimicrobici, rafforzare i sistemi zootecnici ed evitare costi economici e sociali più elevati in futuro. Agendo con decisione ora, possiamo proteggere la sicurezza alimentare, salvaguardare la salute pubblica e preservare l'efficacia degli antimicrobici per le generazioni future”.
Livestock Reimagined: dalle norme agli allevatori pionieri
Proprio mentre la FAO pubblica la sua analisi globale, in Europa il report Livestock Reimagined pubblicato da The Protein Project, basato su 30 interviste con agricoltori ed esperti dell'UE, mappa come la transizione verso un settore zootecnico più sostenibile stia già avvenendo sul campo e cosa debba fare la politica per ampliarla.
I quattro percorsi individuati dal report – lavorare con pascoli e paesaggi, chiudere i cicli dei nutrienti, diversificare le fonti di reddito, rimettere al centro la cura, il benessere e le pratiche di allevamento – non sono proiezioni teoriche ma alternative già in corso. Il report traduce queste esperienze in raccomandazioni politiche concrete, tra cui il sostegno agli investimenti e ai pacchetti di transizione verso sistemi di alloggiamento e macellazione più rispettosi del benessere animale, quadri più solidi per l'etichettatura e la trasparenza, e la revisione della legislazione sui rifiuti alimentari per aiutare a chiudere il ciclo dei nutrienti.
L'approccio di The Protein Project parte da un'ammissione di complessità che il dibattito pubblico fatica spesso ad accettare: i meriti dell’allevamento, mezzi di sussistenza rurali, patrimonio culturale, gestione del paesaggio, circolarità, sono reali. Lo sono altrettanto le preoccupazioni: fragilità economica degli agricoltori, impatti ambientali, lacune sul benessere animale. Il report, oltre a mostrare esempi concreti, illustra concrete leve politiche nell’ambito della PAC, la Strategia dell’UE per il settore zootecnico, la legislazione sul benessere degli animali, la politica commerciale, le infrastrutture e la normativa sui mangimi circolari per rendere le pratiche rigenerative a prova di futuro la norma piuttosto che l’eccezione.
Come racconta Marin Vandamme, cofondatore del The Protein Project, “si tratta di allevare animali laddove ciò ha senso dal punto di vista ecologico ed economico. Dobbiamo fare in modo che il valore torni alle aziende agricole e riconoscere che gli agricoltori non si sono specializzati per caso. Sono stati spinti in questa direzione da decenni di politiche e segnali di mercato, spesso assumendosi rischi personali e finanziari concreti”.
Entrambi gli studi arrivano in un momento in cui le questioni sul futuro del bestiame europeo sono saldamente all'ordine del giorno, a poche settimane dalla pubblicazione della Strategia UE per la filiera zootecnica. Il messaggio, rivolto a Bruxelles, è diretto. I contadini in questo report hanno già mostrato cosa è possibile. Quello che serve ora è il coraggio politico per sostenerli, la chiarezza istituzionale per scalare ciò che funziona, e l'ambizione condivisa per rendere la loro realtà la regola piuttosto che l’eccezione.
Il cerchio si chiude: che si parli di resistenza antimicrobica su scala globale o di modelli agricoli rigenerativi in Europa, la direzione indicata dalla ricerca converge. Riformare il sistema zootecnico non è più una scelta ideologica o ambientale, è una necessità economica e sanitaria. Il costo dell'inazione è già stato calcolato.
Immagine in copertina: Austin Santaniello (Unsplash)
