
Secondo Aristotele gli esseri umani sarebbero l’unica specie politica. Ma Aristotele visse 23 secoli fa. E malgrado l’ipoteca posta dal suo pensiero su tutta la cultura occidentale, il primato morale, razionale e quindi politico dell’umano su tutti gli altri esseri viventi è oggi finalmente messo in discussione.
Sebbene ci sia ancora molta strada da fare, gli animali non umani cominciano a essere considerati in vari ambiti come attori politici, portatori di istanze individuali e collettive, titolari di diritti fondamentali come quello di non essere uccisi, sfruttati, imprigionati o maltrattati. Ma anche della facoltà di far valere i propri bisogni e desideri, e di essere ascoltati. Perché non è vero che non sanno parlare, che non hanno voce: “si fanno sentire eccome, e continuamente – dice la filosofa olandese Eva Meijer – basta prestare attenzione”.
Scrittrice, artista e ricercatrice dell’Università di Amsterdam, Meijer è tra le voci più originali nell’ambito dei nuovi studi critici e di filosofia politica sugli animali, su cui ha scritto diversi libri, tra cui Linguaggi animali e l’illuminante Il soldato era un delfino. Animali e politica (entrambi editi da Nottetempo). “Al momento – scrive – viviamo in una società costruita dalla nostra specie, in cui gli animali pagano lo scotto di decisioni esclusivamente umane”. Ma nuove forme di convivenza sono possibili, anzi necessarie. Perché una società giusta, oggi, può avere solo la forma di una democrazia multispecie.
Partiamo dalle parole. Sulla scorta di Jacques Derrida e dei suoi studi su linguaggio e potere, lei invita a rivedere radicalmente la distinzione fra “umano” e “animale” che è alla base della stragrande maggioranza delle culture. Perché questa distinzione è sbagliata?
Per la maggior parte delle persone si tratta di una condizione neutrale, ma il modo in cui noi esseri umani pensiamo agli altri animali è in realtà plasmato da varie relazioni di potere. Lo si vede ovunque nella società, a cominciare proprio dal linguaggio. Come scrive Derrida, usare la parola “animale” per tutti gli altri animali è prima di tutto problematico perché anche gli esseri umani sono animali. E poi perché tutti gli altri animali non sono un insieme indistinto, ma sono specie molto diverse fra loro, alcune piuttosto vicine agli umani, altre molto differenti. Usare questa parola ha però una funzione precisa: crea una distanza tra gli umani e gli altri animali, rendendo molto più facile opprimerli. È importante sottolineare questi aspetti, che diamo per scontati, in quanto plasmano la nostra visione del mondo e rendono l'oppressione delle altre specie così radicata in così tante pratiche della nostra cultura, che non ce ne accorgiamo nemmeno.
A questo proposito è interessante il parallelo con altre forme di discriminazione all’interno della comunità umana, come il sessismo, il razzismo, la discriminazione verso i disabili. In tutti questi casi abbiamo cominciato a cambiare il linguaggio usato. Quali sono le analogie con lo specismo?
Questo è un tema importante. Quando ho iniziato a occuparmi di diritti degli animali a 15 anni, a metà degli anni Novanta, non c'era molta attenzione per l’argomento. Ma ora, nell’ambito degli studi critici sugli animali e della filosofia politica, molti studiosi stanno affrontando la questione da diverse angolazioni. Ad esempio, Aph e Syl Ko hanno scritto un libro molto importante, Aphro-ism, in cui riflettono sulla costruzione dell'animalità in parallelo con il razzismo contro le persone nere. Alcuni gruppi di esseri umani vengono “animalizzati”, e questo è parte dell'oppressione. Le donne, ad esempio, sono spesso viste come “più vicine” alla natura e agli animali. Aph e Syl Ko scrivono che vittime dell'animalizzazione sono determinati gruppi umani, ma anche gli stessi animali, in quanto usati come termine di paragone inferiore. Dinesh Joseph Wadiwel, nel suo ultimo libro, Animals and Capital, ha parlato di “antropocentrismo gerarchico”: una gerarchia in cui l'uomo bianco maschio sta in cima e tutti gli altri gruppi, umani e non-umani, stanno sotto. In pratica, la struttura del potere è incentrata sul grado di “umanità”: chi è il più umano di tutti? Ma il problema è che quando, per combattere questo sistema, si porta avanti l’istanza dell’“anche noi siamo umani”, non si fa che riaffermare una struttura in cui essere un animale viene stigmatizzato. Dovremmo quindi trovare modi alternativi per sfidare questo status quo. Sunaura Taylor, autrice del libro Beasts of Burden sugli esseri umani e gli animali disabili e sui modi in cui gli animali vengono resi disabili dagli umani nell'agricoltura intensiva, sottolinea che non si tratta di sviluppare un nuovo tipo di standard a cui aderire, ma piuttosto di accettare la vulnerabilità e la differenza, e di sviluppare sistemi migliori che bandiscano queste gerarchie violente. A volte le persone con disabilità vengono semplicemente dimenticate perché non hanno la voce e i mezzi per promuovere la loro causa. È una situazione molto simile a quella degli animali non umani, rinchiusi in stalle o gabbie, che non possono farsi sentire e andare a protestare in strada.
Ascoltare la voce degli animali è il fulcro della sua ricerca. Tuttavia, lei osserva che a volte nemmeno gli attivisti riconoscono la capacità degli animali di parlare. E invece dovremmo imparare a comunicare con gli altri animali, piuttosto che limitarci a parlare per loro. Perché questo aspetto è così cruciale?
Innanzitutto perché, come esseri umani, spesso semplicemente non sappiamo cosa vogliono. Credo che molti attivisti lavorino ancora con visioni stereotipate sulla vita interiore degli animali. Ma gli altri animali hanno un loro punto di vista in prima persona sulla propria vita, e dobbiamo riflettere sul tipo di società che vogliono formare insieme a noi. Non sto dicendo che non dovremmo usare il linguaggio dei diritti e della liberazione in quanto strumenti sviluppati nell’ambito umano. Ovviamente dobbiamo usare tutti gli strumenti a nostra disposizione. Ma oltre a questo, dobbiamo anche chiedere agli altri animali cosa vogliono. E chiaramente non possiamo chiederglielo nel modo in cui noi due stiamo parlando in questo momento. Ho scritto parecchio sul tema della deliberazione con gli animali e sulle assemblee multispecie come mezzo di conoscenza e anche come forma di governo. Gli animali hanno il diritto di avere voce in capitolo nelle nostre decisioni comuni: non dovremmo solo parlare di loro, ma anche parlare con loro. E questo richiede una diversa visione del linguaggio. Esistono già molte pratiche per scoprire cosa vogliono gli altri animali, c'è molta ricerca in etologia. Un buon esempio sono i “santuari”, dove gli animali non umani possono vivere liberi e la loro agentività viene promossa e sostenuta, permettendogli di parlare per sé stessi. Quindi, da un lato, dobbiamo criticare come esseri umani il modo in cui trattiamo gli animali. Ma allo stesso tempo, dobbiamo interagire in modo diverso con loro per poter formare nuove società, e sviluppare un altro atteggiamento nei loro confronti. E non è solo per il loro bene, ma anche per il nostro: abbiamo molto da imparare dagli altri animali su come vivere in modo sostenibile sul pianeta.
Certo oggi la relazione degli esseri umani con gli animali è piena di contraddizioni: alcuni li amiamo, alcuni li mangiamo o li usiamo in laboratorio, altri li temiamo. Come si fa a traghettare il nostro rapporto con gli altri animali in una direzione più sana e più equa? Magari seguendo il principio che Donna Haraway definisce di “respect and regard”?
Sì, penso che l'attenzione sia un punto fondamentale. Molti parlano di usare l'intelligenza artificiale per capire finalmente cosa dicono gli altri animali, ma sono piuttosto scettica a riguardo. Il problema non è che non capiamo cosa dicono, è che non li ascoltiamo. Dobbiamo davvero imparare a prestare attenzione, a volte si tratta semplicemente di osservarli a lungo. Ho adottato, per salvarli, 25 topi da laboratorio e osservandoli ho imparato molto su di loro, su come siano creature completamente diverse da quel che si crede. Molte persone hanno esperienze simili nella loro vita, ma poi, come società, non agiamo di conseguenza. Il rispetto e la considerazione sono qualcosa che possiamo e dobbiamo imparare come individui. Ma poi dobbiamo anche trasporre questo concetto a livello sociale, di comunità.
A proposito di comunità, la coesistenza con altri animali, specialmente selvatici, può a volte diventare problematica e portare a conflitti. Come nel caso degli orsi nel Nord Italia...
Nei Paesi Bassi abbiamo un problema simile con i lupi. Il punto è che gli esseri umani pensano che la terra appartenga a loro, ma questo è un diritto che ci siamo dati da soli: nessun animale ha mai firmato un documento che dicesse "questa è la tua terra". Quando ad esempio si vuole costruire qualcosa e si dice “qui c’è un terreno libero”… Be’ quella terra non è “libera”, non è “vuota”: ci sono animali che vivono lì, ci sono piante e alberi. La prima cosa da capire è che la terra non è automaticamente nostra e condividiamo il pianeta con molti altri esseri che potrebbero avere più diritti di noi su certi luoghi, perché magari ne sono dipendenti o sono arrivati prima di noi.
Poi c'è la questione del conflitto. Gli esseri umani non sono molto bravi ultimamente nei rapporti con i propri simili, ma comunque abbiamo sviluppato alcuni principi di democrazia ed equità che potrebbero funzionare bene applicati ai rapporti con gli altri animali. Il problema è che quando gli umani non sono contenti della presenza di altri animali, generalmente reagiscono con la violenza, cercando semplicemente di ucciderli o sbarazzarsene. In un'epoca di crisi climatica, tuttavia, gli ecosistemi stanno cambiando e di conseguenza ci troveremo a gestire sempre più conflitti con specie diverse. Dovremo cercare modi per comunicare. E per “comunicare” non intendo andare dall'orso e dirgli “per favore, non attaccare”. Si possono ad esempio usare interventi sul paesaggio. Gli elefanti hanno paura delle api, così, per non farli avvicinare a un luogo pericoloso, si possono piazzare degli altoparlanti che ne riproducono il ronzio: impareranno che quel posto è da evitare.
Abbiamo dunque bisogno di interpreti e traduttori?
Sì, abbiamo bisogno di interpreti, e anche di diplomazia. Per esempio ci sono orsi in Nord America che “scrivono” sugli alberi, si lasciano “lettere” con odori e immagini. Ma per queste traduzioni multispecie servono biologi ed etologi che sappiano interpretare i segni. È poi fondamentale imparare ad accettare che condividiamo il mondo con altri esseri. La mia collega Krithika Srinivasan, che fa ricerche sui cani nel Regno Unito e in India, ha osservato che in India c’è una maggiore tolleranza e accettazione se una persona viene uccisa o morsa da un animale. Credo che il contesto culturale conti molto nel modo di affrontare conflitti e soluzioni. E in fondo non c’è motivo per cui gli animali debbano pagare l'intero prezzo della convivenza, è una questione di dare e avere. La filosofa australiana Val Plumwood racconta di quando fu attaccata nella sua canoa da un coccodrillo e rischiò di morire. Dopo questa esperienza non era arrabbiata e non voleva uccidere il coccodrillo, come avrebbero fatto molti altri umani. Al contrario, si sentì profondamente parte di una realtà vivente più ampia in cui siamo tutti connessi. Essere prede – il testo si intitola Being Prey – è qualcosa che, come esseri umani, abbiamo dimenticato. Ma è importante rendersi conto che siamo esseri vulnerabili e facciamo anche noi parte del ciclo della vita.
Riguardo alla coesistenza con gli animali selvatici, lei e altri ricercatori proponete una soluzione interessante, una nuova forma di land rights che dia agli animali la proprietà delle terre in cui vivono. Potrebbe rappresentare una vera rivoluzione nel campo della conservazione degli habitat. Come funzionerebbe?
Sono convinta che a un certo punto dovremmo proprio sbarazzarci del concetto di “proprietà”, uscire dalla struttura capitalista e pensare a diritti fondiari basati sulla comunità e sulla coabitazione con la terra. Intanto, nella transizione verso una situazione più giusta, molti stanno riflettendo sui diritti della natura: l'entità naturale, cioè, non dovrebbe più essere di proprietà degli esseri umani, ma solo di sé stessa. Per gli animali non umani questo potrebbe essere molto promettente, non solo dal punto di vista della giustizia, ma anche da quello della conservazione. Oggi, nei Paesi Bassi come in tanti altri luoghi ad alta vocazione agricola, non abbiamo molte aree selvagge. Ogni governo o ogni nuovo proprietario di un terreno vuole farne qualcosa di diverso e quindi semplicemente distrugge ciò che è stato fatto prima, senza preoccuparsi degli alberi e degli animali che intanto vi si sono stabiliti. Una proprietà non umana del terreno farebbe invece più affidamento sulla saggezza e sulle pratiche di questi esseri viventi. Sarebbe davvero interessante se i proprietari di terreni cominciassero a sperimentare questi sistemi. Funzionerebbe in due direzioni: contro il capitalismo, ma anche contro l'annichilimento degli spazi destinati agli animali selvatici.
Tutti questi suggerimenti e suggestioni vanno nella direzione di una società e una democrazia multispecie. Ma come dovremmo costruire questo tipo di società nella pratica?
Ultimamente sto lavorando sull'idea dell'assemblea multispecie. Prendiamo ad esempio la crisi climatica. Quello a cui oggi assistiamo nel processo decisionale e nella legislazione dimostra che le nostre democrazie parlamentari non sono adatte ad affrontare questo tipo di problemi, perché sono basate su cicli elettorali quadriennali, e quindi i politici non pensano al futuro, ma solo a cosa possono promettere ai loro elettori in questo breve arco di tempo. Si percepisce inoltre molta distanza tra ciò che i politici fanno in parlamento e ciò che la gente per strada vive e pensa. Abbiamo dunque bisogno di sviluppare nuove forme di politica. Un esempio sono le assemblee dei cittadini.
Come quelle proposte da Extinction Rebellion?
Esatto. L'idea è di riunire persone provenienti da diversi livelli della società per formare un gruppo rappresentativo. Queste persone si informano sugli argomenti da discutere, dibattono e formulano consigli per il governo. Si tratta in realtà di un antico modello di governo, sia nelle società occidentali con gli antichi greci, ma anche in molte altre società non occidentali. Uno dei problemi di queste assemblee, tuttavia, è che gli altri esseri viventi non vengono presi in considerazione. E anche quando se ne parla, ad esempio quando si discute di crisi ambientale, gli animali (o le piante) non siedono al tavolo. Così ho sviluppato un modello legato a siti specifici, in cui gli esseri umani e gli altri esseri viventi possano riunirsi e deliberare su questioni che riguardano tutti. Con gli animali domestici è più semplice, perché sono piuttosto bravi a esprimere le proprie preferenze. Ma gli animali selvatici, più distanti da noi, potrebbero aver bisogno di essere rappresentati, e la rappresentanza deve basarsi sull'interazione effettiva con loro. Ora avremmo dunque bisogno di questo tipo di esperimenti politici locali per acquisire conoscenze su come comunicare politicamente con gli altri animali, per poi sviluppare un sistema insieme. Esistono comunque già molte proposte per lavorare verso una politica multispecie. Ad esempio, nei Paesi Bassi abbiamo un Partito per gli Animali (Partij voor de Dieren), e in altre parti del mondo ci sono esperimenti di rappresentanza non umana nelle strutture legali. Dovremmo quindi intraprendere varie strade. Prima di tutto, usare il sistema che abbiamo e cercare di cambiarlo dall'interno, come fa il Partito per gli Animali. Poi è necessario cambiare le strutture di conoscenza ad esso collegate, e qui è fondamentale il ruolo della filosofia e della scienza. Infine, dobbiamo pensare a nuovi esperimenti, a nuove forme di governo adatte all'interazione con altri animali. Da un lato, dobbiamo riconsiderare il modo in cui gli altri animali si inseriscono nelle strutture che abbiamo; dall’altro, dobbiamo ripensare radicalmente i concetti e le strutture che determinano la nostra interazione con loro. La democrazia avrà un significato diverso in una società multispecie.
Un’ultima domanda. Lei vive con molti animali: cani, gatti, topolini. Cose le hanno insegnato?
Mi hanno insegnato tutto. Olli, il cane randagio che ho adottato, mi ha insegnato molto su come si forma una società. Vivevamo in un quartiere con molti umani di culture diverse, e alcuni avevano paura di lui. Ma lui era davvero diplomatico, molto più di me, amichevole con tutti, dava sempre a ognuno il beneficio del dubbio. In una società concentrata sulla lotta, come quella in cui viviamo, da lui ho davvero imparato quanto sia importante essere gentili con gli altri.
In copertina: Eva Meijer
