Per anni il colosso delle energie fossili, Total, oggi TotalEnergies, ha ragionato così: il 90% delle emissioni generate dall’uso dei suoi prodotti sarebbe un rischio dipendente dalle scelte di chi li acquista, non dalla sua attività di estrazione e vendita, e per questo non dovrebbe comparire nel suo piano di vigilanza. Ma adesso un giudice francese ha stabilito il contrario, e tutto può cambiare.

È la logica dello Scope 3: non le emissioni che escono dagli impianti dell’azienda, ma quelle che si liberano quando un automobilista fa il pieno, un aereo vola, una centrale elettrica brucia il gas che il gruppo ha estratto e venduto. Nel piano di vigilanza che la legge francese impone alle grandi imprese dal 2017, quella quota restava fuori: nel documento che avrebbe dovuto fotografare l’impatto climatico del gruppo compariva solo un decimo delle sue emissioni reali.

Lo ha deciso il 25 giugno la trentaquattresima sezione del tribunale giudiziario di Parigi, in piena ondata di calore eccezionale, con l’Alta Garonna che aveva appena toccato i 44 gradi e Tolosa in allerta rossa. La sentenza (n° RG 22/03403), che accoglie in parte il ricorso di Notre Affaire à Tous, Sherpa, ZEA, France Nature Environnement, Les Éco Maires e della città di Parigi, impone a TotalEnergies di includere lo Scope 3 nella mappatura dei rischi climatici del proprio piano di vigilanza, e di pubblicarne uno aggiornato entro sei mesi, quindi entro fine anno.

Il tribunale non ha invece fissato alcun obiettivo quantitativo di riduzione delle emissioni, né ha vietato nuovi progetti di estrazione, come chiedevano le associazioni ricorrenti fin dal 2020. Ha scritto che non spetta a un giudice civile stabilire il traguardo che un’azienda deve raggiungere per limitare il proprio impatto sul clima: la soglia di 1,5 gradi resta un riferimento scientifico, non un ordine del tribunale.

Il gruppo emette circa 376 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente l’anno, all’incirca quanto l’intero territorio francese. Il tribunale ha rigettato l’argomento difensivo di TotalEnergies, riconoscendo un nesso causale diretto tra estrazione, vendita e combustione degli idrocarburi: bruciarli è l’uso previsto del prodotto, non una scelta indipendente di chi lo acquista. Per Sébastien Mabile, legale delle associazioni ricorrenti, la portata della decisione supera il caso specifico: se TotalEnergies deve rendere conto dello Scope 3, lo stesso varrà per qualunque impresa soggetta alla legge sul dovere di vigilanza, in qualunque settore. Per l’assessora parigina alla transizione ecologica Alice Timsit, è la prima volta che un tribunale riconosce che i rischi climatici rientrano tra gli obblighi di vigilanza delle grandi imprese.

Anche TotalEnergies in verità ha accolto la sentenza con soddisfazione, perché il tribunale non ha imposto tagli alla produzione né il blocco di nuovi progetti. L’azienda aggiornerà il piano appoggiandosi al proprio report di sostenibilità e rivendica di aver già ridotto l’intensità carbonica dei prodotti venduti del 18% rispetto al 2015, con un obiettivo del 25% al 2030. Il tribunale, però, non ha chiuso il fascicolo: ha rinviato la causa al 21 gennaio 2027 per verificare se le misure incluse nel piano rivisto siano effettivamente adeguate. In caso contrario, potrà arrivare una nuova condanna. È un meccanismo di controllo che nel contenzioso climatico francese non ha precedenti: la sentenza di giugno fissa il principio, quella di gennaio dirà se il principio produce effetti.

Come si è arrivati a questa sentenza

La legge sul dovere di vigilanza è del 27 marzo 2017, e impone alle imprese francesi con più di 5.000 dipendenti in Francia, o 10.000 nel mondo, di redigere un piano che identifichi e prevenga i rischi ambientali e sociali della propria attività e dei fornitori. Total pubblica il suo primo piano nel marzo 2019. Tre mesi dopo, Notre Affaire à Tous, Sherpa, ZEA, France Nature Environnement, Les Éco Maires e alcuni enti locali inviano una diffida formale, sostenendo che il piano ignora i rischi climatici. Total non modifica il documento in modo soddisfacente per i ricorrenti e il 28 gennaio 2020 la coalizione, che crescerà fino a comprendere tredici amministrazioni tra cui la città di Parigi, cita l’azienda davanti al tribunale giudiziario di Nanterre.

Total contesta la competenza del tribunale e prova a spostare la causa davanti ai giudici commerciali. Nanterre conferma la propria giurisdizione a febbraio 2021, la Corte d’appello di Versailles la conferma a sua volta a novembre. Nello stesso anno l’azienda cambia nome, da Total a TotalEnergies, con una campagna di comunicazione sulla propria ambizione di neutralità carbonica al 2050 che diventerà oggetto, anni dopo, di un procedimento distinto. Il fascicolo sul dovere di vigilanza passa alla trentaquattresima sezione del tribunale giudiziario di Parigi, creata apposta per il contenzioso emergente in materia di vigilanza. Le associazioni parlano di strategia dilatoria da parte dell’azienda: il merito della causa arriva a udienza solo a febbraio 2026, due giorni in cui testimoniano anche due autrici dei rapporti IPCC, Valérie Masson-Delmotte e Céline Guivarch. La sentenza di giugno chiude, sei anni dopo la diffida, questa prima fase del contenzioso.

Contenzioso climatico e legislazione

Vale la pena distinguere questo procedimento da un altro, concluso il 23 ottobre 2025: quello promosso da Greenpeace France e altre associazioni per pubblicità ingannevole, relativo proprio alla campagna di comunicazione del 2021, che ha portato lo stesso tribunale a giudicare fuorvianti le comunicazioni di TotalEnergies sulla neutralità carbonica. Sono due cause distinte, fondate su basi giuridiche diverse, diritto dei consumatori la prima, dovere di vigilanza la seconda, ma insieme raccontano la stessa tendenza dei giudici francesi a intervenire su TotalEnergies più che su qualunque altra major energetica europea.

La sentenza di Parigi arriva mentre a Bruxelles il percorso è quello opposto. Il pacchetto Omnibus, approvato dal Consiglio dell’Unione il 24 febbraio 2026, ha ridotto il campo di applicazione della direttiva europea sulla due diligence societaria, la CSDDD, di circa il 70%, portando la soglia da 1.000 a 5.000 dipendenti e da 450 milioni a 1,5 miliardi di fatturato. Ha cancellato l’obbligo di piano di transizione climatica e il regime di responsabilità civile armonizzato a livello europeo, rinviando l’applicazione della direttiva al 2029. Mentre un giudice civile francese amplia per via giurisprudenziale la portata del dovere di vigilanza nazionale, il legislatore europeo restringe lo strumento equivalente pensato per l’intero mercato unico. La Commissione raccoglie commenti sulle linee guida attuative della CSDDD fino al 24 luglio.

Un percorso parallelo si gioca nei Paesi Bassi. Il 22 maggio 2026 la Corte Suprema nederlandese ha ascoltato il ricorso di Milieudefensie contro Shell, dopo che la Corte d’appello dell’Aia aveva riconosciuto nel 2024 un dovere generale di riduzione delle emissioni senza fissare una percentuale vincolante: esattamente il nodo che oppone le parti da allora. La decisione è attesa a inizio 2027, nello stesso periodo in cui il tribunale di Parigi tornerà a pronunciarsi su TotalEnergies. Due dossier diversi, la stessa domanda di fondo: se un giudice civile possa imporre a un’azienda un numero, non solo un principio.

Resta pendente a Parigi, davanti allo stesso tribunale, anche la causa promossa nel 2023 da Amis de la Terre, Oxfam France e Notre Affaire à Tous contro BNP Paribas per il finanziamento di nuovi progetti fossili. La logica dello Scope 3 appena riconosciuta per TotalEnergies riguarda direttamente anche il credito che una banca eroga ai propri clienti del settore energetico.

 

In copertina: foto di Birk Enwald, Unsplash