L’estate porta con sé più viaggi, più mobilità internazionale e temperature elevate. Sono tre fattori che possono influenzare la circolazione di alcuni virus. Questo non significa che ci sia un rischio generalizzato, ma che alcune infezioni diventano più probabili in determinate condizioni ambientali.

Il caldo favorisce la proliferazione di zanzare e zecche, vettori di virus come West Nile, Dengue, Chikungunya e TBE (encefalite da zecche). La mobilità estiva aumenta anche la probabilità di importare casi sporadici da paesi in cui circolano virus tropicali. È ciò che è accaduto con l’Hantavirus Andes, emerso su una nave da crociera: un virus serio, ma con trasmissione interumana molto limitata, quindi senza potenziale pandemico. Il caso dimostra come un focolaio possa nascere in un ambiente chiuso e poi richiedere tracciamenti internazionali, pur restando circoscritto.

Ma i rischi reali dell’estate non riguardano nuove pandemie, bensì cluster locali legati ai vettori o ai viaggi. Le misure più efficaci restano semplici: protezione dalle punture, attenzione ai sintomi dopo un viaggio, e monitoraggio sanitario nei paesi che accolgono turisti da aree endemiche. Per comprendere come il caldo stia ridisegnando il rischio infettivo e capire meglio come difendersi, abbiamo intervistato Massimo Crapis, infettivologo e direttore dell’Unità operativa complessa di malattie infettive dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Ferrara, che da anni studia le infezioni emergenti e il loro impatto clinico e sociale.

 

Perché il cambiamento climatico modifica anche la geografia delle malattie infettive?

Ondate di calore sempre più intense, eventi meteorologici estremi, perdita di biodiversità e alterazione degli ecosistemi stanno creando condizioni favorevoli alla diffusione di patogeni e vettori. Secondo recenti studi, il 58% delle malattie causate da agenti infettivi può essere aggravato dal riscaldamento globale. In Europa – e in Italia – infezioni un tempo considerate “tropicali” stanno trovando nuovi spazi di diffusione. Zanzare invasive, zecche e altri vettori ampliano il loro areale, mentre le zoonosi alimentari restano tra le più frequenti e sottovalutate.

Quali sono oggi le malattie che risentono maggiormente dell’aumento delle temperature?

Il caldo estremo favorisce la proliferazione dei patogeni: virus come Dengue, Chikungunya e West Nile trovano condizioni più favorevoli per circolare anche in aree temperate. Inoltre, il caldo modifica anche il comportamento dei vettori che ampliano il loro areale e restano attive per periodi più lunghi. Sto parlando delle zanzare e delle zecche. In Europa stiamo osservando un aumento significativo delle Climate Sensitive Infections, cioè malattie la cui trasmissione è influenzata da temperatura, umidità e condizioni ambientali. West Nile è ormai endemico in molte regioni italiane, mentre Dengue autoctona non è più un’eccezione. Accanto alle arbovirosi, il caldo favorisce anche la crescita di batteri ambientali come Vibrio nelle acque costiere e accelera la moltiplicazione di patogeni alimentari come Campylobacter e Salmonella. Il risultato è un rischio infettivo più diffuso e meno prevedibile. Ma va comunque evidenziata una cosa importante: l’estate non è una stagione “pericolosa”, ma una stagione in cui ambiente, clima e mobilità rendono più visibili dinamiche che esistono tutto l’anno. La chiave è informarsi e prepararsi, non allarmarsi.

Le zecche stanno diventando un problema crescente anche in Italia. Quanto incide il cambiamento climatico sulla loro diffusione?

L’impatto è molto evidente. La zecca Ixodes ricinus, vettore del morbo di Lyme e dell’encefalite da zecche, è estremamente sensibile alle variazioni climatiche. Negli ultimi anni abbiamo osservato una significativa espansione verso quote più elevate, anche oltre i 1.500 metri. Abbiamo anche registrato una presenza stabile in regioni prima troppo fredde e un incremento dei casi umani, soprattutto nelle aree boschive e collinari. Varie regioni stanno registrando un aumento costante. Il clima più mite permette alle zecche di sopravvivere all’inverno e di riprodursi più facilmente. A questo si aggiungono cambiamenti negli ecosistemi, nella fauna selvatica e nelle attività outdoor della popolazione.

Oltre ai vettori, quali altri fattori stanno favorendo l’emergere di nuove zoonosi?

Il clima è solo uno dei tasselli. Lo spillover non è mai un incidente isolato: è il risultato di un sistema sotto stress. Le zoonosi emergono quando si combinano più pressioni: deforestazione e urbanizzazione, che aumentano il contatto tra uomo e fauna selvatica; allevamenti intensivi, dove l’alta densità animale facilita l’evoluzione dei patogeni; globalizzazione, che permette a virus e batteri di viaggiare più velocemente delle nostre capacità di controllo; perdita di biodiversità, che semplifica gli ecosistemi e favorisce specie serbatoio molto efficienti.

Le zoonosi alimentari restano tra le più diffuse in Europa. Perché se ne parla così poco?

È un tema su cui serve più comunicazione e più educazione perché nell’immaginario collettivo “zoonosi” significa pandemia. In realtà, la maggior parte dei casi riguarda infezioni molto comuni, spesso legate al cibo: Campylobacter, Salmonella, STEC, Listeria. Sono malattie meno “spettacolari” ma molto diffuse, con un impatto sanitario ed economico enorme, alcune se non riconosciute in tempo e trattate adeguatamente possono essere mortali. La percezione pubblica è distorta: si teme il virus esotico, ma si sottovaluta il rischio quotidiano legato alla manipolazione degli alimenti o al consumo di prodotti crudi.

L’Ebola continua a evocare molta paura: quali sono i reali meccanismi di trasmissione e perché, nonostante la gravità clinica, il rischio di diffusione in Europa resta considerato molto basso?

Ebola è un virus a trasmissione parenterale ovvero tramite contatto di un liquido biologico infetto (sangue, sperma, saliva) con mucose o cute non integre. Questo lo rende un virus non così altamente trasmissibile, in particolare i contatti casuali non stretti non comportano rischi. Questo è un primo elemento che rende improbabile una pandemia da Ebola. Il secondo purtroppo è che ha una letalità elevata che si aggira tra il 50 e il 90%, per cui poche persone sopravvivono. Questo è il motivo per cui fino a ora si è riusciti a mantenerlo confinato in zone geografiche ristrette.

Quali strategie di prevenzione considera prioritarie nei prossimi anni?

La parola chiave è One Health: salute umana, animale e ambientale sono un unico sistema. Le strategie efficaci devono integrare la sorveglianza epidemiologica congiunta tra medicina umana e veterinaria; il monitoraggio dei vettori e modelli predittivi basati su dati climatici; i controlli nelle filiere alimentari e uso responsabile degli antibiotici; educazione della popolazione su comportamenti quotidiani che riducono il rischio; investimenti in ricerca, soprattutto su vaccini e diagnostica rapida. Sempre più deve estendersi la consapevolezza che ridurre le emissioni di gas serra è anche una misura sanitaria. Questo perché meno caldo significa meno condizioni favorevoli alla diffusione dei patogeni. Se continueremo a degradare gli ecosistemi, a semplificare la biodiversità e a ignorare i segnali del clima, saremo più vulnerabili. Se invece adotteremo una visione One Health reale, con politiche coordinate e investimenti strutturali, potremo anticipare molte crisi.

 

In copertina: Massimo Crapis