Quando si parla di carbon farming, l'immaginario collettivo corre istintivamente a distese agricole, suoli seminativi, pascoli. Eppure c'è un fronte meno esplorato, e in qualche modo più urgente, che riguarda proprio i luoghi dove oggi vive la maggior parte delle persone: i centri urbani. È attorno a questa intuizione che il Consorzio italiano compostatori (CIC) ha costruito negli ultimi anni la proposta dell’urban carbon farming, un'idea presentata per la prima volta in audizione alla Camera dei Deputati nel settembre 2023 e che è tuttora al centro del dibattito anche in concomitanza con il Carbon Farming Summit 2026, che si chiude il 19 marzo a Padova.

Mentre la sfida è ancora in fase di costruzione, il punto di partenza è una filiera che l'Italia ha saputo sviluppare meglio di quasi tutti gli altri paesi europei: la raccolta differenziata dell'umido copre oltre il 90% della popolazione, un risultato che pone il paese in una posizione privilegiata per trasformare i rifiuti organici in risorsa attiva per il clima. Il compost prodotto dal trattamento dei rifiuti organici raccolti separatamente è un ammendante capace di restituire fertilità ai terreni, migliorarne la struttura e incrementarne la ritenzione idrica. Perché allora limitare questa risorsa ai soli suoli agricoli?

Emissioni evitate, ma non solo

Per comprendere meglio la portata e lo sviluppo dello urban carbon farming, Materia Rinnovabile ha intervistato Alberto Confalonieri, coordinatore del comitato tecnico di CIC. Combinando il sequestro attivo nel suolo con le emissioni evitate grazie a una corretta gestione dei rifiuti organici, i volumi raggiungibili con i flussi attuali di compost di qualità sono nell'ordine di “centinaia di migliaia di tonnellate di carbonio equivalente”. Una cifra che, seppur non trascurabile, appare oggettivamente modesta in relazione ai circa 400 milioni di tonnellate di CO₂ che l'Italia deve controbilanciare per raggiungere la neutralità climatica al 2050. “Siamo lontani dall'idea di gestire la crisi climatica attraverso il carbon farming e l'urban carbon farming”, racconta Confalonieri.

Eppure il quadro si complica, in senso positivo, quando si scende di scala. Per i comuni più piccoli, con emissioni già contenute, “le attività di corretta gestione del verde potrebbero in modo significativo controbilanciare le proprie emissioni, quindi andare verso una neutralità emissiva anche grazie a queste attività”. È qui che l'urban carbon farming rivela una prima vocazione che va oltre la contabilità del carbonio: quella di strumento concreto per comuni che, altrimenti, faticano a vedere il proprio contributo alla transizione climatica.

C'è poi una voce contabile spesso dimenticata nel calcolo delle emissioni: quelle evitate proprio grazie alla raccolta differenziata. “Dietro il compost ci sono anche tutte quelle emissioni evitate, che sono la preponderanza”, ricorda Confalonieri. Quegli stessi rifiuti organici “non raccolti in modo differenziato, ma lasciati nel rifiuto tal quale, e smaltiti nella discarica”, avrebbero un impatto “devastante” anche sul piano quantitativo. Un dato che rischia di essere rimosso dalla memoria collettiva proprio perché l'Italia ha fatto tanta strada: “Stiamo cominciando a dimenticarci perché siamo in un paese che è ormai evoluto dal punto di vista della raccolta differenziata”.

Più che compost, un approccio sistemico al verde urbano

Il compost, insomma, vale molto più del solo carbonio che finisce nel suolo. Parimenti, l’urban carbon farming, come esplicita Confalonieri, “non vuol dire solo mettere compost nei parchi e giardini, ma vuol dire fare tutta una serie di azioni di riduzione dell'impatto della gestione delle aree verdi”. Bisogna guardare a tutte le pratiche agronomiche che consentono non solo di incrementare la superficie a verde pubblico, ma soprattutto di mantenere l'ecosistema urbano più vivo, rendendo la città più permeabile, meno soggetta ai picchi di temperatura, capace di catturare anidride carbonica e di fissare carbonio al suolo. È questa visione sistemica che si differenzia da una semplice campagna di ammendamento dei parchi pubblici.

Se i suoli, e in particolare quelli urbani, spesso degradati e impermeabilizzati, non sono in grado di assorbire e trattenere nuovo carbonio organico, Confalonieri rovescia la prospettiva. Il degrado, lungi dall'essere un ostacolo, è quasi un vantaggio di partenza: “Proprio perché tanti suoli sono degradati, impoveriti nel contenuto di sostanza organica, in quei suoli è massima la possibilità di avere successo in un'attività di carbon farming”.

De-sigillare la città, la mossa più ambiziosa

I suoli urbani sigillati dall'asfalto, in questo senso, sono suoli compromessi che attendono di essere rimessi in gioco. Proprio per questo l’azione più trasformativa in tale direzione può essere la de-sigillazione dei suoli urbani. Le città italiane, come quelle di tutta Europa, hanno progressivamente coperto di asfalto, cemento e superfici impermeabili porzioni crescenti di territorio.

“Tra le mosse vincenti di un'attività di urban carbon farming può esserci proprio quella di impegnarsi a rimettere a disposizione le aree attualmente sigillate”, spiega Confalonieri. L'idea è combinare le pratiche di ammendamento organico e gestione del verde con un'azione più a monte: restituire fisicamente suolo vivo alla città, togliendo asfalto dove è possibile, ripristinando permeabilità dove l'impermeabilizzazione è frutto di scelte urbanistiche reversibili.

Un suolo sigillato non può assorbire carbonio, non può ospitare la microbiologia necessaria alla stabilizzazione della sostanza organica, non può svolgere nessuna delle funzioni ecosistemiche che rendono l'urban carbon farming efficace. La de-sigillazione (de-sealing in inglese) è quindi un allargamento di orizzonte con conseguenze importanti. Significa che l'urban carbon farming, nella sua forma più ambiziosa, non è solo una questione per gli assessorati all'ambiente o ai lavori pubblici, ma chiama in causa la pianificazione urbanistica, le concessioni edilizie, i piani del verde, le politiche di riqualificazione urbana. Significa anche che i comuni che volessero abbracciare questa visione si troverebbero a dover coordinare settori amministrativi che raramente dialogano tra loro. Una complessità in più, ma anche un enorme potenziale.

Una questione di responsabilità, prima che di tecnica

“Quello che cerchiamo di fare con l'urban carbon farming è responsabilizzare il produttore diretto del rifiuto, cioè il contesto urbano”, spiega Confalonieri. L'operazione che il CIC propone è, in fondo, un cortocircuito virtuoso: i rifiuti organici prodotti dalla città tornano alla città sotto forma di risorsa per i suoli. I comuni non sono semplici gestori di un servizio di raccolta, ma attori centrali di un ciclo che inizia e finisce nel proprio territorio.

“Con questa operazione di promozione di un carbon farming declinato sul contesto urbano, cerchiamo di condividere con i comuni e di responsabilizzare le amministrazioni nell'impegnarsi a gestire le proprie aree verdi anche con i prodotti derivanti dalla trasformazione dei loro rifiuti organici”, aggiunge Confalonieri, che distingue con chiarezza tra la valenza tecnico-scientifica dell’urban carbon farming (sequestro di carbonio, riduzione delle emissioni) e quella che definisce “sociale, di responsabilità ambientale dei comuni”.

È una visione che implica un cambiamento culturale prima ancora che normativo, e che si scontra con un rischio strutturale: la discontinuità delle amministrazioni locali. Le attività di urban carbon farming devono perdurare nel tempo per produrre risultati certificabili, ma i comuni cambiano giunte, priorità, visioni. La sfida centrale diventa, dunque, quella di persuadere i comuni a portare avanti le attività “oltre l'orizzonte di un’amministrazione” e di far sì che queste non vengano percepite come “la bandiera della giunta di turno”. Solo con una stretta collaborazione tra amministrazioni locali, professionisti del verde, cittadini e stakeholder sarà possibile dare un contributo efficace al benessere complessivo di tutta la comunità. L'urban carbon farming ha tutti gli ingredienti per diventare un modello ambientale e sociale, a patto che la politica locale impari a pensare in decenni, non in mandati.

 

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In copertina: il Giardino dei Francescani di Praga