La crisi climatica non è solo una questione ambientale. È anche, e sempre più, una questione di finanza pubblica e un rischio fiscale che i modelli europei non vedono. È questo il punto di partenza di Fiscal timebomb: how climate change will impact public budgets, il report pubblicato il 9  marzo dalla New Economics Foundation (NEF), secondo cui la cornice fiscale europea continua a trattare il debito di breve periodo come il principale fattore di instabilità, ma trascura una delle pressioni che più incideranno sui conti dei prossimi decenni: il danno economico prodotto dal riscaldamento globale.

Nel documento, la NEF rielabora la Debt Sustainability Analysis della Commissione europea − il modello usato per valutare se il debito pubblico di un paese resterà sostenibile nel tempo sulla base di crescita, deficit, tassi di interesse e altre variabili macroeconomiche − includendo impatti climatici, costi di adattamento e mitigazione, minore crescita, minori entrate fiscali e maggiori costi di finanziamento. Il risultato è che i profili di debito peggiorano sensibilmente rispetto alle traiettorie ufficiali. In media infatti entro il 2050 il debito pubblico dei paesi europei potrebbe risultare di 58 punti percentuali di PIL superiore alle proiezioni ufficiali se i rischi climatici continuassero a essere sottovalutati.

Italia, il paese più esposto

Tra i risultati più rilevanti dell’analisi c’è il caso italiano. Nella sintesi diffusa insieme al report, l’Italia è il paese che presenta il maggiore scostamento rispetto alle proiezioni ufficiali: nello scenario business as usual, cioè con politiche climatiche sostanzialmente invariate e senza un aumento degli investimenti, il rapporto debito/PIL risulterebbe nel 2050 di 99 punti percentuali più alto rispetto alle stime della Commissione.

Per la Francia lo scarto indicato è di 84 punti, per la Spagna di 81. Nel 2070, per l’Italia, il differenziale salirebbe a 286 punti di PIL. Il dato si inserisce in un quadro più ampio in cui l’area mediterranea risulta fra le più vulnerabili anche sul lato della crescita, infatti nelle simulazioni riportate dal documento, Croazia, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna figurano tra i paesi che subiscono le perdite di PIL più consistenti in uno scenario di riscaldamento più elevato e assenza di ulteriori misure di adattamento.

Perché il clima pesa sui conti pubblici

Il meccanismo descritto dal report è lineare. Temperature più alte e fenomeni estremi più frequenti riducono la produttività, danneggiano infrastrutture pubbliche e private, colpiscono settori come agricoltura, trasporti ed energia e comprimono il potenziale di crescita. Se il PIL rallenta, anche il gettito fiscale cresce meno. Nello stesso tempo aumenta la spesa pubblica necessaria per emergenze, ricostruzione, sostegno ai territori colpiti e rafforzamento delle difese.

La NEF ricorda che le perdite economiche legate a eventi meteo-climatici in Europa sono fortemente aumentate nel tempo e che l’Agenzia europea dell’ambiente stima in circa 650 miliardi di euro, a prezzi 2022, le perdite complessive registrate tra il 1980 e il 2022. Un altro punto rilevante è il divario assicurativo: meno del 20% delle perdite totali risulta coperto da assicurazioni private, il che significa che una parte consistente del costo finale ricade su famiglie, imprese e soprattutto settore pubblico. In questo quadro, ignorare il rischio fisico del clima nelle analisi di sostenibilità del debito non equivale a prudenza metodologica, ma a una sottostima strutturale dell’esposizione fiscale.

Prevenire costa, ma il ritardo costa di più

Il report non sostiene che la transizione sia gratuita. Al contrario, prevede che più investimenti verdi richiedano anche più debito nel breve periodo. Ma la tesi centrale è che l’inerzia costi di più: nello scenario di investimenti ritardati, in cui gli interventi rilevanti vengono rinviati agli anni Trenta, per l’Italia il rapporto debito/PIL sarebbe comunque 72 punti sopra le proiezioni ufficiali nel 2050 e 129 punti nel 2070.

Se invece gli investimenti venissero anticipati, con una spesa pari all’1% del PIL per affrontare la crisi climatica più investimenti aggiuntivi per l’adattamento, lo scostamento si ridurrebbe a 55 punti nel 2050 e 94 nel 2070. Il divario si restringerebbe ulteriormente nello scenario di cooperazione globale verso il net zero: con azione coordinata, emissioni nette azzerate entro il 2050 e riscaldamento limitato a 1,5 gradi, per l’Italia il rapporto debito/PIL sarebbe appena 1 punto sopra le stime ufficiali nel 2050 e 21 punti sotto nel 2070. Nella media europea lo scenario di investimento anticipato e cooperazione globale porterebbe quindi il debito a 4 punti sopra le proiezioni ufficiali nel 2050 e 12 punti sotto nel 2070, invertendo l’effetto dell’inazione climatica sui conti pubblici.

La critica alle regole fiscali europee

Secondo il report del NEF l’attuale governance economica europea rischia di ostacolare proprio quegli investimenti che, nel lungo termine, renderebbero più sostenibili i bilanci pubblici. Sebastian Mang, EU programme lead della New Economics Foundation, osserva come “costruire un’economia più forte e resiliente non deriva dall’arretramento della regolazione green, ma da investimenti mirati nelle infrastrutture e nelle tecnologie che rendono l’Europa più competitiva e sicura: energie rinnovabili più pulite e meno costose, veicoli elettrici, trasporto pubblico e pompe di calore, insieme all’adattamento agli eventi meteorologici estremi”.

Mang aggiunge che, in questo senso, “gli Eurobond possono aiutare mettendo in comune le nostre risorse, permettendoci di realizzare la transizione più rapidamente, a costi più bassi e in modo più equo di quanto ogni singolo stato membro possa fare da solo”. Anche Hans Stegeman, chief economist di Triodos Bank, sottolinea il nodo metodologico: “Possiamo lasciare le conseguenze economiche del cambiamento climatico fuori dai nostri modelli, ma non fuori dal nostro futuro”.

Per i ricercatori, l’azione climatica anticipata è “la nostra migliore opzione fiscale”, mentre gli attuali quadri economici continuano a premiare la riduzione del debito nel breve periodo e a penalizzare gli investimenti che potrebbero proteggere davvero la finanza pubblica. Da qui la raccomandazione della NEF: includere il costo reale della crisi climatica nelle previsioni fiscali ufficiali, escludere gli investimenti di decarbonizzazione dalle regole di bilancio oppure finanziarli con debito comune europeo, sul modello di quanto oggi si discute per la difesa.

 

In copertina: inondazione a York, foto di Andrew McCaren/LNP/Shutterstock (16434635q), Agenzia IPA