La guerra in Iran ha scatenato un'impennata storica dei prezzi del petrolio, che hanno superato i cento dollari al barile per la prima volta dal 2022, a causa degli attacchi israeliani contro circa trenta infrastrutture energetiche a Teheran. Mentre i mercati internazionali reagiscono con forza ai timori di un blocco totale dello Stretto di Hormuz, dove transita un quinto del greggio mondiale, il riverbero di questa crisi geopolitica colpisce direttamente la Sicilia.

Nella regione, il panico si è già tradotto in un rumore concreto: quello delle pompe di benzina che girano a vuoto e dei depositi che si svuotano nel giro di pochi giorni. “L’isola è la ‘prima terra che si tocca’ quando parliamo di rotte provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa”, ci spiega Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli, la Federazione internazionale del settore petrolifero. Tuttavia, questa centralità è segnata da una profonda contraddizione: pur essendo un polo logistico e di raffinazione d'eccellenza, la Sicilia subisce spesso i prezzi al consumo più alti d'Italia a causa di penalizzazioni storiche e complessità distributive.

A complicare il quadro è la sfida della transizione energetica. La conversione di siti storici, come quello di Gela in bioraffinerie, sebbene orientata alla sostenibilità, rischia di ridurre la capacità industriale interna di raffinazione. Secondo Marsiglia, senza una strategia energetica nazionale che valorizzi un vero mix tra idrocarburi e rinnovabili, il paese aumenterà la propria dipendenza dall'estero, rendendo il sistema ancora più fragile di fronte ai sussulti del Medio Oriente.

Il paradosso siciliano tra centralità logistica e il rischio dipendenza

La Sicilia occupa una posizione strategica nello scacchiere del Mediterraneo. “È sempre stata un hub fondamentale per l’Italia energetica”, spiega il presidente di Federpetroli. “Anche qui le grandi petroliere scaricano il greggio destinato alle raffinerie o allo stoccaggio nei depositi costieri, prima di rifornire il resto d'Europa.” Tuttavia, questa centralità è intrisa di paradossi. Nonostante sia circondata dal mare e ospiti poli industriali storici, resta spesso la “maglia nera” per i prezzi al consumo. “Si tratta di una terra sotto il profilo petrolifero di contraddizione: sebbene favorevole alla raffinazione per la sua logistica marittima, subisce costi altissimi legati a una penalizzazione storica delle isole e a una gestione complessa della distribuzione.”

Il rischio non riguarda solo il greggio da lavorare, poiché dalle rotte orientali arriva anche il prodotto finito. Marsiglia avverte infatti che l'errore comune è pensare che da Hormuz giunga solo petrolio da raffinare: “Arriva anche carburante, quindi petrolio già raffinato”. In questo scenario, l’isola funge da primo snodo e punto di stoccaggio critico. “Se quel flusso si interrompe, l'Italia, che importa il 95% della sua energia in forma integrale, rischia di trovarsi energeticamente non più abile.” Ogni tensione internazionale si traduce subito in una minaccia per le forniture e in uno stato di stallo che mette in ginocchio l'industria.

Il rischio di una Sicilia senza raffinerie dopo la conversione di Gela

Il passaggio verso il Green Deal e la conversione di poli come quello di Gela in bioraffinerie aggiunge un ulteriore livello di complessità. Se da un lato si punta alla sostenibilità, dall'altro Marsiglia mette in guardia sulla perdita di capacità industriale interna. “Se convertiamo Gela, alla fine resteremo con poche raffinerie e non avremo neanche più la possibilità di prendere questo petrolio e raffinarlo nuovamente”, osserva con preoccupazione.

Il rischio è quello di aumentare ulteriormente la dipendenza dall'estero per i prodotti finiti, rendendo il sistema ancora più fragile. Per il presidente di Federpetroli, il problema risiede nell'assenza di una visione di lungo periodo: “In Italia manca una strategia energetica nazionale, una politica che sfrutti un vero ‘mix energetico’ combinando idrocarburi e rinnovabili senza rinunciare alla sovranità produttiva”. In assenza di contromisure, conclude, “la Sicilia continuerà a essere il termometro di una nazione in bilico, dove una crisi bellica a migliaia di chilometri di distanza può trasformarsi, in poche ore, in cisterne vuote e porti paralizzati”.

Sicilia, crocevia geopolitico tra gasdotto e futuro rinnovabile

La Sicilia rappresenta uno dei territori chiave della geopolitica energetica del Mar Mediterraneo. “In un contesto nazionale caratterizzato da alti consumi di gas fossile, da una bassissima disponibilità interna della risorsa e quindi da una forte dipendenza dalle importazioni, l’isola è la principale porta di accesso all’Italia e all’Europa del gas proveniente dal Nord Africa”, ci spiega Anita Astuto, responsabile energia e clima di Legambiente Sicilia.

Attraverso il territorio siciliano transitano, infatti, due infrastrutture strategiche: il gasdotto Transmed Pipeline, che collega l’Italia all’Algeria, e il Greenstream Pipeline, che arriva dalla Libia. A questa centralità energetica si affianca quella militare. La Sicilia ospita infatti infrastrutture strategiche, prime fra tutte la base Naval Air Station Sigonella e il sistema di telecomunicazioni satellitari Muos di proprietà esclusiva della Marina Militare USA, installato nella sughereta di Niscemi.

Tutto ciò rende la Regione un nodo centrale negli equilibri geopolitici del Mediterraneo, ma allo stesso tempo espone il nostro territorio ai rischi e alle tensioni legate alle crisi internazionali, la guerra tra Russia e Ucraina prima e la nuova guerra del Golfo adesso. “Conflitti che hanno reso evidente come la dipendenza dalle fonti fossili non alimenti solo la crisi climatica, ma sia il vulnus delle nostre economie, contribuendo ad accentuare la crisi sociale dovuta agli altissimi costi energetici”, aggiunge Astuto. “Per questo sostenere con decisione lo sviluppo delle energie rinnovabili significa anche costruire scenari di pace, sicurezza energetica e maggiore autonomia per l’Europa.” Per la responsabile energia e clima di Legambiente Sicilia, in questa prospettiva l’isola può trasformarsi da piattaforma di transito del gas a hub mediterraneo delle energie rinnovabili, valorizzando il grande potenziale di solare ed eolico presente sul territorio.

Transizione ecologica: Legambiente su bioraffinerie ed economia circolare

In questo contesto, nel percorso di transizione energetica delineato dallo European Green Deal, le bioraffinerie possono rappresentare uno strumento utile per accompagnare la riconversione industriale dei territori storicamente legati alle fonti fossili: “Sempre che si utilizzino scarti agricoli, rifiuti organici e altre biomasse sostenibili”, precisa Astuto. “In Sicilia, dove per decenni il sistema industriale è stato costruito attorno alla raffinazione petrolifera, la trasformazione di alcuni impianti in bioraffinerie, fatte salve le bonifiche ferme al palo da decenni, potrebbe essere una prospettiva di riconversione verso produzioni più sostenibili, contribuendo alla riduzione delle emissioni climalteranti e alla valorizzazione delle filiere locali.”

In una prospettiva più ampia di economia circolare, un ruolo importante può essere svolto anche dalla produzione di biometano a partire dalla FORSU, la frazione organica del rifiuto solido urbano. Attraverso processi di digestione anaerobica, infatti, può essere trasformata in biogas e successivamente raffinata in biometano da immettere nella rete del gas, contribuendo a sostituire progressivamente il gas fossile importato e a ridurre le emissioni climalteranti.

Ma, affinché questi strumenti contribuiscano realmente agli obiettivi climatici europei, per Anita Astuto è fondamentale che lo sviluppo di tali tecnologie sia basato su materie prime sostenibili, non in competizione con le produzioni alimentari, e sia integrato con la crescita delle energie rinnovabili, dell’efficienza energetica e della mobilità a basse emissioni. “A nostro avviso la sfida della Sicilia dovrebbe essere proprio questa: concentrarsi sulle trasformazioni industriali e ambientali necessarie alla transizione ecologica e alla costruzione di un sistema energetico più sostenibile e autonomo, piuttosto che continuare a essere un territorio strategico e purtroppo potenzialmente sensibile nelle dinamiche dei conflitti geopolitici.”

Il ruolo strategico della Sicilia per la NATO e la sicurezza nell'area MENA

Alle criticità logistiche e produttive della raffinazione siciliana analizzate da Michele Marsiglia, si affianca la visione geopolitica di Valeria Giannotta, direttrice scientifica dell'Osservatorio Turchia del CESPI (Centro studi di politica internazionale), che definisce la Sicilia come il baricentro strategico e vulnerabile di un Mediterraneo in fiamme. L'isola si ritrova proiettata, quasi suo malgrado, al centro di una tempesta geopolitica ed economica senza precedenti. Non è solo una questione di confini geografici, ma di una vulnerabilità intrinseca legata alla sua funzione di hub energetico e logistico.

Secondo l'esperta, “l’isola rappresenta oggi un polo di grande centralità in questo Mediterraneo allargato”. Questa centralità, se da un lato le conferisce un grande peso strategico, dall'altro la espone direttamente alle onde d'urto delle crisi internazionali. La continuità industriale della regione, infatti, dipende strettamente dalla fluidità dei transiti marittimi. In questo scenario, Giannotta sottolinea come la Sicilia “svolga un ruolo funzionale, ma anche principale per quanto riguarda la NATO”. L’instabilità nel Medio Oriente, “rappresenta un fattore che incide quotidianamente sulla disruption delle catene di approvvigionamento.  Quando le tensioni tra attori come Iran, Israele e Stati Uniti aumentano, il rischio di un blocco delle rotte vitali si fa concreto.”

Una Sicilia “baluardo dell'Occidente” che funge da termometro dell’attuale crisi. Se il flusso di greggio e gas che attraversa il Canale di Suez o che giunge dalle coste del Nord Africa dovesse interrompersi, l'impatto sulla raffinazione e sulla distribuzione energetica sarebbe immediato, con conseguenze a cascata su tutta l'Europa continentale. Il legame con l'area MENA (Middle East and North Africa, Medio Oriente e Nord Africa) è vitale. L'isola è il punto di approdo naturale per le risorse provenienti da Algeria, Libia ed Egitto. Giannotta evidenzia che “per la sua posizione la Sicilia è una base fondamentale a cui guardare per garantire la sicurezza energetica europea. Se la Sicilia è la sentinella marittima che protegge l'accesso energetico europeo, la Turchia è il ponte terrestre”.

Asse Turchia-Sicilia, pilastri della sicurezza energetica europea

La Turchia si è imposta strutturalmente come un corridoio energetico imprescindibile. Pur non essendo un produttore primario, il governo di Ankara ha investito per trasformare il paese in un hub energetico attraverso una “diplomazia della connettività”. Infrastrutture come il Tanap (il gasdotto Trans-Anatolico, che convoglia il gas dall'Azerbaigian verso l'Europa) e il TurkStream (un gasdotto che va dalla Russia alla Tracia Orientale), rendono la Turchia il principale snodo di diversificazione delle risorse per il continente.

Tuttavia, questa posizione di privilegio espone Ankara a pericolosi effetti di spillover. Il recente abbattimento di missili provenienti dall'area del conflitto nei propri cieli e l’innalzamento della tensione militare attorno a Cipro dimostrano quanto la stabilità turca sia indispensabile. Nonostante le pressioni, Ankara cerca di mantenere un difficile equilibrio attraverso la "diplomazia della pace", tenendo aperti i canali di comunicazione anche con l'Iran per evitare una definitiva interruzione dei flussi commerciali e contenere i flussi migratori.

Il legame tra questi due territori è ciò che sostiene oggi la resilienza dell'Europa. Mentre la Turchia sviluppa progetti ambiziosi come il "Middle Corridor" e la "Development Road" dai paesi del Golfo, la Sicilia rimane la piattaforma operativa necessaria per gestire e difendere questi flussi una volta giunti nel cuore del Mediterraneo. “La sicurezza europea dipende dalla capacità della Turchia di resistere alle onde d'urto dei conflitti mediorientali e dal ruolo geopolitico della Sicilia quale punto strategico e logistico fondamentale per l'Europa e l’Occidente nel Mediterraneo”, conclude Giannotta. “La cooperazione strategica e la stabilità di Turchia e Sicilia non sono solo questioni regionali, ma i pilastri su cui poggia il futuro energetico e la difesa dell'intero Occidente.”

 

In copertina: il polo petrolchimico nella zona di Priolo visto dal porto commerciale di Augusta, in Sicilia, foto di Mario Di Salvo, Agenzia IPA