Quaranta milioni di euro. Non è la cifra di un investimento produttivo per il rilancio della Sicilia, ma l'ammontare di denaro pubblico “finito in fumo” – o, meglio, in mare − nel solo comune di Sant’Alessio Siculo, situato sulla riviera ionica tra Taormina e Messina. È questo il simbolo del fallimento di un modello di gestione costiera che, di fronte al Ciclone Harry e ai 45 eventi meteorologici estremi che hanno travolto l’isola nel 2025, si è rivelato dispendioso, secondo Legambiente, che ha presentato martedì 17 febbraio nella sua sede di Messina il dossier Il ciclone Harry - Cronaca di un disastro annunciato e della gestione fallimentare del litorale ionico.

Per Tommaso Castronovo, presidente di Legambiente Sicilia, “ci troviamo di fronte a una gestione fallimentare basata su milioni e milioni di euro investiti in opere che si sono rivelate assolutamente inefficaci: le barriere frangiflutti e le altre infrastrutture a difesa della costa non hanno retto l’urto degli eventi”.

Secondo Salvatore Granata, dell’Osservatorio sull’erosione delle spiagge della provincia di Messina, l’evento non è stato una sorpresa: “Quello che è accaduto con Harry era prevedibile, poiché affonda le sue radici in uno squilibrio sedimentario decennale e nella scomparsa delle difese naturali”. Mentre la Francia, dopo il ciclone Xintia del 2010, ha scelto l’arretramento demolendo 1.500 case costiere, l’Italia continua a rispondere alle mareggiate con altro cemento, promettendo un miliardo di euro per ricostruire ciò che il mare, inevitabilmente, tornerà a prendersi. “Einstein diceva che continuare a fare le stesse cose e sperare che il risultato cambi è follia”, aggiunge Granata. “Ricostruire esattamente come prima, in un contesto di crisi climatica, è un comportamento imprudente che ignora la necessità di soluzioni più morbide e resilienti.”

Una costa sotto assedio: i numeri del disastro

La crisi climatica ha nel Mediterraneo un suo hotspot, ma in Sicilia gli effetti sono amplificati da decenni di scelte urbanistiche scellerate. I numeri lo confermano: negli ultimi quarant’anni, l’avanzata del cemento ha sottratto quasi il 30% del suolo entro i 300 metri dalla linea di costa. Oggi, il 77% della fascia costiera regionale è a rischio erosione, eppure negli ultimi quindici anni è stato consumato oltre il 6% del territorio litoraneo. Il risultato è una “città lineare” che si estende per 14 km tra Sant’Alessio Siculo e Alì Terme, dove la densità edilizia raggiunge picchi insostenibili.

Il problema non è solo tecnico, ma di visione: “Bisogna convivere con la natura, perché se si vuole forzare con la natura perdiamo”, avverte Granata, secondo cui la causa del disastro non è solo climatica, ma risiede nel fatto che “le dune sono scomparse e l'urbanizzazione si è estesa fino a occupare porzioni di spiaggia, privando il litorale della sua naturale capacità di difesa”. Sebbene la popolazione residente sia spesso in calo, il carico antropico esplode in estate: a Letojanni la popolazione quintuplica ad agosto, passando da 2.891 a 15.000 persone, seguita da Sant’Alessio Siculo (da 1.552 a 7.500 persone) e Giardini Naxos (da 9.427 a 40.000 persone). Questa pressione mette in crisi reti idriche e fognarie, spesso collocate proprio sulle spiagge soggette a erosione.

Legambiente Sicilia contro “l’economia dei disastri”

Il dossier di Legambiente analizza nel dettaglio il fallimento tecnologico ed economico delle “opere rigide”. A Sant'Alessio Siculo, nonostante la consegna di una barriera sommersa nel 2024, le mareggiate hanno causato danni per un milione di euro nel 2025 e oltre cinque milioni nel 2026. La risposta? Altri massi della Protezione civile sopra una barriera radente che già occupa sette metri di spiaggia, impedendone la naturale riformazione. Non va meglio nei comuni limitrofi.

A Santa Teresa di Riva, dove il lungomare con piste ciclabili è stato costruito direttamente sull'arenile (le mappe del PAI, il Piano per l’assetto idrogeologico, indicavano già queste aree come zone a rischio elevato R4), il mare ha causato crolli prevedibili: 140 metri di lungomare distrutti nel 2025 con danni per quattro milioni di euro. La soluzione proposta − un progetto da otto milioni di euro che prevede quattordici pennelli in scogli lavici e il ripascimento con 253.490 metri cubi di sabbia del torrente Savoca − rischia di spostare il problema dell'erosione sul litorale di Furci Siculo. Qui, una passeggiata a sbalzo in cemento armato è stata finanziata come “opera di difesa”.

La costa è un organismo unico e ogni intervento locale genera reazioni a catena. È il caso di Santa Margherita, dove una barriera soffolta realizzata nel 2006 ha fatto crescere la spiaggia locale ma ha innescato l’erosione “sottoflutto” a Galati Marina, un degrado sistemico che sta ora raggiungendo Mili Moleti.

Il dossier di Legambiente punta il dito contro quella che definisce l’“economia dei disastri”: un modello che lucra sull'emergenza permanente, proponendo soluzioni obsolete, che spesso ignora le leggi vigenti, come la Legge regionale 78/1976 che già cinquant'anni fa vietava di costruire entro 150 metri dalla battigia, divieto sistematicamente eluso o ignorato. Persino le ferrovie, con oltre 22 km di binari a meno di 100 metri dal mare, sono diventate un ostacolo alla resilienza costiera e una vittima designata delle mareggiate.

Un cambio di paradigma: non ricostruzione ma “arretramento strategico”

Il paradosso delle nostre coste non è la furia del mare, ma la nostra ostinata pretesa di ignorarne i confini: come spiega Giovanni Randazzo, ordinario di geologia ambientale all'Università di Messina, la spiaggia ionica ha dimostrato una "resistenza" straordinaria, restando al suo posto laddove le infrastrutture umane sono invece crollate.

Il vero "killer della spiaggia" è, infatti, il lungomare: “Un’infrastruttura costruita sopra la sabbia che trasforma la difesa del suolo in una trappola economica”, spiega il docente. “Progettare opere faraoniche o barriere rigide spesso non fa altro che innescare una reazione a catena, in cui proteggere un tratto di costa significa condannare quello successivo all'erosione, costringendoci a ‘inseguire’ il danno con costi pubblici esorbitanti”. In un paese dalla densità abitativa estrema come l’Italia, aggiunge Randazzo, dove la delocalizzazione delle comunità costiere appare culturalmente e geograficamente impraticabile rispetto a modelli esteri, la sfida non è più “costruire”, ma “gestire” il sistema costiero.

Legambiente e gli esperti che si sono riuniti a Messina propongono una strategia basata sull’arretramento strategico, come delle linee guida chiare: riformare la Legge 78/76,  rendendo assoluto il rispetto dei 150 metri; la demolizione delle opere abusive e incentivi alla delocalizzazione degli immobili danneggiati; opere flessibili e rimovibili, abbandonando le strutture rigide che riflettono il moto ondoso; riequilibrio sedimentario, riattivando il trasporto naturale di sabbia dai fiumi, oggi bloccato da briglie e impianti di betonaggio; una diversa gestione dei lidi, con strutture balneari stagionali da rimuovere in inverno.

Oltre il ciclone Harry, resta l'ombra dell'eterna emergenza

Nella giornata del 16 febbraio, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha visitato Niscemi e le zone colpite dal ciclone Harry, incontrando cittadini e autorità locali. La premier ha indicato come priorità ricostruzione e indennizzi, annunciando fondi e un decreto immediato per gli interventi. “Lo Stato c’è e farà la sua parte per aiutare queste comunità a rialzarsi rapidamente”, ha dichiarato durante il sopralluogo.

La gestione della crisi post-ciclone Harry a livello regionale sta procedendo su un doppio binario, tra stanziamenti finanziari e dialogo con le categorie produttive. Da un lato, la regione Sicilia ha formalizzato una richiesta di 741 milioni di euro alla Protezione civile nazionale, a fronte della quale il governo centrale ha già riconosciuto lo stato di emergenza nazionale stanziando i primi 33 milioni di euro. In attesa di ulteriori fondi statali, l'amministrazione regionale ha già destinato 680 milioni di euro di risorse proprie ed extraregionali per far fronte alle prime necessità, mentre prosegue senza sosta l'attività di ricognizione dei danni in collaborazione con i comuni e i Geni civili per aggiornare le stime finali.

Dall'altro lato, la pressione del mondo economico resta alta: il 18 febbraio è stato convocato un tavolo istituzionale presso l’Assessorato al turismo con Confcommercio Sicilia. In questa sede, l’associazione di categoria ha chiesto misure concrete per la sopravvivenza delle imprese, tra cui ristori economici, il congelamento degli adempimenti fiscali e la proroga delle scadenze per il bando Turismo FSC, ritenute essenziali per consentire alle attività colpite di ripartire. Tuttavia, nonostante gli sforzi finanziari e il dialogo con le categorie produttive, l'efficacia di questi interventi rimane al centro di un acceso dibattito.

Il dossier di Legambiente evidenzia infatti come le misure d'emergenza non possano sostituire una necessaria strategia strutturale di adattamento e prevenzione. “Il documento conferma che gli eventi erano prevedibili e che mancava, e manca tuttora, una strategia strutturale di adattamento”, commenta Valentina Chinnici, vicesegretaria del Partito democratico Sicilia. “Si continua a operare in emergenza, come sempre in Sicilia, senza una pianificazione integrata tra regione e stato che riduca l’esposizione al rischio e metta ordine nell’uso del territorio.”

C’è poi il tema delle risorse: “I fondi annunciati sono chiaramente insufficienti rispetto all’entità dei danni stimati e, soprattutto, rispetto ai costi strutturali di messa in sicurezza e riconversione del modello attuale”, aggiunge Chinnici, senza contare i costi indiretti e i danni ingenti alle attività imprenditoriali e produttive. “Se le risorse sono poche e vengono impiegate per ripristinare ciò che era già vulnerabile, il risultato sarà un ciclo infinito di spesa pubblica improduttiva.”

Per la vicesegretaria, i fondi devono essere proporzionati ai danni reali e vincolati a interventi strutturali: riduzione dell’esposizione, revisione della pianificazione, infrastrutture resilienti, prevenzione. Diversamente, si continuerà a spendere meno del necessario oggi per pagare molto di più domani.

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In copertina: lungomare di Catania in attesa del ciclone Harry, foto di Andrea Matteo Petrelli, Agenzia IPA