Sono passate due settimane dall'inizio della guerra che Israele e USA hanno mosso contro l’Iran. Nonostante i due alleati abbiano messo il 90% delle forze militari iraniane in ginocchio, Teheran continua a rispondere con droni e cyberattacchi, tenendo saldo il controllo sullo stretto di Hormuz. Migliaia di morti, prezzi dell’energia alle stelle, lo spauracchio di una nuova crisi economica e finanziaria globale, del livello di quella del 2008, è alle porte. I pasdaran hanno capito che i nervi sono scoperti e intendono sfruttare la situazione a proprio vantaggio.
Se per Israele è l’ultima grande speranza di obliterare tutti i suoi nemici e santificare l’obiettivo messianico di conquistare heretz ysrael hashlemah, la Grande Israele, dal Nilo all’Eufrate, come menzionato in Genesi 15:18-21, per gli USA è un pantano geopolitico e geoeconomico, di cui tutti, da destra a sinistra, chiedono conto a Trump, al ministro della Guerra, Pete Hegset, e alla coalizione millenarista di Peter Thiel, Alex Carp e soci.
Negli ultimi giorni la Russia si è riaffacciata con forza sullo scacchiere, usufruendo del collasso del mercato del greggio, ottenendo da Trump la possibile sospensione delle sanzioni sull’export del petrolio. Washington è costretta a implorare aiuto per riportare Hormuz sotto controllo, ottenendo per lo più promesse incerte.
L’Europa rimane divisa, spaccata dalle fazioni pro-Trump, impersonificate da Giorgia Meloni e Victor Orban (ma esse stesse confuse davanti al caos iraniano), mentre la Cina osserva preoccupata la situazione nel golfo e il caos di Washington, in attesa dell’incontro con il presidente USA a fine marzo.
Trump si trova di fronte a una scelta difficile: continuare a combattere per raggiungere gli obiettivi incredibilmente ambiziosi che si è prefissato (e aggirare la tempesta degli Epstein Files), oppure cercare di tirarsi fuori da un conflitto che si sta espandendo e intensificando e che sta generando onde d'urto devastanti sul piano militare, diplomatico ed economico.
Crisi economica e AI
Che si rischi ogni giorno di più una crisi economica è evidente nei commenti degli analisti finanziari di mezzo mondo, da New York a Shanghai. Alla situazione congiunturale si va ad aggiungere un fenomeno strutturale: l’impatto esteso sull’occupazione globale dell’AI. Secondo Goldman Sachs Research, le innovazioni in questo campo potrebbero sostituire il 6-7% della sola forza lavoro statunitense (fortemente orientata al terziario).
Certo, secondo Sachs l'impatto sarebbe probabilmente di natura transitoria, poiché le nuove opportunità di lavoro create da questa tecnologia finirebbero per offrire occupazione alle persone in altri ruoli. Ma è una visione ottimistica e non tiene conto dell’evoluzione di quella che per molti sta diventando la prima entità sintetica mai esistita.
Chiunque abbia provato le versioni avanzate di Claude o OpenClaw ha visto il potenziale impatto su moltissimi lavori del terziario. Il 5 marzo Anthropic, la società che ha creato Claude, ha pubblicato una ricerca dove si introduce una nuova misura di analisi del rischio derivato dall’AI chiamata “observed exposure”. Essa misura quali sono le professioni più esposte all’impatto dell’intelligenza artificiale: i programmatori (75% di copertura), i rappresentanti del servizio clienti e gli addetti all'inserimento dati. Seguono il settore legale, i media, il finanziario.
È facile prevedere come società di revisione e consulenza sostituiranno orde di consulenti junior con sistemi ai-powered ultra-efficienti. Secondo la ricerca di Anthropic ci sono già evidenti segnali che le assunzioni di lavoratori più giovani (22-25 anni) nei settori più esposti stiano rallentando: un calo di circa il 14% nel tasso di nuovi impieghi rispetto al 2022.
Quali saranno le categorie demografiche più a rischio? Il gruppo maggiormente esposto, secondo Anthropic, è composto per il 16% in più da donne, guadagna il 47% in più della media, ed è molto più istruito: i laureati magistrali sono quasi quattro volte più rappresentati rispetto al gruppo meno esposto. Impatti che non si sentiranno però solo nel mercato del lavoro ma anche in quello economico, con varie aziende, specie di software, legal e media, destinate a chiudere e un rischio finanziario non secondario.
Una crisi peggiore del 2008?
La domanda che molti si pongono è la seguente: stiamo entrando in una nuova crisi economica, ben più complessa di quella del 2008? Nell’estate di quell’anno, poco prima della grande crisi finanziaria, si verificarono contemporaneamente alcune tendenze preoccupanti che hanno similitudini con il 2026: i prezzi del petrolio salirono a quasi 150 dollari al barile e i fondi privati che detenevano mutui subprime registrarono perdite crescenti, il tutto mentre il mondo si stava adattando a complessi processi di trasformazione industriale dettati dalla digitalizzazione.
Le conseguenze furono devastanti: la perdita globale cumulata nei cinque anni successivi fu nell'ordine di decine di migliaia di miliardi di dollari, una perdita di PIL del 2,6% in USA, 4,5 nell’Eurozona e del 5,3% in Italia. Si persero circa 8,7 milioni di posti di lavoro in un anno nei soli Stati Uniti. In Italia la disoccupazione passò dal 6% del 2007 al 13% circa nel 2014, con oltre 1 milione di posti di lavoro persi nell'industria manifatturiera.
A tutto questo si aggiunge la policrisi ambientale. Uno studio pubblicato il 6 marzo su Science Advances mostra che gli eventi composti di caldo estremo seguiti da siccità improvvisa stanno crescendo a ritmi allarmanti: negli anni Ottanta riguardavano solo il 2,5% delle terre emerse ogni anno, nel 2023 erano già al 16,7%. E non c’è via di ritorno. Distolta l’attenzione a causa delle guerre e dei massacri in Iran, Palestina, Ucraina, l’interesse sulle tematiche ambientali ha raggiunto un minimo storico, riaffiorato solo recentemente con la crisi dello Stretto di Hormuz, che ha riportato in auge la conversione alle rinnovabili e l’efficientamento degli edifici. Ma nel mix economico l’esposizione di rischio legata al clima e alla perdita di biodiversità è una variabile pericolosissima che non può essere sottovalutata.
Ascoltate Habermas
Economia fossile, deregulation della tecnologia, erosione delle istituzioni sovranazionali, guerre dei dazi e guerre armate, tecnopopulismo: i mali di questa crisi sono noti e dati. Maurizio Belpietro, editorialista stracotto del Ventesimo secolo, invoca oggi gas russo, nazionalismo e l’eliminazione del green come ricetta per uscire dalla crisi. Ma non capisce che al centro di questa maxi-crisi economica in arrivo ci sono proprio questi elementi. La soluzione si trova esattamente all’opposto della proposta di Belpietro.
Serve oggi un nuovo dialogo razionale che riporti la democrazia come valore supremo, come ci spiegava Jurgen Habermas − mancato proprio domenica 15 marzo − sostenuta dalla scienza, focalizzata a controllare le principali minacce dell’umanità: la crisi climatica e lo sviluppo incontrollato dell’AI. Come fu il piano di stimolo di Obama nel 2009 e il NextGenerationEu per la crisi del Covid, la nuova crisi economica necessiterà un nuovo intervento keynesiano, un Deal for the Future, globale, disegnato in seno alle Nazioni Unite, di concerto tra tutti i governi, sostenuto con il rafforzamento di tutte quelle organizzazioni fondamentali debitamente riformate (dalla WTO all’OMS) e del diritto internazionale, rimettendo lo sviluppo economico sostenibile e la pace al centro. La strada è lunghissima e non la vediamo ancora. Pensare alla ricostruzione dell’ordine globale è forse presto. Ma non perdiamo l’occasione di fare tesoro di questa nuova crisi.
In copertina: immagine Envato
