Per decenni, conservare il calore per proteggere gli abitanti dal freddo è stata la priorità di gran parte dell'edilizia europea. Oggi, tuttavia, l'architettura si trova ad affrontare una sfida diversa e sempre più difficile da ignorare: mantenere gli ambienti domestici vivibili, possibilmente con soluzioni che non contribuiscano ad aggravare la crisi climatica, quando le temperature esterne restano eccezionalmente elevate per giorni o settimane.

L'estate 2026 ha mostrato con particolare evidenza quanto il problema delle ondate di calore prolungate sia ormai esteso anche oltre le aree mediterranee. In Finlandia, si sono succeduti per la prima volta ventidue giorni sopra i 30°C. Nel Regno Unito, il 26 giugno è stato registrato un nuovo record nazionale, con 38°C a Lingwood, nel Norfolk. Luglio 2026 è stato il mese più caldo mai registrato in Francia, con 3,8°C sopra la media del 1991-2020. Della calda estate francese ricorderemo, probabilmente, i contenuti virali sui social di alcuni clienti che litigano per l'ultimo ventilatore rimasto in negozio e il boom di coperte termiche sui vetri per respingere l'ingresso dei raggi solari nelle abitazioni.

Perché l'edilizia europea è inadatta a resistere alle ondate di caldo

Più che una questione legata ai picchi di temperatura, è soprattutto la durata prolungata del caldo estremo a mettere sotto pressione persone e città, con le ormai note isole di calore urbano, e gli edifici progettati per condizioni climatiche differenti da quelle attuali.

A Parigi, per esempio, gli appartamenti sotto i tradizionali tetti in zinco possono trasformarsi in vere e proprie serre. Nei piani più alti di alcuni palazzi storici sono state riportate temperature interne superiori ai 40°C. La maggior parte degli edifici residenziali non dispone di aria condizionata e la sua diffusione, pur in crescita, rimane relativamente bassa rispetto ad altri paesi europei: secondo l'Agenzia francese per l'ambiente e la gestione dell'energia (ADEME), nel 2025 solo il 24% delle abitazioni francesi disponeva di un sistema di climatizzazione, in crescita rispetto al 18% del 2023.

Negli edifici più vecchi, soprattutto nei centri storici, intervenire può inoltre essere più complesso. A Parigi, l'installazione di climatizzatori e persiane che modificano l'aspetto esterno dell'edificio è soggetta alle norme urbanistiche, vincoli che possono rendere più difficile adattare rapidamente il patrimonio edilizio esistente.

Secondo Julien Hans, direttore di ricerca e innovazione del Centro scientifico e tecnico dell'edilizia (CSTB) francese, "circa il 50% degli edifici in Francia non è adeguato alle ondate di calore". Spiega a Materia Rinnovabile che sono state effettuate simulazioni sull'intero patrimonio edilizio nazionale avvalendosi della Banca Dati Nazionale degli Edifici per determinare un indicatore di surriscaldamento delle abitazioni.

Per misurare l'impatto delle ondate di calore, sono stati utilizzati i gradi-ora, parametro che sintetizza sia la durata che l'intensità del disagio termico (DH). Percepire un solo grado in più per dieci ore equivale, in termini di stress termico cumulato, a un picco di dieci gradi sopra la soglia della durata di un'ora sola. Un valore di 2.000 gradi-ora, ben oltre la soglia limite di 1.250 stabilita dalla normativa francese RE 2020 − che ha introdotto, accanto agli obiettivi di riduzione dei consumi energetici, anche requisiti relativi al comfort estivo, alla riduzione dell'impronta carbonica dell'edificio lungo il suo ciclo di vita e alla resilienza alle ondate di calore − equivale a vivere circa 27 giorni in un ambiente domestico con temperature percepite costantemente tra i 30 e i 32°C.

"I risultati mostrano che, rispetto agli standard obbligatori per le nuove costruzioni introdotti nel 2022 dalla normativa ambientale RE 2020, circa il 50% degli edifici supera la soglia di 1.250 gradi-ora di disagio termico", aggiunge.

Questo, tuttavia, è un problema che riguarda non solo il patrimonio edilizio francese ma gran parte di quello europeo. In Scandinavia, la scarsità di luce nei mesi freddi ha storicamente favorito la diffusione di enormi vetrate esposte a sud per catturare ogni raggio di sole. In UK, le case vittoriane a mattoni sono prive di isolamento moderno e di schermature solari esterne, mentre quelle di recente costruzione sono progettate ermeticamente per non disperdere il calore invernale.

“Le abitazioni nel Regno Unito sono state storicamente progettate per trattenere il calore e non sono adeguatamente attrezzate per affrontare climi più caldi”, racconta a Materia Rinnovabile Anna Mavrogianni, professoressa di Sustainable, Healthy and Equitable Built Environment alla University College London (UCL). “Studi indicano che circa il 90% delle abitazioni esistenti subirebbe un surriscaldamento in uno scenario di riscaldamento globale di 2°C, qualora non si intervenisse per renderle più fresche. Tutte le abitazioni sarebbero soggette a surriscaldamento in uno scenario di 4°C.

Case efficienti ma non necessariamente più fresche

Per anni la riqualificazione energetica è stata associata soprattutto alla riduzione dei consumi per il riscaldamento. La Direttiva europea sulla prestazione energetica degli edifici (EPBD), nota in Italia come Direttiva Case Green, entrata in vigore nel 2024, punta a ridurre progressivamente i consumi e le emissioni del patrimonio edilizio europeo attraverso la riqualificazione degli edifici esistenti e standard più stringenti per le nuove costruzioni.

La transizione verso edifici più efficienti, tuttavia, dovrà tenere conto anche della loro capacità di adattarsi a estati sempre più calde, perché isolare un'abitazione e renderla più ermetica può ridurre il fabbisogno energetico in inverno e risultare inadeguata ad affrontare le ondate di calore. Come sottolinea Hans, “oggi non possiamo più permetterci di progettare edifici senza tenere conto anche del surriscaldamento estivo, a prescindere se sia obbligatorio o meno per legge”.

L'aria condizionata dovrebbe essere utilizzata in combinazione con altre soluzioni. “Innanzitutto, se possibile, bisognerebbe ridurre l'effetto ‘isola di calore’ attorno all'edificio attraverso la piantumazione di alberi e un’adeguata scelta del colore della pavimentazione”, dichiara Hans. “In secondo luogo, bisognerebbe proteggere la facciata dall'esposizione diretta al sole, così come le finestre esposte al sole diretto; in caso contrario, l'effetto è paragonabile a quello di un riscaldatore acceso in corrispondenza di ogni finestra”, precisa.

“Poi, isolare il tetto per proteggere l'abitazione all'ultimo piano, riqualificare la facciata progettando e scegliendo materiali idonei alla protezione solare (installazione di persiane o sistemi di schermatura solare, isolamento delle pareti opache), installare ventilatori e istruire gli occupanti sulle corrette modalità di gestione della casa, come la chiusura di persiane e finestre durante il giorno, ventilazione notturna ove possibile. Adottando tutte queste misure, nella maggior parte dei casi è possibile mantenere condizioni abitative soddisfacenti senza ricorrere sistematicamente all'aria condizionata”, conclude l'esperto.

Anche Anna Mavrogianni lo sottolinea: “Occorre continuare a privilegiare le misure di raffrescamento passivo e una buona progettazione architettonica. Ciò include riflettere o bloccare la radiazione solare prima che penetri nell'edificio (mediante superfici esterne ad alta riflettanza, infrastrutture verdi e sistemi di ombreggiamento, preferibilmente esterni poiché più efficienti di quelli interni); ritardare il raggiungimento dei picchi di temperatura interna utilizzando materiali ad elevata inerzia termica in grado di assorbire calore, abbinati allo smaltimento del calore tramite ventilazione intelligente; ridurre gli apporti di calore interni non necessari; e ricorrere a soluzioni individuali per migliorare il comfort termico percepito, come l'uso di ventilatori. Ove necessario, tali misure possono essere integrate con sistemi di raffrescamento attivo a basse emissioni di carbonio, come le pompe di calore reversibili”.

Dunque, i condizionatori non possono essere considerati l'unica strategia di adattamento al caldo. Rinfrescano l'ambiente interno trasferendo il calore all'esterno e richiedono energia proprio nei momenti in cui le temperature sono più elevate e i sistemi elettrici sono sottoposti a maggiore pressione.

"Sebbene in alcuni contesti, come quelli che coinvolgono fasce di popolazione vulnerabili, il raffrescamento attivo possa rivelarsi necessario, è fondamentale che tale soluzione sia intelligente ed efficiente. Una rapida diffusione dell'aria condizionata potrebbe avere ripercussioni negative sulle emissioni di CO₂, sulla resilienza della rete elettrica, sul comfort termico esterno (a causa del calore di scarto rilasciato a livello stradale) e sulla povertà energetica estiva, legata ai costi di esercizio degli impianti”, afferma la professoressa.

La casa più resiliente, insomma, non è necessariamente quella più climatizzata, ma quella che ha meno bisogno di essere climatizzata.

Dalla casa alle città

Una casa fa parte di un sistema urbano in cui altri edifici, strade, verde pubblico e infrastrutture contribuiscono a determinare il microclima. Un edificio efficiente inserito in una strada completamente asfaltata, priva di alberi e di ombra, rimane esposto agli effetti dell'isola di calore urbana. Le città stanno sperimentando sempre più spesso rifugi climatici, biblioteche e altri spazi pubblici freschi, come fontane e aree ombreggiate, ma la loro diffusione è ancora molto disomogenea. La questione è anche sociale: il rischio di surriscaldamento tende infatti a concentrarsi maggiormente tra le fasce di popolazione economicamente più vulnerabili, che spesso vivono in aree urbane più dense e con meno accesso a spazi verdi e sistemi di raffrescamento.

“Il caldo colpisce in modo sproporzionato le persone con minore capacità di adattamento, di ripresa o di prevenzione dei danni”, aggiunge Mavrogianni. “Tra queste figurano gli anziani, le famiglie a basso reddito e le persone affette da patologie croniche. Si stima che oltre 2.700 persone siano decedute per cause legate al caldo durante le ondate di calore di maggio e giugno 2026 in Inghilterra e Galles.”

L'adattamento climatico rischia quindi di diventare anche una questione di disuguaglianza: chi può permettersi di vivere in un'abitazione ben isolata, dotata di schermature, ventilazione e magari aria condizionata, dispone di strumenti di protezione che non sono necessariamente accessibili alle fasce più povere della popolazione.

Il tema dell'adattamento si intreccia, inoltre, con quello della decarbonizzazione del settore delle costruzioni. Il funzionamento degli edifici ha un peso rilevante sulle emissioni globali, mentre materiali da costruzione come cemento e acciaio contribuiscono all'impronta climatica del settore. Secondo una ricerca di C40 Cities, Arup e University of Leeds, intervenire sulla progettazione, ridurre il ricorso a materiali ad alta intensità emissiva, riutilizzare gli edifici esistenti e progettare per un uso più efficiente dei materiali potrebbe ridurre in modo significativo le emissioni associate al settore edilizio e infrastrutturale entro il 2050.

"Il settore delle costruzioni contribuisce in modo significativo alla crisi climatica", ha dichiarato Mark Watts, direttore esecutivo di C40 Cities. "I sindaci di Oslo, Copenaghen e Stoccolma riconoscono che, senza interventi urgenti per ridurre le emissioni generate dalla costruzione di edifici e infrastrutture, non sarà possibile rispettare gli obiettivi dell'Accordo di Parigi né prevenire cambiamenti climatici catastrofici. [...] Spetta ora alle imprese e al settore industriale riconoscere i rischi dell'inazione e collaborare con sindaci e consumatori, affinché tutti possano beneficiare delle enormi opportunità offerte dall'edilizia sostenibile.”

La sfida, quindi, è doppia: costruire e ristrutturare edifici che emettano meno e, allo stesso tempo, capaci di proteggere meglio le persone dal riscaldamento globale.

 

In copertina: i classici edifici abitativi di Parigi, foto Envato