Il punto di partenza, spiegato da Pierluigi Zerbino davanti a una platea di imprese e accademici, è disarmante nella sua semplicità: "Ci siamo chiesti: può l'economia circolare contribuire a decarbonizzare l'industria delle costruzioni?". Dietro quella domanda, però, c'è un problema concreto che la politica europea si porta dietro da anni.

Bruxelles ha già scritto pacchetti di policy, action plan e incentivi che presuppongono benefici precisi dall'economia circolare nell'edilizia: riduzione di emissioni, di consumo di materiali, di costi di decarbonizzazione. C’è però un problema, spiega Davide Aloini, professore ordinario dell'Università di Pisa: “A oggi non esistono modelli validati che permettano di valutare in modo sistematico e completo gli effetti sulla riduzione delle emissioni che l’economia circolare può portare sul sistema economico e industriale europeo”.

È qui che nasce CO2NSTRUCT, progetto Horizon Europe a cui partecipa il Dipartimento di ingegneria dell'energia, dei sistemi, del territorio e delle costruzioni (DESTEC) dell'Università di Pisa, presentato il 25 giugno nell’aula magna della Scuola di ingegneria.

CO2NSTRUCT riparte da TIMES, il modello che vari stati europei impiegano a supporto della propria pianificazione energetica nazionale, e che il Joint Research Centre della Commissione mantiene in una versione dedicata (JRC-EU-TIMES) per simulare l'evoluzione del sistema energetico dei 27 stati membri fino al 2050. Non è uno strumento di previsione ma di scenario: non dice cosa accadrà, ma cosa potrebbe accadere modificando una o più variabili. La scelta di partire da un modello già validato, anziché da un foglio bianco, è ciò che dà a CO2NSTRUCT una credibilità che un prototipo costruito da zero non avrebbe ancora.

Il problema è che TIMES, così com'era, non sapeva leggere la circolarità. Zerbino lo ha spiegato senza giri di parole nella stessa giornata pisana: "Il modello TIMES ha dei punti di debolezza per i nostri obiettivi, nonostante sia piuttosto completo per i suoi obiettivi originari: non include alcune filiere utili per le costruzioni, valuta i settori a compartimenti stagni, e non sa quali attività aggiuntive servano per implementare la circolarità".

Tre difetti precisi, in altre parole: il modello ignorava alcune catene di produzione di materie prime rilevanti per l'edilizia; non collegava i cambiamenti nella domanda del parco immobiliare europeo al fabbisogno e alla relativa produzione di materiali che ne consegue; e non poteva quantificare i costi economici e ambientali e i benefici aggiuntivi (come riduzione del fabbisogno di materie prime vergini) che l'attivazione di un ciclo circolare comporta.

Colmare queste lacune ha richiesto quattro anni di lavoro: revisione della letteratura tecnico-scientifica, mappatura delle filiere circolari europee, la raccolta dati sul campo con l'industria – un lavoro condotto in particolare dall'Università di Pisa – e la sintesi ragionata di questi dati in informazione utile a estendere le capacità del modello TIMES. All’appuntamento di Pisa i numeri più aggiornati, presentati dall'ingegner Giammarco Montalbano, parlavano di 180 pratiche circolari censite in letteratura su sei cluster di materiali (acciaio, cemento, vetro, laterizio, isolanti, legno), 40 caratterizzate nel dettaglio e 26 già integrate nel modello.

Una delle filiere affrontate dal progetto è stata quella del vetro piano, rilevante sia per il suo peso economico che per il potenziale contributo alla transizione green europea: dall'estrazione della sabbia silicea alla vetrofusione, ogni passaggio (energia, acqua, materiali, emissioni) è tracciato per capire quali fasi un ciclo di riciclo o riuso permette davvero di evitare. Dal confronto con gli stakeholders industriali emerge chiaramente che a oggi il vetro piano può essere riciclato solo "flat to flat": per produrne di nuovo si possono usare solo rottami di altro vetro piano, non vetro proveniente da bottiglie o imballaggi, e aumentare, per esempio, la quota di rottame dal 30% attuale al 50% entro il 2030 richiederebbe volumi di raccolta difficili da immaginare su scala industriale.

Il modello serve a risolvere a mettere ordine nelle valutazioni sugli impatti dell’economia circolare. Nell'intervista rilasciataci a giugno, Zerbino era stato netto: "Sappiamo che decarbonizzare il settore delle costruzioni attraverso la transizione circolare potrebbe essere un costo in più a livello di singolo stakeholder, ma a livello globale di sistema può portare a un risparmio rispetto a strategie alternative di decarbonizzazione”.

I risultati preliminari presentati a Pisa danno a questa intuizione una prima cifra: il modello ha già individuato undici pratiche circolari convenienti in termini di costo rispetto allo scenario di riferimento, e stima che l'economia circolare possa abbattere il costo di riduzione della CO₂ per tonnellata nel settore delle costruzioni europeo oltre a ridurre il fabbisogno elettrico del comparto al 2050.

Restano vuoti conoscitivi che il progetto non nasconde, per esempio nella filiera del legno, dove l'80% delle segherie europee è composto da micro o piccole imprese che spesso non raccolgono nemmeno dati di costo. È un'incertezza che si aggiunge, sullo sfondo, a un contesto normativo sempre più denso: la direttiva EPBD (UE) 2024/1275 renderà obbligatorio il calcolo del carbonio incorporato nei materiali da costruzione per i nuovi edifici sopra i 1.000 metri quadri dal 2028, e per tutti dal 2030.

Il modello, ribadiscono Aloini e Zerbino, resta un prototipo, vincolato alla disponibilità di dati industriali non sempre disponibili. Ma la funzione che il progetto si propone di svolgere, chiudendo la sua presentazione a Pisa, Zerbino l'ha riassunta in una frase sola: "Il nostro modello si candida come uno strumento di supporto a questo tipo di decisioni". È esattamente lo strumento che, per anni, alla politica europea dell'economia circolare è mancato.

 

In copertina: immagine Envato