C’è un paradosso che attraversa l’economia circolare italiana come una crepa sottile in una parete appena tinteggiata. Da un lato, i numeri raccontano un primato consolidato: seconda in Europa nella classifica complessiva di circolarità, prima per produttività delle risorse, prima per tasso di riciclo sul totale dei rifiuti gestiti, prima per riciclo degli imballaggi. Dall’altro, quei numeri convivono con una dipendenza dalle importazioni di materie prime che non ha eguali tra le grandi economie dell’Unione. Il 46,6% delle materie prime trasformate in Italia proviene dall’estero, contro una media UE del 22,4%. Più della Spagna (39,8%), più della Germania (39,5%), più del doppio della Francia (30,8%).
L’ottavo Rapporto sull’economia circolare in Italia, presentato a Roma alla Conferenza nazionale promossa dal Circular Economy Network con la Fondazione per lo sviluppo sostenibile e l’ENEA, mette nero su bianco questa contraddizione. E lo fa in un momento in cui la crisi dello Stretto di Hormuz ha reso drammaticamente tangibile cosa significhi dipendere dall’estero per risorse strategiche.
I numeri della circolarità in Italia
I dati, va detto, sono impressionanti. Il tasso di utilizzo circolare di materia (CMU) italiano ha raggiunto il 21,6% nel 2024, il più alto in Europa, quasi il doppio della media UE che si ferma al 12,2%. Significa che oltre un quinto dei materiali consumati nel paese proviene dal riciclo anziché dall’estrazione o dall’importazione. Nel confronto tra le grandi economie, seguono la Francia (17,8%) e la Germania (14,8%), mentre la Spagna resta sotto la media europea al 7,4%. La produttività delle risorse conferma la leadership: 4,7 euro di PIL generati per ogni chilogrammo di risorse consumate, in crescita del 32% rispetto al 2019. La media UE è di 3 euro al chilo.
Il capitolo rifiuti merita una lettura a due velocità. Considerando il totale (urbani e speciali insieme) l’Italia ne ricicla l’85,6% su 160 milioni di tonnellate trattate, contro una media UE del 41,2%. Un dato che impressiona, ma va letto sapendo che include la grande massa dei rifiuti speciali, in particolare gli inerti da costruzione e demolizione, il cui “riciclo” spesso coincide con il riutilizzo come materiale di riempimento. Se si guarda ai soli rifiuti urbani, il tasso scende al 52,3%: sopra la media europea del 48,1%, ma ancora sotto il target del 55% fissato dalla Direttiva 2018/851 per il 2025. La Germania, su questo fronte, resta avanti con il 66,9%. Sul riciclo degli imballaggi, invece, il primato italiano è netto: 76,7% nel 2024 secondo i dati CONAI, oltre nove punti sopra la media europea del 67,5%.
Nella classifica complessiva elaborata dal CEN su cinque indicatori sintetici, l’Italia si piazza al secondo posto con un indice di 65,0, dietro ai Paesi Bassi (69,3) e davanti a Belgio (59,6) e Germania (58,8). Sorprendono, in negativo, le posizioni di Danimarca e Finlandia, penalizzate da elevati consumi di materiali e da un ridotto impiego di materie prime seconde.
Il paradosso del riciclo
Ma è sulla capacità di innovare che il quadro si incrina. I brevetti italiani nel campo del riciclaggio e delle materie prime seconde si fermano a 0,64 per milione di abitanti nel 2021: in crescita rispetto al passato, ma sotto la media UE di 0,73 e lontani dalla Germania, che guida con 0,95. Gli investimenti privati in attività tipiche della circolarità sono scesi da 13,1 miliardi di euro nel 2019 a 10,2 miliardi nel 2023, dallo 0,7% allo 0,5% del PIL: la Germania nello stesso periodo ne ha investiti 39,5 miliardi, la Francia 22,5. E il valore aggiunto generato dalle attività circolari, pur cresciuto in termini assoluti, è calato in rapporto al PIL dall’1,8% all’1,6%, scivolando sotto la media europea. L’Italia, insomma, ricicla come nessun altro ma investe poco nel futuro della circolarità: una contraddizione che alla lunga rischia di erodere il primato. Come conseguenza, nel 2025, la spesa italiana per le importazioni di materiali ha sfiorato i 600 miliardi di euro, con un incremento del 23,3% rispetto al 2021, a fronte di volumi complessivi che sono invece calati. Il costo dei metalli − nichel, rame, acciaio − è cresciuto del 18% e rappresenta da solo il 40% del valore totale delle importazioni nazionali. I volumi scendono, i prezzi salgono: la forbice si allarga e il conto lo pagano le imprese.
“Con la crisi di Hormuz si discute molto della necessità di ridurre la vulnerabilità prodotta dalla dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, ma troppo poco di quella altrettanto critica legata a numerose materie prime, decisive per la sicurezza degli approvvigionamenti e soggette a forte volatilità dei prezzi”, ha osservato Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile. “La circolarità è ormai un contenuto essenziale di una politica industriale all’altezza dei tempi.”
In effetti il contesto internazionale non aiuta e il rapporto OCSE Inventory of Export Restrictions on Critical Raw Materials 2026 lo documenta: dal 2009 al 2024 c’è stato un aumento di cinque volte delle restrizioni all’export di materie prime critiche: dazi, limitazioni quantitative e divieti che colpiscono litio, cobalto, nichel, grafite, terre rare e manganese. Una dinamica che precede la crisi di Hormuz, ma che quest’ultima ha reso impossibile da ignorare.
L’Europa non corre abbastanza
Sul piano continentale, il Rapporto non lesina critiche. L’UE mantiene un tasso di utilizzo circolare dei materiali intorno al 12%, un livello insufficiente per ridurre in modo strutturale la dipendenza dall’estero. Il target del 24% entro il 2030 è ormai fuori portata con le politiche attuali. La generazione complessiva di rifiuti resta elevata (517 kg pro capite nella media UE27 nel 2024) e i volumi globali di materiali utilizzati sono più che triplicati negli ultimi cinquant’anni, continuando a crescere al ritmo del 2,3% annuo.
Gli strumenti normativi, in teoria, ci sarebbero. Nel 2025-2026, l’UE ha adottato la revisione della Direttiva quadro sui rifiuti con l’EPR per i tessili, il Regolamento sugli imballaggi, il Piano ecodesign ESPR 2025-2030 con l’introduzione del passaporto digitale dei prodotti, la Direttiva sul diritto alla riparazione. In arrivo il Circular Economy Act, previsto per fine anno. Ma tra le norme scritte e la loro attuazione, come spesso accade, c’è di mezzo una distanza abissale.
In Italia, la Strategia nazionale per l’economia circolare è stata aggiornata nel 2025 con nuovi obiettivi al 2027, ma permangono criticità nella capacità di attuazione. Il PNRR ha finanziato oltre 1.100 progetti per impianti di gestione dei rifiuti e filiere del riciclo, eppure a ottobre 2025 la spesa effettiva restava ferma al 17%, con le scadenze del 2026 sempre più a rischio. Sul fronte delle politiche industriali, Transizione 5.0 ha mostrato quelli che il Rapporto definisce “forti limiti di coerenza ed efficacia”.
Fosforo e magnesio: la circolarità come sicurezza nazionale
La sezione più innovativa del Rapporto 2026 è quella curata dall’ENEA, che sposta il discorso dalla circolarità come buona pratica ambientale alla circolarità come questione di sicurezza strategica. Il terreno è quello delle materie prime critiche, e i casi studio scelti (fosforo, magnesio, acqua) sono eloquenti. Il fosforo è nella lista europea delle materie prime critiche dal 2014. La dipendenza dell’UE dalle importazioni è dell’82% per la roccia fosfatica e del 100% per il fosforo elementare. I fornitori principali sono Marocco (27%), Russia (24%), Algeria (10%) e Israele (7%): una geografia degli approvvigionamenti che è anche una mappa delle instabilità. Eppure circa il 15% dell’input europeo di fosforo si disperde in flussi − fanghi di depurazione, liquami zootecnici, FORSU − che rappresentano altrettante opportunità di recupero ancora largamente inesplorate.
Per il magnesio, la situazione è ancora più critica. La Cina controlla l’88% della produzione mondiale, e la dipendenza dell’UE è totale per il magnesio primario. Il Rapporto guarda alla desalinizzazione circolare come possibile frontiera: la salamoia prodotta dagli impianti, tradizionalmente considerata uno scarto problematico, contiene magnesio, potassio, calcio e bromo con un valore di mercato teorico superiore a 200 euro per metro cubo. Non è ancora un’industria, ma è più di un’idea.
Il deficit di investimenti si riflette anche sull’occupazione: 508.000 addetti nelle attività legate alla circolarità, il 2% del totale e in linea con la media UE, ma in calo del 7% rispetto al 2019. L’economia circolare italiana, insomma, eccelle nelle performance ambientali ma non ha ancora trovato un modello di crescita economica robusta. Il CEN propone dieci azioni concrete in vista del Circular Economy Act europeo: dalla creazione di un mercato unico delle materie prime seconde all’armonizzazione dell’EPR, dagli incentivi fiscali per riparazione e riuso al rafforzamento del ruolo delle città come laboratori di circolarità.
Il ministro Pichetto Fratin, intervenuto con un videomessaggio, ha confermato l’avvio del regime EPR per il tessile e il lavoro sui decreti End of Waste, definendo l’economia circolare “un asse centrale per lo sviluppo dell’Italia e dell’Europa”. Parole giuste. Ma la distanza tra la retorica e i fatti − tra il primato nel riciclo e il ritardo negli investimenti, tra le norme approvate e quelle attuate, tra la circolarità come slogan e la circolarità come politica industriale − resta la vera sfida.
In copertina: il ministro Pichetto Fratin in collegamento con l’evento
