
Il 4 e 5 marzo a Pechino si sono aperte le Due Sessioni o Lianghui (两会), l’evento più importante del calendario politico cinese, quest’anno particolarmente atteso per la presentazione ufficiale del quindicesimo Piano quinquennale.
Già dalla mattinata di giovedì 5 marzo, dopo il discorso ufficiale del premier Li Qiang di fronte al Congresso nazionale del popolo, il governo centrale ha pubblicato la bozza del “15-5” (十五五), come lo chiamano, per amor di sintesi, i cinesi. Il documento, tutt’altro che sintetico (oltreché pesantissimo), conta 18 capitoli spalmati su 140 pagine. Ma distillando, un riassunto lo possiamo fare con due percentuali: +4,5% e -17%.
La prima è il target di crescita del PIL, aggiustato al ribasso per il quinquennio 2026-2030: al posto dell’ambiguo “circa 5%” che era stato la bussola (e la croce) degli ultimi tre anni, Pechino ha preferito allargare la forbice di possibilità, dando come riferimento un intervallo fra il 4,5% e il 5%.
La seconda percentuale è invece l’obiettivo di riduzione delle emissioni di CO₂ per unità di PIL (intensità carbonica) entro il 2030. Anche qui c’è stato un passo indietro all’insegna della prudenza, visto che il precedente target era del -18%: una delusione per gli osservatori della transizione cinese, che speravano invece in una maggiore ambizione climatica.
Pechino, però, detesta fare il passo più lungo della gamba, e, considerate anche le contingenze geopolitiche ed energetiche, ha preferito fissare obiettivi più raggiungibili. Per tagliar corto, oggi il Global Times, quotidiano in lingua inglese del PCC, fa appello alla saggezza popolare: “La pesca sul ramo si deve poter raggiungere con un salto”.
Crescita più lenta, ma sviluppo di qualità
Per continuare con il filone dei detti popolari, il nuovo capitolo dello sviluppo economico cinese sembra aver adottato il principio del mànman lái, ovvero: procedere con calma, prendersi il tempo necessario. Come già annunciato a ottobre, alla crescita rapida e a ogni costo ora Pechino preferisce uno “sviluppo di qualità”, focalizzato su stabilità, sicurezza e migliore qualità della vita.
Del resto non ha altra scelta. Se negli ultimi vent’anni la Cina ci aveva abituati a ritmi inarrivabili, ultimamente abbiamo però visto la fatica nel raggiungere i target di crescita stabiliti. E quando il Global Times scrive “Non è che non possiamo andare più veloci; è che scegliamo di non farlo”, sembra di sentire la volpe che denigra l’uva.
Di fatto, però, il rallentamento della crescita economica è insito nella condizione di nazione pienamente sviluppata, qual è oggi la Repubblica Popolare (benché non voglia ammetterlo nei consessi internazionali). Doveva quindi arrivare, anche per Pechino, il momento di accettarlo, e il graduale abbassamento dei target di sviluppo è un primo segnale.
Detto questo, non manca l’ambizione a fare di più. Lo spiega, ancora, il Global Times: l’intervallo fra il 4,5 e il 5% “stabilisce un limite inferiore per la crescita, preservando al contempo una flessibilità verso l'alto”. E in ogni caso il 4,5% non è poco, soprattutto per un’economia mastodontica come quella cinese, con un output complessivo di 140.000 miliardi di yuan (20.400 miliardi di dollari). Secondo un’analisi del Fondo monetario internazionale, un aumento del tasso di crescita cinese di 1 punto percentuale contribuirà a far aumentare il PIL di altre economie di una media di 0,3 punti percentuali. “Soprattutto se confrontata con altre grandi economie, una crescita di tale portata non è né bassa né lenta", puntualizza il Global Times.
Gli obiettivi del quindicesimo Piano quinquennale
Quali sono dunque le priorità del 15-5? Un’utile bussola per capire su cosa punterà Pechino nel prossimo quinquennio sono i termini e gli slogan ricorrenti nel nuovo Piano (un’interprete cinese ne ha compilato un fantastico glossario su Linkedin). I più importanti riguardano le (già note) nuove forze produttive di qualità, a cui si aggiungono particolari focus sull’autosufficienza tecnologica; lo sviluppo del mercato e dei consumi interni; l’ambiente e la transizione energetica; la sicurezza, in tutte le accezioni; e, new entry, la demografia.
Delle Xīn zhí shēngchǎnlì (le nuove forze produttive di qualità) sentiamo parlare ormai da un paio d’anni. Si tratta di tutte le industrie future-oriented come le nuove energie, i veicoli elettrici, l’aerospazio, la digital economy, a cui di recente si sono aggiunti i settori in forte sviluppo delle tecnologie quantistiche, della low altitude economy (droni e co.) e ovviamente dell’intelligenza artificiale e della embodied AI (i robot intelligenti). Per sviluppare pienamente tutte queste industrie, Pechino punta a una maggiore autosufficienza tecnologica che parta innanzitutto dalla sicurezza delle supply chain: non tanto quelle delle materie prime, che già controlla, quanto di componenti ad alta tecnologia come i chip avanzati. A questo tema fa anche riferimento il focus sulla sicurezza, che è sì quella militare ma soprattutto quella delle forniture.
Lo sviluppo della domanda interna e il tema demografico sono invece fortemente collegati. La popolazione cinese sta affrontando un progressivo invecchiamento, e contemporaneamente i più giovani soffrono per il rallentamento economico, la disoccupazione e, in generale, la mancanza di prospettive. Per far crescere i consumi interni, la Cina deve quindi, innanzitutto, risollevare il morale dei suoi cittadini e combattere la cosiddetta “involuzione” (nèi juǎn). Per farlo, l’intenzione è di puntare su educazione, creazione di posti di lavoro di qualità (una bella sfida, vista la tendenza alla sostituzione con l’AI), riduzione degli orari di lavoro e contrasto alla mentalità degli straordinari (il famigerato 9-9-6), politiche per la casa, sanità e silver economy.
La delusione dei target climatici
Buon ultimo arriva il clima. Tutti gli analisti di politiche climatiche e gli osservatori entusiasti della transizione cinese non hanno potuto nascondere la delusione per la mancanza di ambizione dei nuovi target quinquennali di Pechino.
Benché la strategia economica continui a puntare su clean-tech, veicoli elettrici e nuove energie (si punta a raddoppiare l'energia da combustibili non fossili nei prossimi dieci anni), gli obiettivi di riduzione delle emissioni sono stati ridimensionati. Il target di riduzione dell’intensità carbonica, si diceva, è passato da -18% a -17%, e questo senza che la Cina sia riuscita a raggiungere il precedente obiettivo, fermandosi solo a un -12%. La logica avrebbe preteso una maggiore ambizione per compensare il deficit degli ultimi cinque anni, ma così non è stato. E, anzi, non è stato fissato neanche un tetto massimo alle emissioni totali.
Quanto al carbone, vero punto dolente della transizione del Dragone, non si parla di phase-out, ma neppure di phase-down, come aveva promesso Xi Jinping nel 2021: si punta più che altro a raggiungere un picco dei consumi, e poi a una stabilizzazione. Lasciando in questo modo spazio per un ulteriore, e assolutamente deleterio, aumento nei prossimi anni.
“Ammetto di essere delusa”, ci dice via Zoom Belinda Schäpe, analista di politiche climatiche cinesi per il CREA (Centre for Research on Energy and Clean Air), uno dei think tank più autorevoli sul tema. “Il governo cinese ha ridefinito, ancora una volta, il suo obiettivo. Il che è piuttosto preoccupante, perché sembra che siano meno fiduciosi di raggiungerlo. In particolare, l'obiettivo di intensità carbonica è ben lontano da quanto sarebbe necessario per soddisfare i target promessi al 2030. Ma il budget di carbonio che ancora abbiamo a disposizione di sicuro non aumenterà, e quindi bisognerebbe rafforzare gli impegni, non indebolirli come invece ha fatto Pechino.”
Alcuni analisti, più ottimisticamente, osservano che gli obiettivi definiti per i piani quinquennali sono sempre più “conservativi” rispetto a quelli di anno in anno. Secondo Schäpe, tuttavia, un segnale forte dall’alto in questo momento sarebbe stato fondamentale: “Considerata la congiuntura di rallentamento economico, non se la sono sentiti di dare una direzione chiara alle industrie e alle province. Ma questo è molto rischioso, perché potrebbe far aumentare la costruzione di infrastrutture per i combustibili fossili e il loro consumo il più possibile finché sarà ancora consentito”.
La speranza è che la Cina, come ha già fatto negli ultimi anni, superi sé stessa, andando ben oltre i target previsti. “Lo abbiamo visto nel campo delle energie pulite", ricorda Schäpe. "Gli obiettivi di installazione di energia solare ed eolica che erano stati fissati per il 2030 sono stati già raggiunti nel 2024. Gli sviluppi sul campo sono stati molto più rapidi di quanto gli obiettivi politici avrebbero lasciato intendere”.
Il problema è quando Pechino non raggiunge i target che si pone, e allora ne cambia la definizione. “Lo ha già fatto, ad esempio con la definizione di intensità carbonica, che inizialmente doveva riguardare solo le emissioni del settore energetico, ma ora include anche l’industria", conclude Belinda Schäpe. "In questo modo è più facile raggiungere il target, considerato che nel comparto del cemento le emissioni sono diminuite drasticamente a causa della crisi immobiliare. Il bilancio risulta così positivo. Ma questo vuol dire truccare la contabilità, e il clima non può più permetterselo.”
In copertina: Pechino, il presidente Xi Jinping a una deliberazione della quarta sessione del 14° Congresso nazionale del popolo, CHINE NOUVELLE/SIPA, Agenzia IPA
