Per ripensare i rapporti commerciali fra Italia e Cina, soprattutto quelli legati al settore clean-tech, bisogna innanzitutto partire dal linguaggio. Primo: non parliamo più di dipendenza, ma di interdipendenza. Secondo: cominciamo a trasformare l’interdipendenza in opportunità. Terzo: troviamo un equilibrio fra protezionismo e cooperazione. È questo, in sintesi, il messaggio che emerge da un nuovo report del think tank ECCO, presentato in occasione di Key Energy 2026.
La transizione energetica italiana, dice lo studio, passa inevitabilmente dalla Cina. Oggi la Repubblica Popolare produce oltre il 70% dei pannelli fotovoltaici presenti sul mercato italiano, fornisce tra il 25% e il 28% del valore dei componenti per pompe di calore assemblate in Italia, nonché la maggior parte delle batterie importate (857 milioni di euro nel 2024).
Ma gestire questa predominanza della Cina semplicemente adottando politiche protezionistiche sarebbe un grave errore. “La vera priorità non è disimpegnarsi dalla Cina, ma rafforzare la capacità industriale italiana dentro questa interdipendenza”, ci ha spiegato via Zoom Cecilia Trasi, Senior Policy Advisor Industry & Trade del think tank ECCO e lead author dello studio.
La verità sul deficit commerciale con la Cina
Per prima cosa bisogna sgomberare il campo da equivoci e false narrazioni. Quando si parla di commercio fra Cina e Italia (ed Europa in generale), il dito è sempre puntato contro il surplus cinese. Il problema esiste, ovviamente, ma non è il settore clean-tech il principale responsabile.
“Il deficit commerciale dell'Italia con la Cina è raddoppiato negli ultimi anni, passando da circa 2-2,5 miliardi di euro nel 2020-2021 a 4-5 miliardi di euro nel 2024-2025”, scrivono le autrici del report ECCO. “Ma questa bilancia commerciale non è principalmente una questione di tecnologia pulita. L'Italia registra un deficit bilaterale strutturale che riguarda la plastica, l'elettronica di consumo, l'abbigliamento e un'ampia gamma di prodotti manifatturieri, settori che hanno poco a che vedere con la transizione energetica.”
Le iniziative bilaterali degli ultimi anni, come l’adesione dell’Italia alla Belt and Road Initiative nel 2019 e poi l’uscita alla chetichella nel 2023, sono state tentativi di accorciare il divario commerciale con la Cina. E anche il lancio del Piano d’azione Italia-Cina 2024-27, in occasione dell’ultima visita di Meloni a Pechino, aveva lo stesso scopo. “Ma il Piano è soprattutto una dichiarazione di intenti, e tale purtroppo è rimasto almeno per il momento”, osserva Cecilia Trasi. “Dopo l’uscita dalla BRI, si voleva segnalare l’intenzione dell’Italia di continuare a ricevere investimenti cinesi, soprattutto nell’ambito delle tecnologie pulite, settore di cui non si parlava così tanto negli accordi del 2019.”
“Negli ultimi dieci anni gli investimenti diretti esteri (ISE) della Cina in Europa sono andati diminuendo in termini assoluti”, continua Trasi. “Se guardiamo però al clean-tech, e in particolare al settore delle batterie, la percentuale di capitali cinesi investiti nell’UE è in continuo aumento.” Per questo le tecnologie pulite sono indicate, anche nel Piano d’azione, come un ambito privilegiato di cooperazione e di investimento.
Importare clean-tech dalla Cina
Il secondo mito da sfatare riguarda l’equiparazione fra le dipendenze fossili dell’Europa e la presunta dipendenza dal clean-tech cinese. Il report di ECCO lo dice molto chiaramente: “Le importazioni di tecnologie pulite non sono strutturalmente equivalenti alle importazioni di combustibili fossili”.
Importare tecnologie pulite significa infatti importare un valore che può essere mantenuto a lungo. Come si legge nel report, “quando l'Italia importa un pannello solare il valore energetico che esso genera rimane in Italia sotto forma di bollette elettriche più basse, reddito familiare conservato, costi di combustibile evitati e un bene domestico che può essere mantenuto, aggiornato e infine riciclato indipendentemente dalle future interruzioni del commercio. Quando l'Italia importa gas, quel valore viene bruciato ed esce dall'economia in modo permanente, insieme alle sue esternalità geopolitiche e di carbonio”.
Comprare tecnologie pulite dalla Cina (che si tratti di pannelli solari, batterie o auto elettriche) può quindi essere un vantaggio per i consumatori italiani che riducono i costi delle bollette, ma anche per l’industria nostrana, che ha accesso a componenti di valore a prezzi concorrenziali per le proprie filiere produttive. Nel complesso, contribuisce ad accelerare la transizione energetica italiana (ed europea) e migliora la sicurezza energetica rispetto ai rischi geopolitici della dipendenza da combustibili fossili.
Certo, alcuni rischi di dipendenza ci sono, soprattutto per quanto riguarda l’approvvigionamento di determinati componenti di alto valore dalla Cina, che potrebbe portare a pericolose “concentrazioni” e a nodi critici nella catena del valore di varie tecnologie, come le pompe di calore o il fotovoltaico. “Il punto è trovare un equilibrio fra protezionismo e cooperazione”, spiega Trasi. Come? La parola chiave è “autonomia strategica”. Ovvero: cooperare in modo selettivo, attrarre investimenti di alta qualità e mantenere (e sviluppare) in Italia capacità industriali e tecnologiche che evitino il crearsi di dipendenze assolute da un solo paese fornitore.
Tre filiere, tre strategie
Le strategie per raggiungere una situazione di reciproco vantaggio sono diverse a seconda della filiera e della tecnologia. Il report ECCO ne ha analizzate tre: il fotovoltaico, le pompe di calore e le batterie.
Per il settore fotovoltaico, l’obiettivo dovrebbe essere quello di costruire, in Italia e in Europa, un’industria solare competitiva, e non solo “protetta”. “In questo ambito l’Italia si è finora preoccupata più che altro di innalzare barriere, ignorando le opportunità che invece potrebbero derivare da una più strutturata cooperazione con la Cina”, ci dice Trasi. “Questo significherebbe ovviamente un vantaggio per i cinesi, con un accesso più facile al nostro mercato, ma anche un vantaggio per l’industria italiana, che ne guadagnerebbe in termini di innovazione su scala.”
A questo proposito, Cecilia Trasi porta due esempi di aziende italiane: da un lato la 3Sun di ENEL, che ha aperto a Catania una gigafactory di celle fotovoltaiche all’avanguardia; dall’altro l’azienda padovana FuturaSun, che ha costruito la sua capacità produttiva primaria in Cina, dove gestisce un impianto di assemblaggio da 1 GW a Taizhou. “La 3Sun è sicuramente un buon esempio di re-shoring, ma le sue celle fotovoltaiche non hanno prezzi concorrenziali”, osserva l’analista di ECCO. “FuturaSun ha invece passato dieci anni a produrre in Cina, traendo vantaggio dall’efficienza di cluster industriali all’avanguardia come purtroppo non ne abbiamo in Europa. Perché chi va a produrre in Cina, contrariamente a quel che vuole la narrazione dominante, non ci va solo per abbattere i costi, ma anche e soprattutto per trarre vantaggio dalle innovazioni.” La ricetta di ECCO, invece di chiudere le frontiere, è quindi avvantaggiarsi dello scambio per sviluppare anche in Europa un ecosistema innovativo e scalabile per il settore fotovoltaico.
Diverso è il discorso per l’industria delle pompe di calore. “In questo settore l’Italia è già forte, in particolare nella produzione di sistemi completi per pompe di calore di grande scala”, spiega Trasi. “Il rapporto commerciale con la Cina riguarda più che altro l’import di piccoli sistemi domestici e soprattutto la fornitura di componenti fondamentali di questa tecnologia: i compressori. “Costano meno se prodotti in Cina, ma questo in effetti può comportare un rischio di concentrazione per un nodo fondamentale della filiera, e bisogna stare attenti.”
La raccomandazione di ECCO, in questo ambito, è di puntare su politiche pluriennali per la decarbonizzazione degli edifici, superando la volatilità post-Superbonus e incentivando il mercato delle pompe di calore. Mentre a livello europeo sarebbe necessario creare un’economia di scala per produrre in loco anche i componenti che ora importiamo.
Infine, le batterie. In questo settore l’Italia “ha perso il treno”, o almeno il primo treno, ovvero l’ondata di investimenti cinesi nella costruzione di gigafactory per batterie al litio in Europa. “Diversi progetti cinesi di alto profilo collegati all'Italia tra il 2022 e il 2024 sono stati bloccati o trasferiti altrove”, si legge nel report. Ad esempio, il colosso cinese dell’automotive Dongfeng aveva un accordo con il governo italiano per valutare la costruzione di uno stabilimento di assemblaggio e produzione di batterie, ma a quanto parte l’investimento verrà annullato “a causa della domanda di veicoli elettrici inferiore alle aspettative” e dei dazi imposti dall’UE. Mentre Stellantis è andata a costruire in Spagna la gigafactory di batterie da più di 4 miliardi di euro progettata con CATL.
Ma se un treno è passato, l’Italia non ha necessariamente perso la corsa delle batterie. “Possiamo riposizionarci puntando sui nostri punti di forza, come l’economia circolare”, spiega Trasi. “In questo specifico campo la Cina non è molto avanti, mentre l’Italia ha il know-how necessario per puntare sul recupero, sul riciclo e sulla seconda vita delle batterie, sfruttando anche i requisiti UE sul contenuto riciclato come leva industriale.”
Superare la sinofobia
In conclusione, quel che serve, secondo il report di ECCO, è una politica industriale che “rafforzi le filiere nazionali ed europee del settore clean-tech, mantenendo aperta la porta a una cooperazione mirata e basata su regole chiare con la Cina; una politica che, allo stesso tempo, permetterebbe di rafforzare anche l’autonomia strategica nazionale ed europea”.
Insomma, la ricetta è costruire, regolare, cooperare, e superare una buona volta quella sterile e ideologica sinofobia che non giova a nessuno.
In copertina: una centrale fotovoltaica a Huaibei, nella provincia di Anhui, nella Cina orientale. Foto di Sipa Asia, Agenzia IPA
