Il 4 Novembre 2008 ero tra le migliaia di persone accorse a Grant Park, a Chicago, per seguire l’elezione di Barack Obama. Da pochi mesi facevo l’articolista dagli USA, avevo appena iniziato a scrivere di politica americana (l’editoria l’ho conquistata realizzando carte geografiche tematiche). L’aria era intrisa di speranza, di cambiamento, della possibilità che le cose, alcune, per lo meno, sarebbero potute migliorare in quel paese complesso e controverso che sono sempre stati gli Stati Uniti d’America, baluardo dell’ecologia e della democrazia e allo stesso tempo fortezza di corporativismo, iperconsumismo e petrocapitalismo.
Oggi, a dieci mesi dall’elezione di Donald J. Trump e della restaurazione conservatrice-populista peggiore dai tempi di Ronald Reagan (lo showbiz produce mostri), quella notte elettorale sembra lontana un secolo. Di giorno in giorno gli USA sprofondano in un torbido mix di autoritarismo, anti-ambientalismo, ignoranza, bigotteria. Sempre più grave e dannatamente preoccupante. Basta prendere a caso alcuni eventi o proclami degli ultimi mesi per avere un’idea dell’involuzione globale americana, e del fatto che non siamo sufficientemente preoccupati della direzione presa dalla superpotenza occidentale.
Sono trasalito di fronte all’uso indiscriminato della Guardia nazionale dell’esercito nelle città statunitensi. Lunedì 25 agosto Trump ha firmato un ordine esecutivo che incarica il suo segretario alla difesa, il machista Pete Hegseth, di istituire "unità specializzate" nella Guardia nazionale che saranno "appositamente addestrate ed equipaggiate per affrontare questioni di ordine pubblico": il segnale più chiaro finora della sua intenzione di espandere il ruolo dell'esercito statunitense nelle attività di polizia interna in tutto il paese.
La lezione del massacro della Kent State rimane impressa solo nella canzone di Crosby, Stills, Nash & Young. Ancor peggio: contestualmente alla firma dell’ordine, Trump ha rilasciato commenti sul fatto che “molti americani amano i dittatori”, per poi subito chiarire che però lui “non è un dittatore”. Ma il rafforzare l’esercito contro un gruppo bersaglio di cittadini (neri, adolescenti, poveri), già dispiegato prima a Los Angeles e ora a Washington DC, purtroppo non è una scelta in linea con i valori classici della Casa Bianca. Per ribadire il suo amore per l’autoritarismo, poche ore dopo ha incontrato il presidente della Corea del Sud, Lee Jae-myung, ricordando con letizia che presto incontrerà il despota Kim Jong-un. "Non vedo l'ora di incontrarlo. È stato molto gentile con me", ha detto Trump, aggiungendo che conosce Kim "meglio di chiunque altro, quasi, a parte sua sorella".
Qualche settimana fa è stato approvata la legge dal nome più stupido di sempre: The Big Beautiful Bill, la grande legge bellissima. A guadagnare dall’introduzione della legge saranno le grandi imprese e alcuni settori manifatturieri, con importanti tagli fiscali. Chi ne esce distrutto? Tutto il segmento della green economy: eliminati gli incentivi fiscali per i progetti eolici, solari e altri progetti di energia rinnovabile entro il 2027, con imposizione di requisiti rigorosi agli sviluppatori per avviare i progetti.
L'American Clean Power Association ha criticato duramente la legge definendola "un passo indietro per la politica energetica americana" che porterà alla perdita di posti di lavoro e all'aumento delle bollette elettriche. Ma la cosa peggiore è l’impatto sull’America che fatica a sbarcare il lunario. Con essa dieci milioni di statunitensi perderanno Medicaid, l’assicurazione pubblica per adulti e bambini con risorse limitate.
Abominevole poi l’assalto assoluto alle università. “Harvard is a JOKE”, ha dichiarato a fine primavera. “Insegna l'odio e la stupidità e non dovrebbe più ricevere fondi federali.” Da allora sono finiti sotto la sua minaccia i più grandi atenei degli Stati Uniti, non tutti progressisti: Columbia, Cornell, Duke, Harvard, Penn, Princeton, Brown e la University of California Los Angeles. Quasi tutti si sono visti tagliare i fondi, costretti poi a riottenerli solo annullando corsi di scienze sociali, antropologia, diritti umani invisi a Trump, cancellando programmi DEI (diversity, equity, inclusion) e piegando qualsiasi protesta antisionista (tacciata beceramente di antisemitismo, in complicità con un altro ultranazionalista, Bibi Netanyahu).
Per Todd Wolfson, presidente dell'Associazione americana dei professori universitari (AAUP), "questo è ovviamente l'attacco più violento all'istruzione superiore da parte del governo federale nella storia degli Stati Uniti. Tutti sono sotto tiro". Ma le università pur di difendere i propri interessi hanno obbedito. Harvard lunedì ha chiuso i suoi uffici per l’inclusione e la diversità.
Poi c’è la geopolitica. Tra la pericolosissima guerra commerciale, gli insulti all’Europa, l’amore per gli autocrati più inveterati, la chiara incapacità di gestire la guerra Russia-Ucraina, il supporto incondizionato al macellaio di Tel Aviv, il disinteresse per lo scacchiere africano, l’ossessione cinese, gli USA hanno abbandonato qualsiasi dottrina possibile. Azzerato USAID, l’agenzia di cooperazione allo sviluppo americana. Perpetrato un attacco totale alle organizzazioni delle Nazioni Unite, tagliando finanziamenti e ostacolando qualsiasi negoziato, in particolare quelli legati a temi ambientali, dal clima al Trattato sulla plastica.
Infine, va ricordato il razzismo degno di un remake della Kristallnacht perpetrato dall’ICE e guidato dalla MAGA-fan Kristi Noem, che molti commentatori definiscono crudele per aver sparato a un cucciolo di cane che non riusciva ad addestrare e per l’assenza di umanità nei confronti di chiunque non sia un “vero americano”.
“Ho paura a prendere un aereo e uscire dal paese”, mi ha confidato qualche tempo fa una tassista di origine indonesiana, ma con passaporto americano e cittadinanza integrale. “E se al ritorno mi deportano e sparisco?”
Notizie che fanno sembrare la prima amministrazione Trump, con personaggi del calibro di John Bolton e Rex Tillerson, quasi una presidenza moderata. Si rimpiange il senso civico di George W. Bush. John McCain appare come un titano della democrazia. Qualsiasi cosa è meglio del turpiloquio politico, non-sense, al vetriolo del sempre più senescente Donald Trump. Mancano più di tre anni alle prossime elezioni. Non basterà chiudere gli occhi e trattenere il fiato. Toccherà vivere questa spirale negativa, fino al fondo del suo abisso più nero. E prepararsi per uscirne.
In copertina: foto di Josh Withers, Unsplash