A oltre due mesi dall’inizio del conflitto in Iran, la chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz sta continuando a scuotere i mercati energetici mondiali. Un blocco che interessa uno tra i passaggi più strategici al mondo per il commercio energetico: ogni giorno vi transitano circa 20 milioni di barili di petrolio greggio, insieme a una quota rilevante di gas naturale liquefatto (GNL). Da qui passano, infatti, grandi metaniere che trasportano circa il 93% delle esportazioni di GNL del Qatar e il 96% di quelle degli Emirati Arabi Uniti, una quota che rappresenta complessivamente circa il 19% del commercio globale di questo combustibile.

Per paesi come l’Italia, ancora fortemente dipendenti dalle fonti fossili, uno scenario di questo tipo mette in evidenza una vulnerabilità strutturale, esponendo l’economia nazionale a shock di prezzo e a possibili criticità negli approvvigionamenti, con ricadute dirette sulla stabilità economica e sui costi in bolletta per famiglie e imprese.

Come può l’Italia ridurre la propria dipendenza dalle fonti fossili, trasformando la transizione energetica in un’occasione di crescita economica, innovazione industriale e maggiore sicurezza energetica? Ne abbiamo parlato con Mirco Peron, docente di Supply Chain Management presso la NEOMA Business School.

 

Nel breve periodo, quali misure può adottare l'Italia per ridurre la propria esposizione alla crisi energetica in corso?

L’Italia dipende in larga misura dalle importazioni per soddisfare il proprio fabbisogno energetico, soprattutto per quanto riguarda gas e petrolio. Nel caso dell’energia elettrica, invece, la produzione nazionale è presente, ma riesce a coprire soltanto una parte della domanda complessiva. Si tratta di una dipendenza strutturale che, nel breve periodo, riduce significativamente i margini di intervento. Misure come il taglio delle accise sui carburanti possono offrire un sollievo immediato, ma restano interventi temporanei e difficilmente sostenibili in assenza di correttivi strutturali al bilancio pubblico. Un approccio più incisivo passa invece dal lato della domanda. L’Italia è tra i paesi europei con il più alto numero di automobili pro capite, anche a causa di un trasporto pubblico non sufficientemente capillare. Il potenziamento del trasporto collettivo, in particolare della rete di autobus, più rapida da implementare rispetto alle infrastrutture ferroviarie, potrebbe incidere in modo importante sui consumi privati. Le esperienze di Germania e Spagna mostrano come abbonamenti a prezzi accessibili siano in grado di spostare quote rilevanti di utenti dal mezzo privato a quello pubblico. Sul fronte residenziale, la sostituzione delle caldaie a gas con pompe di calore rappresenta un’altra leva strategica. Negli ultimi anni sono stati introdotti incentivi per questo tipo di efficientamento energetico, ma la diffusione delle pompe di calore resta frenata da costi iniziali più elevati rispetto a una caldaia tradizionale e da una limitata consapevolezza tra i consumatori. Infine, un ulteriore margine di intervento riguarda la flessibilità della domanda industriale: comparti ad alta intensità energetica potrebbero concentrare i cicli produttivi nelle ore di maggiore disponibilità di energia rinnovabile, riducendo così la pressione nelle fasce di picco dei consumi domestici.

Nel medio-lungo periodo, su quali comparti l'Italia ha il maggiore potenziale di decarbonizzazione e quali ostacoli strutturali rischiano di rallentare questo processo?

In assenza di giacimenti significativi di gas e petrolio, una delle poche leve per ridurre la dipendenza energetica dall’estero è puntare sulle fonti rinnovabili, in particolare solare ed eolico. L’Italia, però, sconta un ritardo soprattutto sul piano autorizzativo: se in Germania l’iter per la realizzazione di un parco eolico richiede in media circa due anni, nel nostro paese può arrivare intorno ai sette. Tempi così lunghi rappresentano un forte deterrente per gli investitori privati e questo rende difficile anche una pianificazione pubblica efficace. Ridurre il peso della burocrazia è quindi un passaggio chiave. Un ulteriore ostacolo è rappresentato dall’instabilità normativa percepita dagli investitori internazionali. In Italia, l’alternanza politica degli ultimi anni, pur non traducendosi sempre in cambiamenti sostanziali, non trasmette quella continuità percepita che altri paesi europei riescono a garantire. La Spagna, ad esempio, ha attratto ingenti investimenti nel solare anche grazie a un contesto normativo ritenuto più stabile. Sul fronte industriale, il potenziale di decarbonizzazione dei settori hard-to-abate, come vetro, acciaio e cemento, richiede tecnologie dedicate, a partire dall’idrogeno verde. In Italia il tema è ancora poco sviluppato nel dibattito pubblico, nonostante la presenza di eccellenze industriali. Ad esempio, De Nora Italy Hydrogen Technologies, nata dalla partnership tra De Nora e SNAM, sviluppa e produce sistemi per la produzione di idrogeno verde basati sull'elettrolisi dell'acqua. Sul fronte dell'acciaio verde, Danieli e Tenova hanno sviluppato congiuntamente la tecnologia Energiron, che permette di ridurre l’impronta emissiva del prodotto finale. Nel settore del vetro, un esempio concreto è il progetto europeo Horizon H2Glass, che punta a sostituire le fornaci a gas delle vetrerie con impianti a idrogeno. Questo consente di ridurre i costi, limitare la dipendenza dalle importazioni e abbattere le emissioni di CO₂, a seconda anche del modo in cui viene prodotto l’idrogeno. Il progetto nasce nel settore del vetro, ma mira a trasferire il know-how sviluppato anche ad altri comparti, come quello dell’alluminio. La partecipazione di partner italiani conferma l’esistenza di competenze industriali solide, a fronte però di un’ancora limitata spinta sistemica a livello di policy. Un’altra tipologia di intervento è quella relativa al trasporto merci. Oggi in Italia la quota su gomma è largamente predominante rispetto alla rotaia, con un divario rispetto alla media europea che pesa sia in termini di emissioni che di congestione infrastrutturale. Spostare una parte importante del traffico merci sui binari richiederebbe però investimenti consistenti in infrastrutture ferroviarie, ancora molto carenti soprattutto nel Sud del paese.

Considerando il contesto europeo, quanto potrebbe incidere sulla sicurezza energetica italiana il principio "One Europe, One Market", orientato alla rimozione delle barriere commerciali interne al mercato unico?

Questo scenario non rappresenta soltanto un’opportunità di risparmio, ma può trasformarsi in una leva di riposizionamento strategico per l’Italia. La collocazione geografica, al centro del Mediterraneo e a ridosso del Nord Africa, offre al nostro paese un vantaggio competitivo naturale in un contesto di crescente integrazione dei mercati energetici. Se il Piano Mattei, ovvero il partenariato energetico promosso dal Governo con i paesi africani, dovesse tradursi in accordi strutturati, e se parallelamente avanzasse l’integrazione del mercato europeo, l’Italia potrebbe candidarsi a diventare un hub per la distribuzione in Europa dell’energia rinnovabile prodotta nel Nord Africa. La Norvegia, ad esempio, esporta energia elettrica verso Germania e Regno Unito attraverso cavi sottomarini. Un sistema analogo potrebbe essere sviluppato per trasportare energia solare dal continente africano verso l’Europa centrale, con l’Italia in una posizione geografica particolarmente favorevole.

In che misura la transizione energetica può rappresentare per l'Italia un'occasione per riposizionarsi come hub dell'economia verde europea?

Le condizioni per un riposizionamento ci sono e alcune eccellenze industriali sono già operative. L'Italia vanta tra i pochi operatori europei in grado di installare turbine eoliche offshore in acque profonde: SAIPEM opera in questo segmento con tecnologie di ancoraggio tra le migliori del continente. Sul fronte della trasmissione, Prysmian è tra i principali player mondiali nella produzione di cavi sottomarini. Nel comparto residenziale, Daikin e Ariston producono in Italia pompe di calore destinate al mercato europeo. Si tratta di un segmento destinato a crescere con l'accelerazione della transizione nel settore edilizio. Queste eccellenze, tuttavia, si muovono spesso in un contesto segnato da incertezza normativa e lentezza burocratica. A questo si aggiunge un nodo cruciale, ovvero quello dello sviluppo delle competenze tecniche. La transizione energetica richiede profili altamente specializzati, come ingegneri meccatronici, chimici industriali, esperti di sistemi energetici. Senza un investimento mirato nella formazione e, soprattutto, nella capacità di trattenere questi talenti, l’Italia rischia di alimentare le filiere europee o internazionali senza beneficiarne in modo diretto.

 

In copertina: Mirco Peron