da Bruxelles - “In tempi di instabilità, l’economia circolare non è una scelta, è una necessità.” Con queste parole la Commissaria europea per l’Ambiente Jessika Roswall ha aperto l’edizione 2026 della conferenza annuale della European Circular Economy Stakeholder Platform (ECESP), sottolineando il legame tra circolarità, sicurezza economica e autonomia strategica dell’Unione. L’evento, iniziativa congiunta della Commissione europea e del Comitato economico e sociale europeo (EESC), si è svolto il 22 e 23 aprile a Bruxelles, riunendo policymaker, imprese, operatori finanziari, società civile e rappresentanti dei territori in un confronto che guarda già al Circular Economy Act, atteso nel terzo trimestre del 2026 nel programma di lavoro della Commissione.
“È fondamentale agire con urgenza; non possiamo permetterci di aspettare. Il Circular Economy Act rientra nella strategia di autonomia dell'Unione Europea. Senza un'economia circolare efficace, saremo più dipendenti dagli altri,” ha avvertito dal palco Enrico Letta, autore del Report on the Future of the Single Market e presidente dell’istituto Jacques Delors.
Se da un lato il messaggio è quello di non attendere la quadratura del “cerchio” per chiuderlo e farlo avanzare, dall’altro emerge sempre più chiaramente come l’economia circolare rappresenti uno stress test della capacità europea di superare frammentazioni storiche e normative ancora irrisolte. A partire dalle diverse definizioni di rifiuto, sottoprodotto e materia prima seconda, fino alla costruzione di un vero mercato unico dei materiali circolari. Senza contare altre leve decisive, come lo spostamento della tassazione dal lavoro all’uso di materiali ed energia (in particolare vergini e inquinanti), l’impiego strategico degli appalti pubblici e l’introduzione di standard e regimi di responsabilità capaci di rendere progressivamente meno conveniente, anche dal punto di vista economico, il modello lineare.
Dal Mercato Unico al “One Europe, One Market”: la circolarità come politica di sicurezza
Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, il tasso di circolarità dell’UE era all’11,8% nel 2023: più alto rispetto ad altre regioni del mondo, ma quasi stagnante negli ultimi anni. L’obiettivo politico, nel quadro del Clean Industrial Deal, è raddoppiarlo fino a circa il 24% entro il 2030, facendo della circolarità un motore di competitività, resilienza e riduzione della dipendenza dalle risorse.
L’intervento di Enrico Letta ha collocato però il Circular Economy Act dentro una traiettoria più ampia: il passaggio dall’attuale “mercato unico” al “un’Europa, un mercato”. Ripercorrendo la storia dell’integrazione UE, Letta ha identificato tre aree rimaste “orfane” rispetto alla stagione del mercato unico degli anni Ottanta e Novanta − energia, connettività e mercato finanziario − oggi al centro delle fragilità europee sul fronte della competitività e della sicurezza.
In questo quadro, la circolarità non sarebbe un capitolo settoriale, ma piuttosto uno dei pilastri per rafforzare le fondamenta economiche dell'Ue. Letta ha insistito su vari elementi, a partire dalla “scala”: senza un vero mercato unico per l’energia, i servizi finanziari e le tecnologie della transizione, l’Europa continuerà a frammentare il proprio potenziale industriale, mentre circa 300 miliardi di euro di risparmi europei prendono la via degli Stati Uniti, alimentando la capacità delle imprese americane di acquisire asset europei. Per accelerare il processo, secondo Letta, è necessario anche un cambio di approccio normativo: passare, dove possibile, dalle direttive ai regolamenti, così da garantire regole direttamente applicabili e uniformi nel mercato unico, riducendo i margini di discrezionalità nazionale e la frammentazione legislativa.
Un mercato unico anche per i materiali circolari
In questo senso, numerosi interventi all’ECESP hanno insistito sulla necessità di un vero mercato unico europeo per le materie prime seconde, in linea con le promesse del Circular Economy Act, capace di dare scala industriale al riciclo e alla circolarità. Eppure, il dibattito ha mostrato che il tema non si esaurisce qui: senza regole chiare anche per i sottoprodotti, il rischio è di bloccare a monte molti flussi di materiali riutilizzabili, frenando l’efficienza dell’intero sistema. La distinzione fondamentale è quella tra rifiuti, sottoprodotti (che non sono rifiuti) e materie prime seconde (che provengono sempre dai rifiuti).
“La questione fondamentale è se un materiale sia legalmente classificato come rifiuto o meno. Se non è un rifiuto, può essere trattato come un sottoprodotto ai sensi dell'articolo 5 della direttiva quadro sui rifiuti, che stabilisce condizioni specifiche e può essere ulteriormente dettagliato dalla legislazione secondaria”, spiega a Materia Rinnovabile Eva Blixt, consulente senior presso Jernkontoret, l'organizzazione dell'industria siderurgica svedese. “I dibattiti si concentrano solitamente sui rifiuti e sulle materie prime secondarie, ignorando in gran parte i sottoprodotti. Questo è importante perché le materie prime secondarie provengono sempre dai rifiuti, eppure non sono chiaramente definite nella stessa direttiva quadro sui rifiuti, ma solo nella tassonomia, dove sono esplicitamente collegate ai rifiuti. Anziché ridefinire le materie prime secondarie e rendere meno netta la linea di demarcazione tra rifiuti e sottoprodotti, una soluzione migliore sarebbe quella di elaborare una nuova normativa. Ciò consentirebbe di creare un mercato dei sottoprodotti a livello dell’UE, simile a quello delle materie prime secondarie, e faciliterebbe l’uso efficiente dei materiali riconoscendoli come sottoprodotti anziché come rifiuti”.
Capitali che scorrono come acqua: perché l’investimento resta il tallone d’Achille
Se la dimensione normativa è in fermento, quella finanziaria resta però segnata da un paradosso: più fondi disponibili a livello europeo, ma ancora pochi flussi verso modelli di business circolari, soprattutto nelle fasi “a monte” del ciclo di vita dei prodotti. A ECESP 2026, il panel sulla finanza ha messo a fuoco un dato chiave: gli investimenti in economia circolare nell’UE sono aumentati significativamente negli ultimi anni, ma continuano a rappresentare circa l’1% del bilancio europeo. Anche il gruppo BEI ha incrementato del 167% il proprio finanziamento annuale alla circolarità tra il 2020 e il 2024, ma si tratta ancora di una frazione limitata del totale.
Il risultato è un persistente gap di investimento verso l’obiettivo 2040 di un’economia pienamente circolare, con deficit importanti in settori come costruzioni, tessile, batterie e veicoli, e soprattutto nelle fasi di progettazione circolare e gestione del fine vita, cruciali per mantenere i materiali in uso più a lungo. I mercati faticano a crescere e a raggiungere la scala necessaria, mentre la maggior parte dei nuovi investimenti dovrà verosimilmente arrivare dal settore privato.
Qui entra in gioco la lettura di Andrei Geica, Chief Policy and Impact Officer di Sporos Platform e membro del Coordination Group dell’ECESP, che a Materia Rinnovabile riassume così il suo intervento. “In primo luogo, i capitali si comportano in modo molto simile all’acqua: scorrono naturalmente lungo il percorso di minor resistenza verso i rendimenti più elevati corretti per il rischio. In termini pratici, ciò significa che la gravità finanziaria è ancora prevalentemente orientata verso modelli lineari. Questo spiega anche la persistenza del divario di finanziamento. In secondo luogo, la disponibilità di capitali non garantisce la qualità dei risultati. Lo abbiamo visto chiaramente anche nel caso degli investimenti su larga scala. In terzo luogo, le aziende – specialmente le PMI – raramente sono attori pienamente razionali. Esiste una notevole inerzia, resistenza al cambiamento e una forte tendenza al pensiero a breve termine, in particolare in alcuni dei settori in discussione. Per quanto riguarda questo terzo punto, possiamo fare ben poco. Per quanto riguarda il secondo, il capitale è ampiamente disponibile, ma non per la circolarità. Ciò lascia il primo come l’area primaria di intervento: la direzione dei flussi di capitale”.
A suo avviso, affinché il capitale fluisca, i modelli circolari devono garantire rendimenti prevedibili e finanziabili, cosa che dipende principalmente dalle politiche pubbliche, non dagli investitori privati. "Strumenti come i regimi di responsabilità e i meccanismi di domanda possono spostare gli incentivi rendendo i modelli lineari meno redditizi e quelli circolari più attraenti. Sebbene gli strumenti esistenti, come l'EPR, contribuiscano a creare mercati, si concentrano principalmente sulla fase di fine vita. La sfida chiave risiede invece a monte: garantire che i prodotti non progettati per la circolarità diventino economicamente non sostenibili”, conclude Geica.
Sul fronte delle soluzioni, uno degli esempi più interessanti emersi durante ECESP è la nascita del Circular Economy Finance Group (CEFG), una partnership tra Regno Unito e Paesi Bassi centrata sullo sblocco di investimenti pubblici e privati per accelerare la transizione verso un’economia sostenibile e a basse emissioni. “Il gruppo di lavoro, che riunisce alti funzionari e rappresentanti del mondo finanziario, punta a mobilitare fino a 10 miliardi di sterline nel prossimo decennio, con l’obiettivo di rafforzare le infrastrutture di riciclo e creare occupazione. La collaborazione sostiene l’ambizione britannica di costruire un’economia circolare entro il 2050 e il programma olandese per la circolarità al 2030”, spiega a Materia Rinnovabile Andrew Morlet, Circular Economy Lead di Standard Chartered. Il CEFG è co‑presieduto dallo stesso Morlet - attualmente anche Senior Advisor per il circular economy impact investing presso Nordic Capital ed ex CEO della Ellen MacArthur Foundation - e da Jeroen Derkx, Senior Business Development Manager di Invest‑NL, a conferma del ruolo crescente degli intermediari finanziari nello sbloccare capitali per modelli di business circolari.
La dimensione sociale della circolarità
Accanto al cantiere normativo e a quello finanziario, la conferenza ha insistito su un terzo pilastro spesso sottovalutato: la dimensione sociale e partecipativa della transizione circolare. Séamus Boland, presidente dell’EESC, ha ribadito la centralità del lavoro in partenariato con imprese, sindacati, agricoltori, consumatori e società civile, sottolineando che l’economia circolare “deve essere radicata nella realtà quotidiana”, e non restare confinata nel linguaggio delle élite tecnocratiche.
Il riferimento ai giovani è stato particolarmente forte. Per Boland, non si tratta solo di “coinvolgere” le nuove generazioni, ma, come recita un vecchio detto irlandese, “lodate i giovani e aiutateli a realizzarsi”, riconoscendo che la loro partecipazione migliora la qualità delle politiche, allinea l’ambizione con le pratiche concrete e rende credibile la promessa di una transizione giusta. Nella sessione dedicata alle prospettive giovanili sul Circular Economy Act, guidata da Nicoletta Merlo dell’EESC Youth Group e da Alba Mullen e Dario Barcella di Generation Climate Europe, è emersa del resto con forza la richiesta di una circolarità che non si limiti a ottimizzare i flussi materiali, ma affronti anche le disuguaglianze sociali, le condizioni di lavoro nelle filiere e l’accesso equo ai servizi circolari.
In questa prospettiva, la conferenza ha ribadito come la European Circular Economy Stakeholder Platform (ECESP) non sia più un semplice spazio consultivo, ma un’infrastruttura politica in evoluzione. Come ha sintetizzato Ladeja Godina Košir, Founder and Executive Director of Circular Change e co-Chair of ECESP, a Materia Rinnovabile, i tre messaggi da questa edizione sono chiari: “Questa conferenza è fortemente incentrata sulla Circular Economy Act e, dal punto di vista della piattaforma, è fondamentale contribuire a un documento che sta attualmente prendendo forma. Un messaggio chiave è che la piattaforma consente alle parti interessate di partecipare attivamente a questo processo. Un secondo punto importante è che la piattaforma non è più considerata semplicemente facoltativa. Negli ultimi dieci anni è diventata significativamente più forte e rilevante per la Commissione europea e per gli altri stekeholder, con i suoi membri sempre più riconosciuti come partner preziosi. Infine, mentre gran parte della discussione verte su tecnologia, industria e IA, la dimensione umana rimane essenziale. La piattaforma è costruita dalle persone, per le persone, e offre uno spazio in cui condividere sia aspirazioni che preoccupazioni. In un periodo di incertezza, essa fornisce un senso di comunità in cui gli individui possono sentirsi al sicuro, ascoltati e sostenuti”.
In copertina: foto di Lukasz Kobus
