La Commissione europea ha presentato AccelerateEU il 22 aprile, Giornata della Terra, con un tempismo che sembra studiato per i comunicati stampa. Il piano arriva mentre la guerra in Iran e le tensioni nello Stretto di Hormuz spingono al rialzo i prezzi di gas e petrolio, e l’Europa scopre - di nuovo - che importare il 64% dell’energia consumata non è una strategia ma una vulnerabilità.
I numeri di partenza sono brutali. Nei primi cinquanta giorni del conflitto, l’Unione europea ha speso 24 miliardi di euro in più per le importazioni di combustibili fossili. In cambio non ha ricevuto né più gas né più petrolio. Nel 2025 la bolletta complessiva per le importazioni energetiche europee ha toccato i 337 miliardi. È la seconda crisi in meno di cinque anni, dopo quella innescata dall’invasione russa dell’Ucraina. Chi vive in Europa sa cosa significa: bollette che raddoppiano tra un inverno e l’altro, famiglie che abbassano il termostato a diciotto gradi e sperano in una primavera precoce, piccole imprese che rinunciano a un turno di produzione perché il costo dell’energia ha mangiato il margine. La Commissione stessa lo ammette nel documento: la dipendenza dai fossili non è un rischio congiunturale, è un difetto strutturale.
Cosa c’è dentro
AccelerateEU si articola in cinque pilastri. Il primo è il coordinamento tra Stati membri: riempimento degli stoccaggi di gas, possibile rilascio delle riserve petrolifere strategiche, salvaguardia delle forniture di jet fuel e diesel. Verrà istituito un Fuel Observatory per mappare in tempo reale produzione, importazioni, esportazioni e scorte di carburanti. Un dettaglio che dice molto: le riserve europee di jet fuel coprono circa sei settimane di fabbisogno.
Il secondo pilastro riguarda la protezione di consumatori e imprese: voucher energetici, regimi di sostegno al reddito, riduzione delle accise sull’elettricità per le famiglie vulnerabili, aiuti di Stato attraverso un quadro temporaneo per investimenti strategici in infrastrutture energetiche e tecnologie pulite.
Il terzo − il più ambizioso − è l’accelerazione verso energia pulita domestica ed elettrificazione. Entro l’estate la Commissione presenterà un Electrification Action Plan con un target ambizioso di elettrificazione e misure per rimuovere le barriere nei settori industriale, trasporti ed edilizia. A maggio arriverà una proposta legislativa per ribilanciare la tassazione energetica, in modo che l’elettricità venga tassata meno dei combustibili fossili. Il factsheet ufficiale è esplicito: rinnovabili e nucleare rappresentano ormai oltre il 70% della generazione elettrica UE, e sostituire caldaie a gas e gasolio con pompe di calore ridurrebbe i consumi finali e le bollette in edilizia di circa il 25%.
Seguono il rafforzamento del sistema energetico − reti, EU Grids Package, accelerazione dei permessi − e la mobilitazione di investimenti privati, con un Clean Energy Investment Summit che riunirà investitori istituzionali e industria.
La tassa che non c’è
Il piano individua correttamente il problema: la dipendenza fossile è la causa strutturale dei prezzi alti, non un incidente. Ma tra la diagnosi e la terapia c’è un vuoto. Il primo buco è sugli extraprofitti. Secondo il Guardian, le compagnie petrolifere hanno incassato oltre 30 milioni di dollari l’ora nel primo mese della guerra in Iran. Cinque Stati membri - Austria, Germania, Italia, Portogallo e Spagna - hanno chiesto alla Commissione di valutare una tassa coordinata a livello europeo. Il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis ha risposto che nulla impedisce agli Stati di applicarla, dato che la fiscalità diretta è materia nazionale. Tradotto: fate voi. AccelerateEU non propone alcun framework europeo sugli extraprofitti, nonostante la società civile e parte dei governi lo chiedano.
Non è un tema nuovo. Nel 2022 l’UE adottò un contributo di solidarietà temporaneo sugli extraprofitti di gas e petrolio. Funzionò, ma fu limitato nel tempo e nell’ambito. L’European Environmental Bureau (EEB), la più grande rete europea di organizzazioni ambientaliste con oltre 180 membri in più di 40 paesi, sostiene da tempo la necessità di trasformarlo in una tassa permanente. In un’analisi del novembre 2025, l’EEB documentava come il gruppo Klesch avesse avviato arbitrati internazionali contro UE, Germania e Danimarca contestando proprio quel contributo, invocando la protezione degli investitori prevista dal Trattato sulla Carta dell’energia. L’esito di quei procedimenti − ancora in corso presso l’ICSID − potrebbe determinare fino a che punto i governi possano tassare i profitti eccedenti del settore fossile.
Luke Haywood, responsabile clima ed energia dell’EEB, è netto nella sua valutazione del piano: la Commissione sembra aver imparato qualcosa dalla crisi precedente, quando circa 540 miliardi di euro furono spesi per proteggere i consumatori senza affrontare la causa di fondo. L’enfasi su elettrificazione e risparmio energetico, aggiunge, è la direzione giusta. Ma queste lezioni, avverte, restano sulla carta. Mentre le compagnie petrolifere continuano a trarre profitto dai prezzi alti in assenza di una tassa sugli extraprofitti, troppi governi optano ancora per tagli alle accise su diesel e gas: un approccio costoso, socialmente non mirato, che non aiuta a ridurre il consumo di fossili. Pagamenti diretti ai cittadini e sostegno agli investimenti sarebbero più efficienti, più equi e migliori per il clima.
Il nodo strutturale: il gas fissa i prezzi, anche quando non domina
Un report dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA) pubblicato il 20 aprile − due giorni prima del lancio di AccelerateEU − mette in luce un paradosso che il piano affronta solo in parte. Il gas rappresenta appena il 18-20% della generazione elettrica dell’UE, eppure determina in modo sproporzionato il prezzo dell’elettricità a causa del meccanismo del merit order: quando il benchmark TTF sale, i prezzi day-ahead nei mercati più dipendenti dal gas - Italia e Germania in testa - schizzano a 120-150 euro per megawattora. In Francia e nella penisola iberica, dove il mix energetico è più diversificato, l’impatto resta contenuto: 60-80 euro per megawattora. Tradotto nella vita di tutti i giorni: una famiglia italiana e una spagnola con consumi elettrici simili possono trovarsi a pagare bollette con differenze dell’ordine del 40-50%, non per colpa del proprio comportamento, ma per il mix energetico del paese in cui vivono.
L’IEEFA argomenta che diversificare i fornitori di gas non ha ridotto l’esposizione alla volatilità dei prezzi. I prezzi europei del gas sono ora più strettamente legati ai mercati globali del GNL, influenzati dalla domanda asiatica, dai rischi di approvvigionamento in Medio Oriente e dai vincoli infrastrutturali globali. Non è un difetto del market design - il merit order funziona come previsto - ma una conseguenza della dipendenza strutturale dal gas per la generazione elettrica.
Un dato particolarmente rilevante per l’Italia è che ogni anno sprechiamo tra 2 e 4 TWh di energia rinnovabile perché la rete non riesce ad assorbirli. In Germania, i costi sostenuti per gestire la congestione delle reti − ridispacciamento degli impianti e taglio forzato della produzione rinnovabile − hanno superato i 3 miliardi di euro annui negli ultimi anni, con un picco oltre i 4 miliardi nel 2022. Aumentare la capacità rinnovabile, insomma, non basta se le reti non sono in grado di assorbire l’energia prodotta. L’insistenza di AccelerateEU sul Grids Package e sull’accelerazione dei permessi per le infrastrutture non è retorica: è la precondizione perché il resto funzioni.
La tassazione al contrario
Il think tank Strategic Perspectives, in un’analisi pubblicata alla vigilia del Consiglio europeo informale di Cipro del 23-24 aprile, ha quantificato un’anomalia nota ma raramente espressa con tanta chiarezza: nella prima metà del 2025 le tasse e i prelievi sull’elettricità erano in media circa il doppio di quelli applicati al gas negli Stati membri dell’UE. In Croazia il rapporto raggiunge il 14 a 1. In Italia, Germania e in gran parte dell’Europa centro-orientale l’elettricità è tassata da tre a cinque volte più del gas.
Il risultato è prevedibile: l’elettrificazione - pompe di calore, veicoli elettrici, processi industriali a bassa e media temperatura - parte svantaggiata rispetto al gas. Strategic Perspectives calcola che un target minimo di elettrificazione del 50% entro il 2040, se inserito nell’Electrification Action Plan, potrebbe ridurre il fabbisogno di gas di due terzi e dimezzare la domanda di petrolio. La proposta legislativa sulla tassazione energetica annunciata dalla Commissione per maggio è dunque un passaggio decisivo: se davvero ribalterà il rapporto fiscale tra elettricità e gas, sarà il segnale che AccelerateEU è più di un documento di indirizzo.
Caterina Molinari, Senior Policy Advisor Finance del think tank italiano ECCO, lo dice senza giri di parole: «La Commissione riconosce giustamente che l’esposizione dell’Europa agli shock dei prezzi energetici non è il risultato di un fallimento temporaneo, ma strutturale. Finché la tassazione energetica continuerà a favorire i combustibili fossili rispetto all’elettricità per usi finali equivalenti, famiglie e imprese resteranno intrappolate nei fossili importati, con conseguenze dirette su sicurezza energetica, competitività e accessibilità».
Cosa è sparito dalle bozze
L’EEB segnala un problema che rischia di passare inosservato. Nella versione finale di AccelerateEU sono scomparse diverse misure sul lato della domanda che erano presenti nelle bozze precedenti: telelavoro, trasporto pubblico, ciclabilità. Nella crisi del 2022, il target volontario di riduzione del consumo di gas del 15% in sei mesi funzionò: l’Europa tagliò il 18%. Funzionò perché aveva un obiettivo, una scadenza, una responsabilità condivisa. AccelerateEU, di fronte a una crisi più grave, non fissa alcun target vincolante di riduzione dei consumi fossili.
Parallelamente, il piano attribuisce un peso significativo al nucleare, inquadrandolo come contributore chiave alla decarbonizzazione, alla flessibilità del sistema e alla sicurezza di approvvigionamento. L’EEB avverte che questa enfasi rischia di distogliere l’attenzione da soluzioni più rapide e più economiche: risparmio energetico, elettrificazione, rinnovabili. Presentare i piccoli reattori modulari (SMR), una tecnologia non ancora dimostrata su scala commerciale, come parte della risposta a una crisi in corso è, nelle parole dell’EEB, una distrazione dalle soluzioni reali.
Due crisi a confronto: 2022 vs 2026
La crisi 2022-2024 ha prodotto una lezione che AccelerateEU cita ma non applica fino in fondo. Luke Haywood dell’EEB lo aveva documentato già nel novembre 2022 sulla rivista di policy Social Europe: la risposta dei governi europei alla crisi energetica si era concentrata sulla riduzione artificiale dei prezzi fossili − tagli IVA, riduzioni di accise − piuttosto che su pagamenti diretti ai cittadini e investimenti per ridurre la domanda. Un approccio costoso per le finanze pubbliche (il 2,2% del PIL UE tra 2022 e 2024, secondo stime della Commissione), socialmente regressivo − tagli uguali per tutti, dalla Porsche alla Panda, dalla villa al bilocale − e inefficace nel ridurre il consumo di fossili. Solo undici paesi adottarono misure specifiche per le famiglie vulnerabili. Chi faticava ad arrivare a fine mese ricevette lo stesso sconto alla pompa di chi non ne aveva bisogno, e i soldi pubblici finirono per sussidiare consumi che andavano ridotti.
Oggi il quadro si sta ripetendo. La Spagna ha tagliato l’IVA dal 21% al 10% su tutte le energie, incluso il gasolio. La Germania ha stanziato 1,6 miliardi in sussidi sui carburanti. L’Italia oltre 800 milioni in poco più di un mese tra taglio delle accise e crediti d’imposta per autotrasporto, agricoltura e pesca. AccelerateEU raccomanda misure mirate, temporanee e legate a soluzioni di lungo periodo. Ma la raccomandazione è esattamente questo: una raccomandazione. L’attuazione resta nazionale.
Mentre la politica discute, i numeri delle rinnovabili fanno il loro lavoro. Il Global Electricity Review 2025 di Ember, svelato il 21 aprile − il giorno prima di AccelerateEU − documenta che la crescita record del solare ha impedito l’aumento della generazione elettrica fossile a livello mondiale nel 2025. Il solare ha coperto tre quarti della crescita della domanda globale; insieme all’eolico, il 99%. La generazione solare è cresciuta di 636 TWh nel 2025: abbastanza da sostituire tutta l’elettricità prodotta con il gas esportato attraverso lo Stretto di Hormuz nell’ultimo anno, stimata a 550 TWh. Le rinnovabili hanno superato il carbone nel mix elettrico globale per la prima volta in un secolo.
In Europa, la capacità eolica installata ha superato i 300 GW. Il continente ha aggiunto 19,1 GW di nuova capacità eolica nel 2025 (in crescita del 16% sull’anno precedente). L’UE-27 ha installato 15,1 GW (+17%), ma è ancora al di sotto della media annuale necessaria per raggiungere gli obiettivi 2030.
Un briefing del Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), pubblicato in queste ore, misura il dividendo della pulizia del mix energetico: i paesi UE con il mix più pulito risparmieranno il 58% in più - 8,5 miliardi di euro - sulle bollette rispetto a quelli ancora agganciati ai fossili. Ogni aumento di 1 euro per megawattora del prezzo del gas si traduce oggi in un aumento di 0,37 euro per megawattora sul prezzo dell’elettricità, l’8% in meno rispetto al 2022. Ma la forbice è enorme: per la Svezia l’impatto è di appena 0,04 euro per megawattora; per la Polonia di 0,36.
E i consumatori rispondono. Un’analisi di Zero Carbon Analytics pubblicata lo stesso giorno registra che in Germania oltre 1,2 milioni di dispositivi solari plug-in sono stati registrati: pannellini da balcone, montati da chi ha deciso di non aspettare più il prossimo piano europeo. In Francia le ricerche online di veicoli elettrici sono aumentate del 160% a marzo. In Italia le vendite di auto elettriche a batteria (BEV) sono cresciute del 71,7%. Sono scelte individuali, certo, ma dicono qualcosa di preciso: quando il pieno di benzina costa quanto una cena fuori e la bolletta del gas mangia lo stipendio, le persone cercano un’uscita. Il mercato non aspetta i piani.
AccelerateEU è, come lo definisce la stessa Commissione, una risposta alla richiesta dei capi di governo al Consiglio europeo del 19 marzo di presentare una cassetta degli attrezzi di misure temporanee e mirate. La direzione indicata - elettrificazione massiccia, riduzione della domanda fossile, ribilanciamento della fiscalità energetica - è quella giusta. La domanda è se resterà un documento di indirizzo o diventerà politica attuata. L’Electrification Action Plan dell’estate e la proposta fiscale di maggio saranno i primi test reali. I prossimi mesi diranno se l’Europa ha davvero imparato la lezione della crisi precedente, o se la gestirà - di nuovo - crisi dopo crisi, chiedendo ai suoi cittadini di stringere i denti un’altra volta.
In copertina: in copertina Ursula von der Leyen fotografata da Monasse Thierry/ANDBZ/ABACA, Agenzia IPA
