
La crisi energetica dello Stretto di Hormuz ha riacceso il dibattito sui sussidi ai combustibili fossili. I governi dovrebbero intervenire per limitare il costo del carburante, rischiando così di rafforzare la dipendenza dei propri paesi dalle fonti energetiche fossili? Oppure dovrebbero limitarsi a proteggere i cittadini più vulnerabili dai picchi dei prezzi dell’energia, portando avanti nel contempo lo sviluppo delle energie rinnovabili?
Tra l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 e la più recente guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha causato la chiusura dello stretto di Hormuz lungo una delle rotte di trasporto petrolifero più trafficate, i governi europei hanno adottato una serie di misure per evitare un collasso energetico, alleggerendo al contempo la pressione dei prezzi sulla cittadinanza.
Dai sussidi generalizzati per contenere i prezzi della benzina (come nel caso di Italia e Spagna) alla firma di nuovi contratti di importazione con gli Stati Uniti, dalla riapertura di giacimenti di gas chiusi (come in Norvegia) fino alla costruzione ex novo di nuove infrastrutture per il gas (come in Germania e in Italia), le decisioni prese hanno permesso all’economia basata sui combustibili fossili di continuare a prosperare.
I vertici sul clima tenutisi a Santa Marta, in Colombia, ad aprile, e più recentemente in Germania e a Londra, hanno sottolineato l’urgenza di abbandonare gradualmente i combustibili fossili come uno dei mezzi più efficaci per impedire un aumento della temperatura globale superiore a 1,5°C. La Colombia e i Paesi Bassi, paesi ospitanti del vertice di Santa Marta, hanno pubblicato a giugno una tabella di marcia in dieci punti in cui hanno evidenziato la necessità di superare la dipendenza economica dai combustibili fossili, anche modificando i flussi finanziari e gli incentivi che mantengono tali combustibili artificialmente competitivi in molti paesi.
Il continuo sostegno alle infrastrutture legate ai combustibili fossili sta tuttavia avendo l’effetto di vincolare i paesi al loro consumo e, di conseguenza, alle emissioni di carbonio a lungo termine, avvertono gli esperti. In altre parole, i paesi si stanno vincolando alla produzione, all’importazione e al consumo di combustibili fossili.
Per Esther Bollendorff, responsabile del programma Fossil Free presso Climate Action Network Europe, qualsiasi misura di aiuto statale o quadro finanziario messo in atto a sostegno delle infrastrutture legate ai combustibili fossili finisce per perpetuare questa dipendenza dal carbonio. “Che si tratti di progetti di infrastrutture per il gas, gasdotti, teleriscaldamento, teleriscaldamento a gas, cogenerazione, cogenerazione a gas o terminali GNL, si tratta di un effetto di lock-in, perché queste infrastrutture saranno costruite con una durata di vita prevista di 30 anni”, ha dichiarato Bollendorff a Materia Rinnovabile.
“Siamo davvero preoccupati per gli effetti di ‘lock-in’ che derivano dalle infrastrutture attualmente in costruzione, spesso grazie a sovvenzioni, e anche dagli accordi di fornitura energetica a lungo termine”, ha aggiunto Julian Schwartzkopff, responsabile del team per l’eliminazione graduale del gas presso l’organizzazione tedesca senza scopo di lucro per il clima Deutsche Umwelthilfe.
Da un semplice punto di vista economico, investire fondi pubblici in infrastrutture legate ai combustibili fossili sottrae risorse agli investimenti nelle energie rinnovabili. “Si tratta quindi di una sorta di doppio smacco: da un lato si sovvenzionano proprio quelle cose da cui dovremmo liberarci, mentre dall’altro si riduce la quantità di denaro disponibile per soluzioni concrete”, ha affermato Schwartzkopff.
La dipendenza dal gas ha ripercussioni sul pianeta e sulle economie
La Germania e l’Italia sono due dei paesi europei più a rischio di rimanere a lungo intrappolati in un’economia basata sui combustibili fossili, soprattutto a causa della continua espansione delle loro infrastrutture per il gas naturale liquefatto (GNL). I piani dell’Italia in merito porteranno a un aumento della capacità di rigassificazione da 16,1 miliardi di metri cubi nel 2022 a 47,5 miliardi nel 2026, secondo un rapporto dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA). Tutto questo sta avvenendo nonostante il calo della domanda di questo combustibile, che in Italia è diminuita del 19% tra il 2021 e il 2024, secondo il rapporto della IEEFA.
Ana Maria Jaller-Makarewicz, autrice del report, ci ha spiegato che questa situazione comporta la creazione di un cosiddetto “stranded asset” ovvero un’infrastruttura sottoutilizzata, che a sua volta comporta costi più elevati per i consumatori: “Il problema del ‘carbon lock-in’ sono gli investimenti dove non ci sarà domanda. Ciò che accade poi è che in questi paesi sono i consumatori a finire per pagare il conto”.
Domanda ridotta, nuove infrastrutture, costi in forte aumento
Il più recente terminale GNL italiano, situato nei pressi della città di Ravenna, entrato in funzione nel 2025, ha registrato un tasso di utilizzo del 25% nel 2026, secondo lo European LNG Tracker della IEEFA. Il terminale è stato finanziato con oltre 1 miliardo di euro di investimenti da parte della società energetica SNAM, di cui il governo italiano è il principale azionista. Il governo, dal canto suo, si è impegnato nel 2022 a stanziare investimenti annuali pari a 30 milioni di euro per finanziare nuove infrastrutture per il GNL o la riconversione di quelle esistenti. Il potenziamento delle nuove infrastrutture italiane e il tentativo del paese di posizionarsi come nuovo hub del gas del Mediterraneo si scontrano con la realtà di avere prezzi del gas tra i più alti d’Europa.
In Germania, la legge sull’accelerazione del GNL del 2022 mirava a garantire l’approvvigionamento di gas mentre il paese gestiva l’improvvisa interruzione delle forniture russe, dalle quali dipendeva fortemente. Ciò ha portato alla pianificazione di nove nuovi progetti di terminali per il gas, sia galleggianti che terrestri, che hanno contribuito ad aumentare la capacità di importazione. Per Schwartzkopff della Deutsche Umwelthilfe, si è trattato di “una reazione decisamente eccessiva”.
Dei nove nuovi terminali GNL e impianti di rigassificazione realizzati dalla Germania dal 2022, solo due hanno superato il 50% di utilizzo negli ultimi quattro anni (gli impianti galleggianti di stoccaggio e rigassificazione di Brunsbüttel e Wilhelmshaven).
Schwartzkopff e un team di ricercatori della Deutsche Umwelthilfe e del Center for American Progress hanno calcolato che lo stato tedesco potrebbe erogare fino a 16,8 miliardi di euro per tutti i nuovi impianti a GNL, incluse le garanzie in caso di domanda inferiore a quella prevista dal contratto. “Costruire infrastrutture per il GNL significa vincolarsi a costi più elevati per i decenni a venire, invece di investire in tecnologie rinnovabili e a emissioni zero, i cui prezzi stanno calando”, affermano i ricercatori nel loro report, pubblicato nel 2025. Secondo Bollendorff del Climate Action Network Europe, dall’inizio della guerra in Ucraina la Germania ha subìto una svolta politica per quanto riguarda la sua disponibilità a continuare a fare affidamento sui combustibili fossili.
“Quello che vediamo ora con il nuovo governo è semplicemente un’inversione di rotta rispetto alle linee guida del governo precedente in termini di gestione della transizione energetica”, ha dichiarato Bollendorff. “C’è un cambiamento molto significativo nella narrativa generale in Germania.”
Gas dagli USA: soluzione a breve termine o vincolo a lungo termine?
Tra le numerose politiche dirompenti che il secondo mandato di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti sta introducendo, lo sblocco della produzione locale di petrolio e gas naturale è quella che si prevede avrà ripercussioni significative sul clima globale.
Secondo il rapporto redatto da Deutsche Umwelt Hilfe e dal Center for American Progress, l’aggressiva commercializzazione da parte degli Stati Uniti del proprio gas naturale destinato all’esportazione – unita alla disponibilità dei paesi europei a sottoscrivere contratti per il suo acquisto – perpetua il carbon lock-in, gravando al contempo sulle economie con prezzi che potrebbero non essere realmente alla loro portata.
“I costosi contratti a lungo termine fissano prezzi elevati, e le infrastrutture di importazione del GNL necessarie per renderli redditizi dipendono dai sussidi nazionali. Né la Germania né l’Unione Europea possono permettersi un’ondata di nuovi accordi di fornitura di GNL a lungo termine”, hanno affermato i ricercatori. Gli Stati Uniti sono attualmente il principale fornitore di gas dell’Unione Europea.
Jochen Flasbarth, segretario di stato presso il Ministero dell’ambiente tedesco, ha dichiarato ai giornalisti durante il vertice sul clima di Santa Marta alla fine di aprile che la Germania non sarebbe stata disposta a continuare a fare affari con gli Stati Uniti ancora per molto. Schwartzkopff di Deutsche Umwelt Hilfe non ritiene che ciò avverrà. I contratti firmati con gli Stati Uniti al culmine della crisi energetica del 2022 avevano solitamente una durata di 15 anni.
Maria Pastukhova, responsabile del programma per la transizione energetica globale presso E3G, ha chiarito che il gas esportato dagli Stati Uniti è gas di scisto, ovvero il prodotto di scarto della produzione petrolifera, e che la sua estrazione è costosa. Acquistare questo tipo di gas a prezzi elevati dagli Stati Uniti non risolverà il problema degli impianti europei di GNL sottoutilizzati che generano il cosiddetto carbon lock-in, ha precisato Pastukhova.
Sebbene l’attuale impennata dei sussidi ai combustibili fossili e il potenziamento delle infrastrutture legate a tali combustibili rappresentino un problema per il clima e siano una cattiva notizia anche per le economie locali, secondo esperti come Schwartzkopff questo è anche un momento di opportunità per riflettere su un cambiamento reale. Se non altro, ciò dovrebbe avvenire tenendo conto degli aspetti finanziari, conclude l’esperto: “Sotto tutti i punti di vista relativi ai prezzi, le energie rinnovabili stanno già superando i combustibili fossili”.
In copertina: foto di Alberto Lo Bianco, Agenzia IPA
