Nella serata di giovedì 18 giugno si sono chiusi a Bonn, in Germania, i negoziati intermedi sul clima (la sessione tecnica degli organi sussidiari, SB64) che ogni anno in estate prepara il terreno alla conferenza di fine anno, quest'anno la COP31 in programma a novembre ad Antalya, in Turchia. Per i primi tre decenni di vita della Convenzione ONU sul clima del 1992 le sessioni di metà anno hanno avuto natura prevalentemente tecnica e proprio quel profilo defilato, lontano dai riflettori e dalle pressioni dell'alto livello politico, aveva consentito di registrare avanzamenti significativi in preparazione, poi, di quello che ogni anno è il circus della COP. Dopo COP30, però, qualcosa è cambiato, e forse potevamo aspettarcelo: le sale negoziali di Bonn sono apparse fortemente politicizzate, attraversate da divisioni - non tipiche per questo periodo dell’anno - che hanno frenato il lavoro su quasi ogni dossier. I Paesi industrializzati sono stati accusati di voler spostare l'attenzione dagli impegni finanziari assunti a Belém e prima ancora a Baku nel 2024; quelli in via di sviluppo si sono trincerati in posizioni difensive di fronte a ogni richiesta di nuovi obblighi, più o meno vincolanti.
Dalle promesse all’attuazione
Lo scarto con la realtà esterna è diventato, per molti osservatori della società civile, difficile da ignorare. La rapidità con cui i governi sanno mobilitare risorse per la spesa militare e per la gestione delle crisi geopolitiche contrasta in modo stridente con lo stallo che continua a frenare lo stanziamento di fondi, e di capitale politico, per il clima, come se l'emergenza climatica fosse una questione rinviabile e non, piuttosto, parte integrante delle stesse crisi che oggi assorbono ogni attenzione.
La frustrazione collettiva ha toccato il culmine proprio nelle ultime ore, quando è naufragato l'accordo su una task force incaricata di lavorare sul nuovo Obiettivo Globale di Adattamento che pure sarebbe stata, di per sé, una soluzione di compromesso. L'unica vera eccezione positiva è arrivata dal tavolo sulla giusta transizione: il solo, in due settimane, capace di avanzare davvero, con l’avallo di un testo preliminare da portare a COP31. Su quel tavolo Paesi sono riusciti a passare in rassegna tutti e tre i temi previsti, licenziando un testo, una nota informale e, soprattutto, un allegato con i termini di riferimento per la revisione del programma di lavoro sulla giusta transizione (JTWP), revisione che era attesa proprio per quest’anno. Anche qui le divisioni non sono mancate: l'Arabia Saudita ha bloccato il paragrafo relativo alle fonti dei contributi da cui partire, e la discussione su come rendere operativo il Just Transition Mechanism istituito a COP30 è rimasta a livello esplorativo, spaccata tra chi vorrebbe farne un motore di maggiore ambizione e chi teme che possa imporre nuovi obblighi sull'uscita dai combustibili fossili. Le delegazioni sono state comunque invitate a presentare le proprie posizioni entro il 1° settembre.
L’adattamento si arena sul nodo delle risorse
È sull'adattamento ai cambiamenti climatici, e relative politiche, che si misura con più nettezza la difficoltà del momento. Dopo una COP30 che aveva definito gli indicatori di Belém, chiuso l'UAE-Belém Work Programme e avviato la Belém-Addis Vision, il negoziato avrebbe dovuto compiere il salto dall'architettura all'attuazione. È accaduto il contrario. La frattura è emersa subito sul riferimento alla triplicazione della finanza per l'adattamento entro il 2035: i Paesi in via di sviluppo chiedevano di legare esplicitamente l’Obiettivo Globale sull’Adattamento alle risorse, quelli sviluppati hanno tentato di tenere la finanza fuori da quello spazio negoziale. Ne è uscito un cortocircuito, politico e negoziale. La proposta di mediazione, sostenuta anche dall'Unione Europea, prevedeva una task force di esperti indipendenti incaricata di definire metadati e metodologie degli indicatori, in attesa di tempi migliori per la discussione sulle risorse. Ma anche questa è crollata in assenza di consenso, nelle ore confuse delle plenarie finali, proprio sul nodo della sua stessa natura: organo politico, tecnico o ibrido? Tutto rinviato a COP31, nella frustrazione della maggior parte dei Paesi presenti, compresi UE e Regno Unito.
Mitigazione e bilancio globale, pochi passi avanti
Sul Programma di Lavoro sulla Mitigazione, da sempre tra i dossier più tesi, la disputa ha riguardato perfino la sua sopravvivenza oltre COP31. Paesi sviluppati, piccoli Stati insulari e AILAC vorrebbero mantenerlo come spazio permanente per alzare l'ambizione politica e tenere in vita l'obiettivo di 1,5 °C; altri Paesi in via di sviluppo si chiedono perché proseguire un programma che, come ha ricordato la Colombia, non ha permesso di abbattere nemmeno una tonnellata di anidride carbonica negli ultimi cinque anni, denunciando un sostenuto ostruzionismo procedurale da parte di alcuni Paesi. Nessun accordo neanche in questo caso, se ne riparlerà in Turchia.
Più ordinato, ma interlocutorio, l'esito del lavoro su come tradurre in azione gli esiti del primo Global Stocktake del 2023, il primo bilancio quinquennale dell'Accordo di Parigi. Il cosiddetto Dialogo degli Emirati si è finalmente svolto, chiudendo la lunga coda del primo esercizio. Tutta l’attenzione si sposta ora ai prossimi anni ed alla costruzione del secondo bilancio globale, lavoro che parte a COP31 e si chiuderà nel 2028, quando non dovrà più rispondere alla domanda “a che punto siamo?”, ma verificare, con dati nuovi e meno alibi politici, se la rotta rispetto agli obiettivi della Convenzione e dell’Accordo é stata davvero corretta, e se lo si possa ancora fare.
Il nodo cruciale resta la finanza
Non è un mistero che a fare da basso continuo a tutto, però, è stata la finanza. Questi negoziati intermedi sono stati il primo, teso banco di prova del nuovo programma di lavoro sulla finanza climatica nato a COP30 sotto la spinta del G77+Cina, e i tre workshop tenuti a Bonn hanno fotografato una spaccatura che corre persino all'interno del fronte dei Paesi in via di sviluppo: tra chi (India, Cina, Gruppo Arabo) chiede di quantificare l'obbligo donatorio dei Paesi ricchi sancito dall'Articolo 9.1, e chi (piccole isole, LDC, AILAC) preferisce chiarire quale quota dei 300 miliardi di dollari l'anno promessi entro il 2035 sarà davvero coperta da fondi pubblici. A complicare il quadro, un cavillo che rischia di bloccare l'agenda stessa di Antalya prima ancora che la COP cominci: il programma nasce da una decisione contenuta nel Global Mutirão (il documento politico finale di COP30) e non della COP vera e propria, e non è chiaro se questo gli garantisca uno spazio formale e autonomo nel negoziato.
Bonn è stato forse il primo test operativo del nuovo tempo dei negoziati sul clima annunciato a Belém lo scorso anno, la cosiddetta “implementation phase”. Paesi hanno subito assaggiato la durezza della concretezza del “post-negoziale”. Concretezza sulla quale si sono schiantate alcune delle prime proposte operative, ad esempio la task force sull'adattamento, in assenza di promesse reali sulle mobilitazioni finanziarie. Verso COP31 possiamo aspettarci non solo una diplomazia del clima a doppia velocità (fuori e dentro le sale), ma anche un proliferare di iniziative politiche di questo tipo. Ciò che emerge con chiarezza, tuttavia, è che non ci sarà concretizzazione in assenza di soldi, perché di questo si discute. Sarà vitale che i principali Paesi lavorino alla costruzione preventiva di alleanze politiche verso Antalya, per superare i principali nodi tramite accordi e compromessi (anche finanziari), pena la paralisi, o la schizofrenia, del sistema nei prossimi anni, mentre il mondo vacilla sulla soglia di un primo overshoot.
In copertina: UN Climate Change | Lara Murillo
