È un portentoso, insperato regalo, quello che Ursula von der Leyen ha fatto alla sua amica Giorgia Meloni. Con la decisione della Commissione europea di aprire alla cosiddetta clausola di salvaguardia per l’energia, richiesta dal governo italiano, Palazzo Chigi porta a casa un consistente spazio economico di intervento nell’anno che porterà alle prossime (difficili) elezioni politiche. Sarà possibile spendere circa 14 miliardi di euro per limitare le rovinose conseguenze del cataclisma economico e militare scatenato da Trump e Netanyahu con la guerra e l’attuale non-pace nel Golfo Persico.
È, allo stesso tempo, un regalo un po’ avvelenato per la premier italiana. Primo, perché la possibilità di spendere questi 14 miliardi sarà sottoposta a una serie − ancora non definitivamente precisata da parte di Bruxelles − di vincoli e obblighi da rispettare. In secondo luogo, anche se è prevedibile che il Ministero dell’economia cercherà di ricorrere a ogni sorta di contabilità creativa per ampliare questo pacchetto di risorse, sarà in ogni caso molto difficile fare l’operazione “semplice” che il governo di centrodestra aveva intenzione di attuare: un generalizzato intervento fiscale per ridurre il prezzo dei carburanti di origine fossile. Proverà comunque a fare qualcosa del genere, ma l’operazione dovrà essere mirata e temporanea, a meno che non voglia rompere con Bruxelles. Una pessima idea, in un momento in cui l’Italia, come ha confermato la Commissione nel pacchetto sul semestre europeo di primavera, resta un’osservata speciale, e rimane più che mai sottoposta a procedura per aver superato ancora il rapporto deficit/PIL del 3%.
Terza polpetta avvelenata: a questo punto l’Italia qualcosa di green dovrà farlo davvero. Dopo quattro anni in cui il governo Meloni ha fatto praticamente tutto quello che poteva per ridurre e attenuare gli impegni presi con l’Unione Europea per realizzare la decarbonizzazione, spostando risorse, ostacolando e depotenziando le decisioni già prese, rallentando tutto ciò che era possibile rallentare. Volente o nolente, il governo di centrodestra dovrà finalizzare le risorse che saranno spese alla transizione verde, cioè a rendere l’economia e i cittadini italiani impermeabili alle crisi energetiche generate dalle convulsioni dell’energia fossile.
Resta il rammarico di aver buttato letteralmente al vento quattro anni di tempo, e di aver speso malissimo una bella fetta dei quasi 200 miliardi che erano stati stanziati nel PNRR per la transizione energetica. Se avessimo fatto quello che dovevamo, l’economia italiana non sarebbe sull’orlo di una catastrofe fatta di recessione, ondata inflazionistica, aumento dei tassi d’interesse.
Le risorse della flessibilità devono essere impiegate per investimenti volti “al rafforzamento della resilienza strutturale del sistema energetico europeo e all’accelerazione della transizione dai carburanti fossili”, si legge nelle raccomandazioni della Commissione. Il commissario UE all’economia, il lettone Valdis Dombrovskis, chiarisce ancor meglio il senso di questa opzione: possono esserci “misure di sostegno alle famiglie” ma “non ai combustibili fossili”. Inoltre, si potranno concedere aiuti “per ridurre la dipendenza di famiglie e imprese da carburanti inquinanti, per promuovere la decarbonizzazione, accelerare l’elettrificazione, gli investimenti in reti elettriche, il risparmio di energia e l’espansione delle fonti di energia pulita”. Sulla carta, non potranno inoltre essere conteggiati provvedimenti già in essere o attivati prima del febbraio 2026.
Tuttavia, c’è da aspettarsi ogni sorta di alchimia contabile per cercare di allargare al massimo i margini di manovra. Nel mirino ci sono anche i soldi del fondo complementare del PNRR, finanziato con risorse nazionali, così come i fondi di coesione UE, a cominciare dal Fondo per la transizione giusta.
Certamente non sarà difficile mettere in moto qualcosa di veramente utile. Fare di più dello zero spaccato (e delle misure esplicitamente ostili alla transizione energetica) che è stato fatto dal 2022 a oggi sarà facile. La lista delle iniziative possibili o suggerite da Bruxelles è lunga.
Ad esempio, il rafforzamento del taglio degli oneri di sistema per le piccole e medie imprese e i settori energivori, dove l’impatto sui costi è immediato e l’ammissibilità europea più solida. Ancora: crediti d’imposta e incentivi alla decarbonizzazione dei processi produttivi, con condizionalità stringenti sul passaggio a tecnologie elettriche, efficienti o alimentate da fonti rinnovabili. Terzo, interventi sulle reti elettriche e di distribuzione per aumentare la capacità di connessione di nuovi impianti e il decollo delle comunità energetiche, una strozzatura che oggi frena l’installato almeno tanto quanto lo stop agli incentivi. Quarto, un piano rapido per il risparmio energetico e l’elettrificazione domestica attraverso pompe di calore, accumuli, teleriscaldamento efficiente e sostituzione di caldaie obsolete, legando i bonus al reddito e alle prestazioni reali per evitare sussidi regressivi. Quinto, sostegni all’autotrasporto legati a rinnovo del parco verso veicoli meno inquinanti e all’uso di servizi intermodali, superando i contributi puri al gasolio.
Non aspettiamoci miracoli, comunque. Anche se la Commissione europea critica gli “elevati” sussidi dannosi per l’ambiente ancora in vigore in Italia, è difficile attendersi interventi di questo governo, che ha addirittura pensato di mettere le targhe alle biciclette. Stesso discorso riguarda la “riprogettazione della tassazione dei veicoli per riflettere accuratamente le emissioni di CO₂, soprattutto nelle città ad alta densità di traffico”. Meloni e Salvini che firmano un provvedimento simile? Utopia. Di sicuro l’esecutivo dovrà fare marcia indietro sugli sgravi generalizzati sui carburanti, che semmai andranno ai più poveri, con un voucher di 80-100 euro da caricare sulla social card di cui sono titolari circa 1,2 milioni di famiglie numerose con ISEE sotto i 15.000 euro.
In copertina: Giorgia Meloni fotografata da Marco Iacobucci, Agenzia IPA
