
Eliminare i combustibili fossili non è più solo una scelta politica o economica: è diventato, sempre più esplicitamente, un tema di sopravvivenza. È questo il messaggio emerso con forza dalla conferenza internazionale di Santa Marta, in Colombia, un appuntamento che, pur senza produrre impegni vincolanti, segna un passaggio significativo nella lunga e complessa traiettoria della transizione energetica globale.
Dal 24 al 29 aprile, la città caraibica – affacciata su un mare che già racconta gli effetti del cambiamento climatico – ha ospitato oltre 1.500 tra funzionari, attivisti, scienziate ed esperte provenienti da 57 paesi. Un mosaico eterogeneo, in cui l’Europa ha rappresentato circa un terzo dei partecipanti, unito da un obiettivo comune: costruire le basi per un’uscita concreta da carbone, petrolio e gas.
Un laboratorio politico oltre le COP
La conferenza, promossa da Colombia e Paesi Bassi, nasce anche come risposta alle difficoltà emerse nei negoziati climatici internazionali. Dopo la deludente COP30 di Belém, incapace di definire un percorso chiaro verso il phase-out delle fonti fossili, Santa Marta si è proposta come uno spazio alternativo: meno vincolato dalle logiche del consenso globale e più orientato all’azione.
Non un’arena negoziale tradizionale, ma un laboratorio politico. Qui, lontano dalle pressioni delle lobby energetiche – volutamente escluse – si è cercato di riportare al centro le esigenze dei paesi e delle comunità più esposte alla crisi climatica. Non è un caso, come spiega Fabrizio Arena, che il summit sia stato ribattezzato People’s Summit for a Fossil Free Future: un vertice dei popoli, prima ancora che dei governi.
Tra gli interventi più incisivi, quello del ministro per il clima di Tuvalu, Maina Talia, che ha sintetizzato il senso dell’urgenza: “Per noi non è una posizione negoziale, è una questione di sopravvivenza”. Un’affermazione che risuona come un monito, soprattutto considerando che il piccolo stato del Pacifico rischia letteralmente di scomparire sotto l’innalzamento dei mari.
I risultati: roadmap, scienza e finanza
Anche se non ha visto firmare accordi vincolanti, Santa Marta ha comunque prodotto alcuni risultati concreti. In primo luogo, la creazione di un panel internazionale composto da oltre 500 esperti tra scienziati, economisti e tecnologi, con il compito di elaborare, entro il 2035, raccomandazioni annuali per guidare le politiche pubbliche verso una transizione compatibile con l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro gli 1,5 gradi.
Accanto a questo, sono stati definiti tre assi di lavoro principali, come spiega il think thank ECCO: lo sviluppo di roadmap nazionali e regionali per l’uscita dai combustibili fossili; la riforma dei sistemi finanziari, oggi spesso ancora legati a sussidi e investimenti fossili; la trasparenza nei flussi energetici globali, per rendere più leggibili le dinamiche di produzione e consumo.
Il nodo finanziario resta centrale. Molti paesi, soprattutto nel Sud Globale, si trovano intrappolati tra debito elevato e scarso accesso ai capitali, condizioni che rallentano la transizione. Alcune esperienze, come quella dello stato brasiliano di Espírito Santo, mostrano tentativi di reinvestire i proventi delle fonti fossili nelle rinnovabili, ma non mancano le critiche: secondo diversi gruppi indigeni, per esempio, si tratta di soluzioni che rischiano di perpetuare il problema invece di risolverlo alla radice.
Energia e geopolitica: una fragilità evidente
Il contesto internazionale ha reso il dibattito ancora più urgente. La recente crisi energetica legata al conflitto in Iran ha evidenziato la vulnerabilità dei sistemi economici basati sulle importazioni di combustibili fossili. In appena due mesi di tensioni, l’Unione Europea ha speso oltre 27 miliardi di euro per approvvigionarsi di energia tradizionale.
Numeri che raccontano una dipendenza costosa, non solo in termini ambientali ma anche economici e strategici. Come sottolineato da diversi analisti, la transizione energetica non è più soltanto una questione climatica: è una vera e propria assicurazione contro l’instabilità globale.
Assenze pesanti e segnali contrastanti
Nonostante l’ampia partecipazione, il vertice ha dovuto fare i conti con assenze significative. Mancavano all’appello alcune delle principali economie e dei maggiori produttori di combustibili fossili, tra cui Cina, India, Russia e diversi paesi del Golfo, oltre agli Stati Uniti.
Una lacuna che pesa sul futuro del processo avviato a Santa Marta. Senza il coinvolgimento dei grandi emettitori, il rischio è che le iniziative restino confinate a una “coalizione dei volenterosi”, incapace però di incidere davvero sugli equilibri globali.
Eppure, alcuni segnali positivi non sono mancati. La Francia, ad esempio, ha presentato una roadmap dettagliata per l’abbandono delle fonti fossili: carbone entro il 2030, petrolio entro il 2045 e gas entro il 2050. Un’iniziativa che potrebbe fare da apripista per altri paesi.
Verso la COP31: tra speranze e incognite
Il test decisivo sarà ora la COP31, in programma a novembre in Turchia. Sarà lì che le idee e i percorsi emersi a Santa Marta dovranno tradursi in impegni più concreti. Nel frattempo, il processo continuerà: è già stato annunciato un secondo summit nel 2027, che si terrà a Tuvalu con il supporto dell’Irlanda. Una scelta dal forte valore simbolico, che sposta il baricentro del dibattito verso uno dei luoghi più vulnerabili del pianeta.
Santa Marta, dunque, non è stata una svolta definitiva, ma l’inizio di qualcosa. Un tentativo di rompere l’inerzia di un sistema che, per troppo tempo, ha rimandato decisioni cruciali. Come una piccola onda che prova a diventare marea. Resta da capire se il mondo sarà pronto a seguirla.
In copertina: foto del Ministero dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile colombiano, via Flickr
