Al largo di Maiorca, ad agosto, una boa ha misurato il dato record di 33,02°C: un dato da laguna tropicale. Tanti villeggianti si sono accorti del fatto che questa estate il Mar Mediterraneo è diventato una brodaglia tiepida. Luglio è stato il mese più caldo mai registrato per le temperature superficiali degli oceani del pianeta, e le acque che bagnano l'Europa, dall'Irlanda al Mediterraneo, hanno toccato anomalie fino a 6°C sopra la norma. Dagli anni Settanta gli oceani hanno assorbito oltre il 90% del calore in eccesso prodotto dalle attività umane, e i giorni di ondata di calore marina nel mondo sono più che triplicati dal 1991. Il Mediterraneo caldissimo, come i ghiacciai alpini in rapida fusione, è diventato un’evidenza empirica della gravità della crisi climatica.

A certificarlo, con il rigore della scienza dell'attribuzione, è un nuovo studio firmato World Weather Attribution (WWA), il collettivo scientifico internazionale − Imperial College London, Red Cross Red Crescent Climate Centre, KNMI, oltre 130 studi alle spalle e ricerche già riprese dall'IPCC − che per la prima volta applica un'analisi piena (osservazioni più modelli climatici CMIP6) al riscaldamento marino europeo.

Tra le autrici e gli autori, Claire Bergin (Maynooth University), Thomas Frölicher (Università di Berna) e Friederike Otto (Imperial College London), che hanno passato al setaccio quattro bacini: il mar Celtico, il Golfo di Biscaglia e la Penisola Iberica, il Mediterraneo occidentale e quello orientale. A fine luglio, Gil olfo di Biscaglia e Mediterraneo occidentale avevano già toccato il record assoluto della serie osservativa; il Celtico era al terzo posto.

Il verdetto è inconfutabile: in tutte e quattro le regioni il mare si scalda più rapidamente del clima nel suo complesso, nel Mediterraneo circa il doppio del ritmo globale. Il riscaldamento osservato complessivo arriva fino a 3°C nelle acque mediterranee. La quota imputabile con certezza al cambiamento climatico, al netto della variabilità naturale, resta comunque dominante: circa 2°C nel Mediterraneo, 1,4°C nel Golfo di Biscaglia, 1,3°C nel Celtico.

Di conseguenza le ondate di calore marine si sono dilatate: quest'anno hanno interessato il 90% del Golfo di Biscaglia e l'80% del Mediterraneo occidentale, contro un 40% atteso senza impronta umana; nel Mediterraneo orientale si passa dal 9 al 70%, nel Celtico dal 30 all'80%. Eventi un tempo attesi una volta al secolo (Celtico) o ogni 1.200-2.000 anni (Golfo di Biscaglia e Mediterraneo occidentale) oggi si ripetono ogni 1,5-5 anni. Per Thomas Frölicher, dell'Università di Berna, il messaggio scientifico è netto: “Ogni tonnellata di carbonio in più che emettiamo spinge le temperature costiere e gli ecosistemi europei in territori inesplorati”.

Sott'acqua, il conto è già salato. Le morie di coralli, spugne e macroalghe – specie che strutturano interi ecosistemi – si propagano lungo la catena trofica fino a uccelli marini e mammiferi. Un rapporto WWF del 2021 documentava già lo spostamento verso nord di circa mille specie marine non autoctone nel solo Mediterraneo, pesce leone compreso. Nell'Adriatico settentrionale la proliferazione del granchio blu, Callinectes sapidus, favorita dalle ondate di calore, ha già scompaginato la mitilicoltura; in Sicilia il verme di fuoco, Hermodice carunculata, danneggia gli attrezzi da pesca, con un impatto stimato in 7,32 euro per ogni chilo di pescato danneggiato. Nel Regno Unito i pescatori segnalano un boom di polpi; altrove i delfini si nutrono di meduse per la scarsità di sgombri. A rischio, secondo lo studio, anche merluzzi, eglefini, capesante e aragoste.

Il mare che scotta non resta confinato in acqua, però, insegnano i fisici dell’atmosfera: l'umidità in eccesso alimenta notti tropicali sulle coste e prepara l'atmosfera a piogge estreme, come nell'alluvione di Valencia del 2024 e i forti acquazzoni di questi giorni.

Nel mondo ad almeno +2,8°C previsto a fine secolo dalle politiche attualmente in vigore, questi eventi oggi eccezionali diventeranno quasi annuali in tutti e quattro i bacini. “Più a lungo aspettiamo a lasciarci alle spalle i combustibili fossili, più alto sarà il prezzo da pagare. Un prezzo che i ricchi non pagano”, avverte Friederike Otto. Il nome “Mediterraneo” è composto da “medius” più “terrae”: il mare in mezzo alle terre emerse. Un nome che ci ricorda che di questi fenomeni saranno i territori a pagare il conto di un mare che non si riconosce più.

 

In copertina: immagine Envato