Il Mediterraneo è un mosaico di vita tra i più ricchi del pianeta. Pur occupando meno dell’1% della superficie oceanica globale, concentra quasi l’8% delle specie marine conosciute, racchiudendo in uno spazio relativamente piccolo una straordinaria densità di biodiversità.
Un equilibrio fragile, però, da tempo sotto pressione a causa delle attività umane: dall’inquinamento alla pesca eccessiva (compresa quella illegale) fino alla diffusione di specie aliene e all’intenso traffico marittimo che solca le sue acque. A questi fattori si aggiunge la crisi climatica. Secondo il rapporto European State of the Climate 2025, negli ultimi tre anni l'intero Mediterraneo è stato colpito da ondate di calore di forte intensità. Nel 2025 il 51% del bacino ha registrato eventi classificabili come severi o estremi, il terzo valore più alto mai registrato dopo il 65% del 2024 e il 53% del 2023. Un fenomeno che sta alterando gli ecosistemi marini e mettendo a rischio specie endemiche come la Posidonia oceanica, in calo del 34% negli ultimi cinquant’anni.
Di fronte a questo scenario, il ripristino degli ecosistemi marini e il recupero degli habitat degradati diventano una priorità, per restituire resilienza a un mare sempre più esposto agli effetti della crisi climatica e delle pressioni antropiche. Ne abbiamo parlato con Roberto Danovaro, ecologo, docente universitario e autore del libro Restaurare la natura (Edizioni Ambiente, 2025). Membro dell’Accademia europea delle scienze, presiede il Consiglio scientifico del WWF Italia ed è stato presidente di diversi enti di ricerca e società scientifiche, tra cui la Stazione zoologica Anton Dohrn.
Quali sono i principali benefici economici legati al ripristino degli ecosistemi marini? Esiste la possibilità di sviluppare un vero e proprio comparto economico basato sul restauro della natura?
Il mare è un immenso serbatoio di vita e un produttore di ricchezza che vale tremila miliardi di euro grazie al turismo, ai trasporti, all'energia e al cibo. È anche il più importante “capitale naturale” del pianeta, perché fornisce servizi essenziali per il nostro benessere. Quando praterie di posidonia, foreste algali, fondali rocciosi o sabbiosi vengono degradati o arati dalla pesca a strascico, perdiamo questi servizi e i loro ritorni economici. Il livello di degrado supera l’80% in alcuni di questi habitat, come nel caso dei banchi di ostriche. Restaurarli significa riattivare le funzioni vitali del mare e avviare un’economia rigenerativa. Si tratta anche di un investimento potenzialmente molto redditizio: investire un euro in restauro ecologico determina un ritorno economico fino a venti volte superiore che si mantiene nel tempo. Il recupero delle foreste di macroalghe genera fra 55.000 e 190.000 euro per ettaro l’anno, mentre le praterie di fanerogame offrono un ritorno economico di circa 20.000 euro per ettaro ogni anno. Sta emergendo quindi una vera “blue economy” legata al restauro ecologico. Inoltre, rigenerare un banco di ostriche costa meno che costruire barriere di sassi o cemento per fermare l’erosione delle coste, e si mantiene da solo, senza bisogno di manutenzione. Un ritorno straordinario se si pensa che l’“industria del restauro” crea anche posti di lavoro: biologi, subacquei, tecnici dei droni, ingegneri ambientali e vivaisti, figure oggi molto richieste in Europa. Si tratta anche di una sfida scientifica. Progetti europei come MER dell’ISPRA e REDRESS dell’Università politecnica delle Marche sperimentano soluzioni innovative: zolle di posidonia coltivate in vivaio, sensori marini che monitorano la salute degli habitat, robot che trapiantano gorgonie senza danneggiare il fondale. Queste soluzioni saranno utilizzate su larga scala dalle imprese che si stanno specializzando in questo settore. Grazie a tali tecnologie, il recupero della natura diventa una nuova possibilità di sviluppo per le comunità costiere e per le imprese. Sequestrando carbonio, per esempio, una prateria di fanerogame contribuisce a mitigare i cambiamenti climatici, valorizzando un “servizio” che i mercati stanno iniziando a riconoscere. A livello europeo la Legge sul rispristino della natura, la Nature Restoration Law, ha reso il restauro un obiettivo chiave per l’economia del futuro, fissando l’obiettivo di ripristinare almeno il 20% degli habitat degradati entro il 2030. Questo sta alimentando un nuovo mercato con oltre 350 aziende europee che stanno sviluppando tecnologie e servizi di “blue restoration”.
Potrebbe citarci qualche esempio di interventi di restauro marino nel Mediterraneo che hanno dato risultati particolarmente significativi e spiegarci cosa li ha resi efficaci?
Un esempio emblematico arriva dalla baia di Gökova, in Turchia. Qui è stato effettuato un restauro passivo: l’istituzione di zone di divieto di pesca e la sorveglianza da parte dei ranger hanno permesso un forte recupero degli habitat danneggiati. In dieci anni la biomassa ittica è aumentata di dieci volte e i redditi dei pescatori sono cresciuti del 400%. Predatori apicali, come squali e cernie, sono ricomparsi e il progetto ha creato lavoro per pescatori riconvertiti, ranger, istruttori sub e guide turistiche. Dimostra che tutela, restauro e sviluppo possono convivere. Un secondo caso riguarda la Posidonia oceanica in Andalusia, in Spagna. La regione, insieme a Red Eléctrica de España, ha avviato un progetto per la protezione e il restauro di circa 6.700 ettari di praterie. Dopo due anni, si è raggiunto il 90% di sopravvivenza delle piante. Queste praterie proteggono le coste dall’erosione, depurano l’acqua e favoriscono il turismo. La chiave del successo è stato il coinvolgimento delle comunità. In Italia sono tantissime le attività di restauro in corso, anche su foreste di gorgonie, coralli profondi e foreste di alghe, dal Mar Ligure alla Sicilia, dall’Adriatico alla Sardegna. Dopo il naufragio della Costa Concordia, le foreste di gorgonie che popolavano il coralligeno furono devastate. Un gruppo di scienziati, insieme ai pescatori locali, decise di trapiantare le gorgonie recuperate dalle reti perse in mare. In pochi anni, oltre l’80% dei trapianti è sopravvissuto. Il progetto è stato un successo perché ha coinvolto la comunità locale. Si tratta di un modello da portare come esempio positivo perché dimostra che una comunità costiera può essere artefice della rinascita del proprio mare, portando benefici a tutti. I pescatori artigianali sono diventati i primi custodi degli habitat restaurati. Questi risultati sono molto confortanti e dimostrano che intervenire è possibile e che farlo sarà indispensabile, se vogliamo continuare a chiamare l’Italia “il Belpaese”.
Quali sono i principali ostacoli al ripristino degli ecosistemi marini, e quali ritiene siano i più difficili da superare?
Vedo due principali ostacoli di natura sociale e politica al raggiungimento degli obiettivi fissati dall’Unione Europea: il primo è rappresentato da un atteggiamento ideologico, pregiudizialmente ostile nei confronti dell’ambiente, come è stato, e in alcuni casi ancora lo è, evidente nei confronti dei parchi e delle aree marine protette. Il secondo ostacolo è culturale. Il restauro è visto da molti come un costo, non come un investimento per una nuova economia. Manca la consapevolezza del valore dei servizi ecosistemici. Per superare questa barriera è importante comunicare i benefici economici e sociali di un mare sano e coinvolgere la cittadinanza e le imprese. Inoltre, restaurare il mare è più complesso e costoso rispetto a piantare alberi per restaurare un bosco. E in un quadro europeo e globale in cui si pensa al “riarmo”, trovare le risorse necessarie da investire nel restauro diventa più difficile. Non solo l’umanità, ma anche la natura ha bisogno di pace. Oltre a questi problemi ne esistono altri due di non poco conto. Il primo riguarda il fatto che la pesca a strascico continua a distruggere i fondali, spesso agendo in modo illegale anche all’interno delle aree marine protette. La sovrappesca industriale, inoltre, toglie risorse alla pesca artigianale e genera conflitti sociali. A ciò si aggiungono l’inquinamento, la cementificazione costiera e l’espansione di specie aliene favorite dal riscaldamento delle acque.
In che misura il cambiamento climatico rischia di rendere più complessi gli sforzi di restauro marino, e come si adattano le strategie di intervento a scenari sempre più imprevedibili?
Il Mediterraneo sta diventando più caldo e meno ossigenato. Le “ondate di calore” registrate negli ultimi anni hanno raggiunto temperature record e causato la morte di gorgonie, coralli, alghe, ricci e altri organismi. Allo stesso tempo specie tropicali e invasive si insediano nel Mare Nostrum. Il mare sta diventando un ambiente imprevedibile e, in condizioni estreme, anche ostile. Per questo lo sviluppo di strategie di restauro non può non considerare la variabile del “cambiamento climatico” per raggiungere gli effetti desiderati. Alcuni progetti puntano su popolazioni più tolleranti al calore, su specie con maggiore diversità genetica o su varianti locali che hanno già dimostrato di sopravvivere a condizioni estreme. Altri scelgono di restaurare habitat che potrebbero diventare rifugi climatici, ovvero aree meno esposte al riscaldamento, per garantire condizioni migliori per la rigenerazione degli habitat restaurati. È necessario adattarsi a un clima che cambia, senza però smettere, allo stesso tempo, di contrastare le cause di questi cambiamenti. Ad esempio, integrando il restauro con la mitigazione climatica: praterie sommerse, foreste di alghe, foreste di gorgonie e di coralli sono straordinari serbatoi di carbonio blu che mitigano i cambiamenti climatici. Ripristinarle significa proteggere la biodiversità e sequestrare la CO₂ atmosferica. Il restauro del mare può così diventare un pilastro della transizione ecologica e della lotta ai cambiamenti climatici.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato in inglese sul blog di Ecomondo
In copertina: immagine Envato
