In Spagna, nella provincia di Ávila, due fronti di fiamme partiti da valli diverse si sono incontrati sopra un crinale e hanno smesso di essere due incendi. Ne è nato uno solo, un muro di 45.000 ettari, il più grande mai visto nella regione di Madrid. Fra 88.000 e 100.000 persone sono state evacuate o confinate in casa. 1.300 chilometri più a nord, nella stessa settimana, la Gironda francese perdeva 42.000 ettari di pineta in un solo rogo, il più vasto in Francia dalla Seconda guerra mondiale.
Due paesi, la stessa aria ferma e rovente. L’estate 2026 è appena cominciata e il suo mese peggiore, agosto, deve ancora arrivare. I conti provvisori dicono già molto. La Francia ha superato i 115.000 ettari bruciati, record nazionale, trascinata dal rogo della Gironda arrivato a un certo punto a quindici chilometri da Bordeaux. Un incendio “fuori norma”, per i vigili del fuoco francesi. “Uno dei più grandi incendi della storia francese”, per Emmanuel Macron, presente al centro di crisi. La Spagna oscilla, a seconda delle stime, tra i 130.000 e i 168.000 ettari. Fra i due paesi, i morti sono almeno sedici tra i civili e tre tra i pompieri, e oltre 320.000 le persone sfollate.
“Le nostre squadre sono impegnate in una corsa contro il tempo, lavoriamo giorno e notte”, ha detto la commissaria europea alla gestione delle crisi, Hadja Lahbib. Il fronte della Gironda, dopo due notti di tregua, si è già riacceso attorno a Lanton. Gli incendi di questa taglia non si spengono, si assopiscono, e ripartono alla prima ondata di calore.
Il metro di paragone è recente. Il 2025 è stato l’anno peggiore da quando esistono i registri europei: oltre 1,07 milioni di ettari bruciati nell’Unione secondo il sistema EFFIS della Commissione, quasi il doppio della media del ventennio precedente. In tre settimane di agosto ventidue grandi roghi tra Spagna e Portogallo divorarono 460.585 ettari, il 43% del totale annuo, con almeno otto morti e il termometro fermo sui 45 gradi. È la scala su cui il 2026 viene misurato.
La causa immediata è il cambiamento climatico: ondate di calore più lunghe, siccità che asciugano il suolo per settimane, venti forti. La causa profonda sta invece dentro le colline. Guillermo Rein, docente di scienza del fuoco all’Imperial College di Londra, lo scrive in un intervento su Wildfire Today: “Le campagne europee si sono svuotate, i pascoli non vengono più pascolati, i boschi non più tagliati. Dove c’era un mosaico di campi coltivati e radure oggi c’è biomassa continua e secca, pronta a bruciare senza interruzioni”.
L’accumulo lento di combustibile dovuto all’abbandono rurale, sommato al riscaldamento e alle case che si spingono dentro i boschi, non è un incidente di stagione. “Non è un fallimento dei vigili del fuoco o di un governo. È un fallimento della società”, aggiunge Rein. In sostanza, è questo combustibile ad alimentare gli incendi di sesta generazione, roghi così intensi da costruirsi sopra la testa il proprio meteo.
Pirocumulonembi e cambiamento climatico, tra cause e conseguenze
Il salto di scala ha un nome tecnico: pirocumulonembo. È una nube temporalesca che il grande incendio si costruisce sopra la testa. I gas caldissimi salgono, incontrano aria più fredda, condensano il vapore in una colonna che può sfondare i settemila metri. Quella nube genera fulmini secchi, che innescano nuovi focolai lontano dal fronte, e raffiche discendenti che spingono le fiamme invece di spegnerle.
“L’incendio inizia a decidere il proprio meteo”, ha spiegato all’ANSA Cristiano Foderi, esperto di incendi boschivi al Dipartimento di scienze e tecnologie agrarie, alimentari, ambientali e forestali dell’Università di Firenze. Il fenomeno è raro e ancora poco compreso. A fine luglio la NASA ha lanciato Inspyre, la prima missione dedicata a queste nubi, con oltre centocinquanta ricercatori e jet che ne campionano il fumo in quota, per capire se stiano diventando più frequenti man mano che il clima si scalda.
Che il cambiamento climatico abbia un ruolo da protagonista nel salto di scala degli incendi lo ha confermato proprio ieri, 30 luglio, il consorzio scientifico World Weather Attribution che ha diffuso la prima analisi sull’ondata di caldo e siccità dietro gli incendi di Francia e Spagna. Il verdetto: il riscaldamento causato dall’uomo ha reso condizioni di fuoco estreme come quelle della Spagna centrale almeno venti volte più probabili rispetto a un clima preindustriale, e ha raddoppiato quelle registrate nel Sud-Ovest della Francia.
In Spagna gli scienziati hanno individuato anche un effetto “colpo di frusta”: una primavera insolitamente piovosa che gonfia la vegetazione, seguita dall’estate più calda mai registrata, secondo l’agenzia meteorologica AEMET, che quella vegetazione la prosciuga e la trasforma in combustibile. Lo studio conferma il peso dell’abbandono rurale in Spagna e delle estese pinete infiammabili in Francia. Il rogo spagnolo, per il ministro dell’interno Fernando Grande-Marlaska, è “il più grande e distruttivo della storia del paese”.
L’Europa siattiva con rescEU
C’è un dettaglio che riguarda da vicino tutto il continente: “Quando gli incendi divampano contemporaneamente in regioni diverse, diventa chiaro che il cambiamento climatico non aumenta solo la probabilità di roghi più estremi, ma anche la loro sincronia”, osserva Andreia Ribeiro, climatologa del Centro Helmholtz per la ricerca ambientale. “E questo ha un costo reale, perché la sovrapposizione di eventi estremi rende più difficile per i paesi cooperare e condividere i mezzi antincendio proprio quando servono di più.”
A Inspyre, l’Europa risponde con una riserva comune, rescEU, nata nel 2019: aerei, elicotteri e squadre a disposizione di chi è in difficoltà, attraverso il Meccanismo di protezione civile. Al centro c’è l’ERCC, il Centro di coordinamento della risposta alle emergenze, una sala operativa a Bruxelles attiva giorno e notte, dove gli operatori seguono su grandi schermi le mappe del rischio e i dati satellitari di Copernicus e possono spostare mezzi da un paese all’altro nel giro di ore.
Il meccanismo funziona a più livelli. Quando uno stato esaurisce le proprie forze e chiede aiuto, l’ERCC gira la richiesta ai trentasette paesi aderenti e attende che offrano i loro mezzi. Se dopo due ore le offerte non sono sufficienti, mobilita direttamente la flotta rescEU. Per il 2026 la Commissione ha schierato ventidue aerei e cinque elicotteri e pre-posizionato 777 pompieri arrivati da quattordici paesi. L’Italia per ora non combatte grandi fronti e non ha chiesto aiuto. Le previsioni indicano un rischio estremo a partire dal 6 agosto, in particolare in Sardegna. “È in quel periodo che pensiamo possa rendersi necessaria” un’azione con mezzi aggiuntivi, ha spiegato Maria Zuber, capo unità dell’ERCC. “L’Italia ha le proprie capacità, ma possiamo inviarne molte di più, se necessario.”
L’importanza della prevenzione
Le proiezioni spingono nella stessa direzione. Secondo il Centro comune di ricerca della Commissione, il JRC, la stagione degli incendi in Europa si sta allungando e risalendo verso nord, in paesi che finora la conoscevano poco. Nel Mediterraneo i modelli climatici stimano un aumento della superficie bruciata compreso tra il 40 e il 100% a seconda del livello di riscaldamento, con Portogallo e Spagna sempre in testa per pericolosità. Uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista scientifica del gruppo Nature, Climate and Atmospheric Science, calcola che nel Sud Europa gli incendi catastrofici possano diventare fino a dieci volte più probabili.
Comprare più Canadair non basta. “Il cambiamento climatico accelera, la nostra risposta deve evolvere alla stessa velocità”, ha detto Lahbib, che chiede investimenti nella gestione dei boschi e nell’educazione al rischio, oltre che nei mezzi. La Commissione ha proposto di portare i fondi europei per le emergenze a 10,7 miliardi di euro nel prossimo bilancio, più del doppio di quelli attuali. È il punto su cui Rein insiste da anni.
“La soppressione è solo uno degli strati di protezione, l’ultima risorsa, e invece è stata trattata come l’unica soluzione”, scrive il docente nel suo intervento. Per decenni, sostiene, le risorse europee sono confluite quasi solo nello spegnimento, mentre prevenzione, individuazione precoce dei focolai, evacuazione e messa in sicurezza dei centri abitati restavano indietro. La flotta permanente di dodici anfibi, ordinata per 600 milioni, entrerà in servizio dal 2027. La gestione dei boschi, se partirà su scala continentale, darà risultati nell’arco di decenni. Ma la stagione che l’Europa sta attraversando non aspetta né l’una né l’altra.
In copertina: devastanti incendi nel Bacino di Arcachon tra Le Porge, Lacanau e Saumos, nella Gironda, in Francia, foto di ANDBZ/ABACA/Agenzia IPA
