Ci sono momenti in cui il settore smette di parlare per sigle e associazioni di categoria e decide di farlo con una voce sola, diretta. È quello che è successo nei giorni scorsi, quando dodici operatori delle energie rinnovabili attivi in Italia hanno scelto di coordinarsi spontaneamente per inviare al governo un messaggio pubblico e firmato attraverso una lettera aperta pubblicata sui principali quotidiani: quattro proposte concrete, un tono costruttivo, e un avvertimento che si fa fatica a ignorare. Se le regole continuano a cambiare in corsa, gli investimenti rallentano. E con loro rallenta la discesa strutturale del costo dell’energia.
I firmatari sono: Absolute Energy, BW ESS, ContourGlobal, Encavis, GreenGo, Matrix, Nadara, OX2, Recurrent Energy, Sphera, Sonnedix e Zelestra, e rappresentano un pezzo consistente del mercato delle rinnovabili in Italia. Sono investitori nazionali e internazionali, produttori indipendenti, società che negli ultimi anni hanno partecipato alle aste FER e MACSE portando a casa assegnazioni significative. Sono, in altre parole, esattamente il tipo di soggetti che il sistema energetico italiano avrebbe tutto l’interesse a tenere dalla propria parte.
“Ci siamo uniti spontaneamente per portare rapidamente quattro proposte operative condivise”, spiega a Materia Rinnovabile Antonio Cammisecra, presidente e CEO di ContourGlobal, manager di lungo corso nel settore, con oltre vent’anni in ENEL Group prima di approdare alla guida del gruppo globale di generazione elettrica controllato da KKR, presente in venti paesi con circa 6 GW di capacità installata e un piano ambizioso di crescita nelle rinnovabili e nello storage, anche in Italia. “Questa iniziativa serve anche a far percepire al sistema il peso relativo dei produttori indipendenti. Manteniamo un dialogo costruttivo con tutti e siamo impegnati a veicolare proposte concrete per sbloccare investimenti immediati in nuove rinnovabili e accumuli.”
Il nodo ETS: le rinnovabili non dovrebbero pagare i costi delle fossili
Il bersaglio – o, meglio, l’occasione − è il decreto legge n. 21 del 20 febbraio 2026, il cosiddetto DL Bollette (che su Materia Rinnovabile abbiamo preferito indicare come Decreto Energia). Un provvedimento omnibus che ha impiegato sette mesi di gestazione per arrivare in Consiglio dei ministri e che nei suoi dodici articoli tocca tutto: il mercato dell’elettricità, gli incentivi al fotovoltaico, i contratti a lungo termine, le connessioni di rete, il gas, i data center. Il titolo evoca le bollette delle famiglie, ma il cuore del decreto è altrove.
Il nodo più controverso, quello che ha fatto saltare sulla sedia gli operatori delle rinnovabili, riguarda l’ETS, il Sistema europeo di scambio delle quote di emissione. Il decreto prevede di scorporare il costo dei diritti ETS dalla componente variabile del prezzo dell’energia sul mercato all’ingrosso, con l’obiettivo dichiarato di abbassare i prezzi elettrici riducendo l’impatto che il costo della CO₂ esercita attraverso il meccanismo del prezzo marginale. In teoria, una misura per rendere l’elettricità più economica. In pratica, secondo i firmatari, un intervento che rischia di redistribuire quel costo in modo indistinto su tutti i consumatori finali, compresi quelli che si sono già organizzati per approvvigionarsi da fonti rinnovabili, magari sottoscrivendo un PPA. Il principio che i dodici chiedono al governo di rispettare è semplice: il costo dell’ETS dovrebbe essere allocato in proporzione al contenuto emissivo effettivo di ciascuna fornitura energetica. Chi compra energia verde non dovrebbe pagare per le emissioni di chi brucia gas.
Quattro proposte per migliorare il Decreto energia
Ma il documento non è solo una critica. È costruito come un’agenda propositiva in quattro punti. Il primo chiede un calendario pluriennale stabile per le aste FER e BESS, coerente con gli obiettivi del PNIEC e del PNRR: volumi definiti, date certe, regole prevedibili. Il messaggio di fondo è che la fiducia degli investitori privati non si costruisce a colpi di decreti d’urgenza, ma con un orizzonte regolatorio di lungo periodo. Le ultime aste hanno dimostrato che, quando c’è competizione tra progetti, il prezzo di aggiudicazione scende, in alcuni casi a meno della metà del prezzo di mercato. Ma per arrivarci ci vuole un sistema che funzioni a regime, non a singhiozzo.
Il secondo punto riguarda il MACSE, il meccanismo d’asta per la capacità di accumulo: i firmatari chiedono che le prossime gare siano effettivamente contendibili ed estese all’intero territorio nazionale, Nord Italia compreso, con meccanismi che garantiscano pari opportunità ai nuovi operatori. C’è anche una punta polemica verso Terna: le nuove regole proposte per il Capacity Market, attraverso la definizione dei coefficienti di derating, sarebbero costruite in modo da favorire gli impianti a gas rispetto agli accumuli, violando il principio della neutralità tecnologica. Su questo Cammisecra è diretto: “Se non si interviene in questa direzione, al Nord non si faranno nuovi sistemi di accumulo, proprio nell’area del paese dove la flessibilità di rete sarà sempre più necessaria per accompagnare l’aumento della domanda elettrica, lo sviluppo delle rinnovabili e garantire al contempo la sicurezza del sistema”.
Il terzo punto è sui PPA, i contratti di acquisto di energia a lungo termine. Il documento chiede che diventino accessibili a tutte le imprese, incluse le PMI, e suggerisce che il GSE possa svolgere un ruolo di facilitatore e garante di ultima istanza, una funzione che renderebbe i progetti più bancabili agli occhi dei finanziatori e quindi più attraenti per chi investe.
Il quarto punto chiede di correggere la misura ETS affinché i costi siano ripartiti in modo proporzionale alle emissioni reali delle diverse forniture energetiche.
La voglia di investire c’è, mancano le norme per farlo in sicurezza
Ciò che colpisce, leggendo il testo nel suo insieme, è il tono. Non è un j’accuse. Non è nemmeno la consueta difesa corporativa dei propri margini mascherata da preoccupazione per il bene comune. È una lettera scritta da soggetti che stanno dicendo, con una certa franchezza, di essere pronti a investire, ma di aver bisogno di condizioni chiare per farlo. “Gli investitori nelle nuove rinnovabili non cercano rendite né prezzi elevati”, si legge nel testo. “Chiedono però condizioni chiare e certe che consentano di salvaguardare gli investimenti sostenuti sino a oggi e permettano di continuare a investire per ridurre strutturalmente il costo dell'energia di domani.”
È una distinzione importante in un momento in cui il dibattito pubblico sull’energia tende a confondere piani diversi. Le rinnovabili, in questa narrazione, non sono la causa dei costi elevati in bolletta, anzi, le ultime aste dimostrano il contrario. I costi elevati dell’elettricità in Italia derivano dalla dipendenza strutturale dalla generazione fossile e dall’elevato peso fiscale che grava sulle bollette. La soluzione, dunque, non è frenare le rinnovabili o modificare le regole in corsa, ma accelerare la transizione con un quadro stabile e coerente.
Il DL Energia è ora all’esame della Camera per la conversione in legge. Qualcosa potrebbe ancora cambiare. Di certo, dodici operatori hanno scelto di non aspettare in silenzio, e di farlo insieme, al di là delle rispettive associazioni di categoria. Un segnale forte, che, nel settore, pesa quanto il messaggio che hanno condiviso.
In copertina: immagine Envato
