Al Sud gli scaffali dei supermercati tornano a riempirsi soltanto in queste ore, dopo giorni in cui latte, frutta e forniture sanitarie sono rimasti fermi nei piazzali, con interventi chirurgici rinviati negli ospedali e tonnellate di cibo gettato via. I blocchi di autotrasportatori e agricoltori hanno diviso il paese in due metà che viaggiano a velocità diverse: una ha ripreso a muoversi, l’altra conta ancora i danni. La normalità che ritorna somiglia a un motore lasciato al minimo, pronto a ripartire appena qualcuno decide di rimettersi di traverso sulla carreggiata.

Il governo ha risposto con un nuovo decreto, l’ennesimo di una serie che dalla primavera insegue il prezzo del gasolio e che stavolta corregge un testo approvato appena a settembre. Dentro ci sono un credito d’imposta da 60 milioni per gli autotrasportatori, utilizzabile in compensazione fino alla fine del 2027, lo slittamento dei canoni di leasing e un contributo agli agricoltori pari al 20% della spesa per il carburante. Le risorse arrivano da fondi già esistenti, spostati da altre voci di bilancio. Sul fronte dell’ordine pubblico, intanto, 1.339 manifestanti sono stati identificati e 71 denunciati per blocco stradale.

A Bruxelles la crisi italiana si intreccia con il dibattito sulla tassazione degli extraprofitti energetici e con il piano della Commissione sui fertilizzanti, in un continente che importa circa il 90% del gas che consuma. Ne abbiamo parlato con Cristina Guarda, eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, che quei dossier li segue dall’interno del Parlamento europeo.

 

Come valuta le misure adottate dal governo?

Poche, e poco risolutive. Voglio ricordare prima di tutto che mentre le famiglie pagano bollette e carburanti a prezzi insostenibili, gli azionisti di ENI riceveranno a dicembre un dividendo straordinario da 1,3 miliardi e un piano di riacquisto di azioni proprie salito a 3,8 miliardi, perché il nostro governo non ha il coraggio di tassare gli extraprofitti. Comunque, nel testo del decreto la parte più concreta è il credito d’imposta sul gasolio. Ma i 60 milioni per le spese dal 1° settembre al 5 ottobre si possono usare solo in compensazione, entro il 31 dicembre 2027. Chi oggi non riesce a fare il pieno ha bisogno di liquidità subito, e gli viene detto di aspettare. Lo stesso vale per i canoni di leasing: la sospensione è solo uno slittamento, i canoni si pagano dopo, e il decreto stesso dice che non costa nulla allo stato. Una misura che non costa niente non può risolvere una crisi che sta fermando il paese. Poi c’è l’agricoltura. Il contributo copre il 20% della spesa per il carburante, con un tetto di 60 milioni per tutti. Nel decreto non c’è una riga sulla filiera, sul potere della grande distribuzione di comprimere i prezzi a monte. Si aiuta a pagare il gasolio e si lascia intatto il meccanismo che sta rendendo sempre più impossibile la vita di chi lavora la terra, comprimendo il reddito da lavoro. E il governo come finanzia tutto questo? Tagliando fondi esistenti: il fondo per la riassicurazione dei rischi, risorse del Ministero dell’agricoltura, pezzi di fondi nati per altre emergenze. Si sposta denaro da una tasca all’altra, senza chiedere un euro a chi in questa crisi ha fatto extraprofitti, come ENI e le multinazionali energetiche. Intanto si trovano 14 miliardi per il Ponte sullo Stretto e 27 miliardi per le armi.

La sensazione è che i decreti che si susseguono senza strategia. Cosa andrebbe fatto?

È la sensazione giusta, ed è documentata nel testo stesso. Il decreto si apre citando altri quattro decreti-legge del 2026 sui prezzi petroliferi e sui carburanti, e ne modifica uno uscito poche settimane fa, il 17 settembre. Quindi stiamo rincorrendo la stessa emergenza da marzo, un decreto alla volta, e ogni volta si aggiusta il precedente. Le cose da fare sarebbero tre, in ordine di urgenza. Prima: un intervento immediato sul prezzo dei carburanti, finanziato con una tassa sugli extraprofitti delle aziende energetiche. Chi ha guadagnato dalla volatilità deve contribuire, non possiamo far pagare tutto ai bilanci pubblici e ai lavoratori. Seconda: intervenire sulla filiera, perché finché la grande distribuzione fissa i prezzi a monte ogni aiuto pubblico rischia di essere assorbito più avanti, senza arrivare nelle tasche di chi produce. Terza, e questa è la più importante e assente: ridurre la dipendenza dal fossile. Il gasolio, il gas, i fertilizzanti azotati che si fanno con il gas: sono tutti parte dello stesso problema. Se ogni chiusura di uno stretto diventa automaticamente una crisi agricola ed energetica nazionale, vuol dire che non abbiamo costruito nessuna autonomia. E poi c’è un tema che il governo non nomina mai: il clima. Negli ultimi quattro anni, stima la Coldiretti, gli effetti dei cambiamenti climatici hanno causato danni all’agricoltura italiana per oltre 20 miliardi, tra siccità e alluvioni. Nel 2026, secondo la CIA-Agricoltori italiani, gli eventi estremi sono costati già 1,5 miliardi, importo destinato inevitabilmente a crescere ancora. In quattro anni questo governo ha introdotto 123 nuovi reati e nessuna legge sul clima. Il Piano nazionale di adattamento non ha risorse. Il governo si riempie la bocca di “sicurezza”, ma non di quella che serve a chi vive di agricoltura, a chi lavora e a chi subisce gli effetti dei cambiamenti climatici sulla filiera del cibo e sul caro vita.

In Europa qual è l’eco che arriva della situazione italiana?

Quello che arriva è una contraddizione. Il 9 ottobre l’ECOFIN ha dato mandato alla Commissione di esplorare una tassa europea sugli extraprofitti energetici. L’avevano chiesta sei stati, Italia compresa. La Commissione ha risposto che per ora non prevede una proposta legislativa e che gli stati membri sono nella posizione migliore per agire. In tutto questo, al voto sull’emendamento che chiedeva alla Commissione di proporre subito un prelievo sugli utili in eccesso delle grandi compagnie di petrolio e gas, e di girare quei soldi a famiglie e piccole imprese, i 24 eurodeputati di Fratelli d’Italia e i sette di Forza Italia hanno votato contro. I sei della Lega si sono astenuti. Al Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre Meloni ha portato la linea di sempre: rincari dovuti alla guerra in Iran, bisogno di flessibilità sugli aiuti. Altri governi, dalla Germania alla Spagna ai paesi nordici, insistono perché si acceleri l’uscita dalle fossili. A me interessa questo punto. Più flessibilità per distribuire aiuti senza condizioni vuol dire finanziare la prossima crisi, come ho detto sul piano della Commissione per i fertilizzanti. L’Europa importa circa il 90% del gas che consuma e fino al 45% dei fertilizzanti azotati. Dopo il 2022 non abbiamo ridotto la dipendenza, e ci ritroviamo ora nella stessa situazione di crisi. Ogni euro speso per aumentare la liquidità degli agricoltori oggi, senza una strategia a medio e lungo termine per ridurre la dipendenza, è un euro regalato alle multinazionali del gas, del petrolio e dei fertilizzanti. Poi c’è come il Governo risponde alle piazze. Si richiama il reato di blocco stradale, 1.339 persone che bloccavano le strade sono state identificate e 71 denunciate. Agricoltori, camionisti e studenti raccontano la stessa crisi. Mettere gli uni contro gli altri come ha provato a fare Meloni in questi giorni è una scelta politica cinica, che ci fa capire come questo Governo non voglia ammettere il fallimento e come non sia in contatto con i problemi reali delle cittadine e dei cittadini.

L’Europa è spesso coinvolta nelle polemiche di chi protesta come parte del problema: qual è la soluzione che può arrivare dall’Europa?

Posso dire quello che vedo da dentro. Quando la Commissione a maggio presenta il piano sui fertilizzanti, io lo leggo e dico: ci sono cose utili, come l’invito agli stati a riorientare fondi della PAC verso la circolarità dei nutrienti, l’agricoltura biologica, l’agroecologia. Ma, di nuovo, il piano affronta i sintomi, non la causa. Dopo la crisi del 2022 non abbiamo aumentato la nostra autonomia energetica, e oggi siamo di nuovo nella stessa trappola della dipendenza dal fossile. Non c’è nel piano un obiettivo chiaro su dove vogliamo essere tra cinque o dieci anni. Questo lo dico e lo ribadisco in sede europea, perché è lì che va cambiata la direzione. La soluzione europea passa da tre strade. Una PAC che premi chi riduce la dipendenza da input importati, e non solo chi ha più ettari: oggi in Italia l’1% delle aziende più grandi prende circa il 31% dei sussidi, e le misure calcolate sugli ettari riproducono lo stesso schema. Poi un’autonomia energetica vera, con investimenti sulle rinnovabili e sull’efficienza, perché l’unico modo di proteggere agricoltori e famiglie dalla volatilità dei prezzi è svincolarli dal fossile. E infine regole europee sulle pratiche commerciali sleali, sulla contrattualizzazione, per impedire la vendita sottocosto, per integrare i costi di produzione, per ripartire il rischio climatico lungo tutta la filiera, perché gli agricoltori non decidono il prezzo di ciò che producono. E c’è un punto che non va dimenticato: molte di queste decisioni, a partire da come spendere i fondi e come distribuirli, restano in mano ai governi nazionali. Come il fatto di non tassare gli extraprofitti e di destinare solo 60 milioni agli agricoltori mentre si trovano 14 miliardi per un ponte.

 

In copertina: Cristina Guarda, courtesy of Cristina Guarda