Diciamo subito quel che c’è da dire sull’ETS 2, l’Emission Trading System 2, il nuovo sistema di scambio delle quote di emissione di CO₂ introdotto dall’Unione Europea per accelerare la decarbonizzazione: in sintesi, l’Italia aveva cercato di congelare o rimandare l’applicazione del meccanismo almeno al 2030, ma non c’è riuscita. Questo meccanismo, che di fatto non condivide e che non intende emendare, ma solo sabotare, sulla base delle conclusioni dell’EUCO entrerà in vigore dal 2028 (già è stato rimandato di un anno).
“Si ribadisce la necessità di garantire con urgenza un mercato del carbonio ben funzionante, trasparente e prevedibile, di ridurre la volatilità del prezzo del carbonio e di mitigarne l’impatto sui prezzi dell’energia elettrica, preservando al contempo il ruolo essenziale dell’ETS”, si legge. L’unica concessione è una frase in cui si afferma che “il Consiglio europeo invita la Commissione ad aggiornare la valutazione di tutti gli impatti del sistema ETS 2, in particolare per quanto riguarda la sua struttura e le relative misure di salvaguardia”. Sono aspetti marginali.
Il punto è che l’Europa e i suoi leader faticano a decidere. Il vertice di Bruxelles dei capi di governo doveva affrontare numerose questioni importanti: dall’Ucraina al bilancio europeo, dalle nuove tasse per reperire entrate all’energia e alla competitività, dagli squilibri commerciali con la Cina all’immigrazione. Molto stress, ma niente svolte.
Di sicuro, le decisioni riguardanti l’ETS 2 non sono state significative. A differenza dell’ETS 1 (attivo dal 2005 per grandi industrie e voli aerei), l’ETS 2 estende il principio del "chi inquina paga" a settori prima esclusi, come il trasporto stradale, il riscaldamento degli edifici residenziali e commerciali, e la piccola industria e il settore manifatturiero. I soldi ricavati da chi emette troppa anidride carbonica dovrebbero servire per aiutare cittadini e imprese a passare a tecnologie green e non inquinanti.
Questa è la storia in estrema sintesi, al di là delle narrazioni più o meno interessate. Nella mattinata di venerdì 16 ottobre, Palazzo Chigi ha diffuso una nota in cui spiegava che sull’ETS 2 e sul green il governo italiano aveva ottenuto una grande vittoria, sfiancando letteralmente i partner europei fino a fare importanti concessioni in direzione delle richieste italiane, condivise dalla Grecia e da altri quattro stati dell’ex alleanza orbaniana di Visegrad, cioè Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Polonia. Ma questo non è assolutamente vero.
Tutti i paesi del Nord si sono opposti, anche perché hanno già speso molti soldi per adattare le proprie imprese alla transizione energetica. È il caso di Svezia, Danimarca e Finlandia. Noi siamo in ritardo, visto che in cinque anni di governo Giorgia Meloni e la maggioranza di centrodestra non hanno fatto praticamente nulla per realizzare la transizione energetica, preferendo ostacolare tutto e lamentarsi pubblicamente sui problemi causati dal Green Deal. Altri hanno agito e ora vogliono continuare a incassare i proventi di ETS 1 e 2.
Come ha spiegato in conferenza stampa giovedì a tarda notte il premier belga Bart De Wever, “non si possono punire coloro che sono già avanti nella transizione e le imprese che hanno investito e sono state incoraggiate a intraprendere la transizione energetica. È impossibile, ed è anche una pessima idea”. Peraltro nell’ETS già è previsto un meccanismo di compensazione dei costi indiretti per le imprese energy intensive, che l’Italia utilizza quasi per nulla (il 4-5% contro il 30% di Francia e Germania), oltre ad altre misure di salvaguardia che ogni stato può adottare: sono quelle indicate nella frase aggiunta per placare l’Italia. Francia e Germania non ci hanno appoggiato, preferendo accordarsi su un altro tema, ovvero le auto fossili, su cui verranno ammorbiditi ulteriormente gli obiettivi di taglio delle emissioni. Tema su cui però l’Italia non ha grande interesse, visto che quasi non produciamo più niente nell’automotive, a parte componentistica.
Sul fronte della competitività e dell'energia, Bruxelles conferma le conclusioni del Consiglio di marzo: la transizione energetica resta centrale, con elettrificazione ed efficienza energetica come strumenti principali per la decarbonizzazione. I leader riconoscono la necessità di interventi di breve periodo per affrontare la congiuntura difficile, ma con un vincolo preciso: le misure possono tenere conto delle specificità nazionali, purché non compromettano la coerenza del mercato unico.
Tornando all’ETS, il sistema dei certificati sulle emissioni serve a generare miliardi di euro in ricavi. Questi fondi vengono messi a disposizione degli stati membri dall’Unione Europea per sostenere e finanziare socialmente la transizione energetica. Possono essere spesi, ad esempio, per finanziare pompe di calore e auto elettriche, o per sovvenzionare temporaneamente chi non può passare immediatamente alle tecnologie pulite, come gli autotrasportatori con i loro tir a gasolio. O alcune produzioni energivore, che non possono diventare green dall’oggi al domani. È certo che chi utilizza tecnologie fossili e inquinanti dovrà pagare questa tassa, compresi i condomìni che riscaldano a gas. Purtroppo, per ora poco o nulla è stato pensato per aiutare i cittadini e le imprese. Anzi: il nostro paese ha storicamente destinato una minima percentuale delle risorse incassate con il vecchio sistema ETS per sostenere effettivamente la decarbonizzazione e la riconversione. Circa il 9%, secondo uno studio del 2025 del think tank EccoClimate.
Insomma: il nuovo sistema europeo sulle emissioni rimane un boomerang politico, un oggetto ansiogeno per le persone normali. La narrazione di chi si oppone alle politiche climatiche europee è lineare: l’ETS costa troppo, l'Europa è macchinosa, il governo non può fare nulla. È una storia che si racconta in pochi secondi, funziona sui social e al bar. Al contrario, la narrazione di chi sostiene la transizione green è complessa, piena di subordinate e richiede premesse e distinguo: sì, c'è un costo, ma la situazione attuale non è sostenibile e le risorse raccolte servono a finanziare il cambiamento, e a costruire salvaguardie sociali per aiutare chi ne ha bisogno. Questa spiegazione è troppo lunga e, soprattutto, non si percepisce all’orizzonte (tantomeno si è vista al Consiglio di Bruxelles) un meccanismo concreto e comprensibile per proteggere chi merita aiuto.
Nel frattempo, si va avanti così, compresi i giochini dialettici. Se al governo italiano non piace l’ETS, cosa propone concretamente in proposito? Qual è l'alternativa? I prezzi dell'energia sono già insostenibili per molte categorie e la dipendenza dai combustibili fossili espone il paese a crisi esterne. Basta guardare la protesta degli autotrasportatori e il prezzo del diesel.
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In copertina: Giorgia Meloni al Senato per le comunicazioni in vista della riunione del Consiglio europeo, foto di Marco Iacobucci, Agenzia IPA
