Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente hanno riportato al centro del dibattito europeo la questione della dipendenza energetica dai combustibili fossili. Nei cento giorni successivi all’ultima escalation del conflitto, i paesi europei hanno speso 50 miliardi di euro in più per acquistare gas e petrolio dall’estero, con ripercussioni dirette sulle bollette dei cittadini e sulla competitività delle imprese. Per Bruxelles, la risposta a questa vulnerabilità strutturale è elettrificare. Puntare su tecnologie elettriche pulite ed efficienti, stima la Commissione, permetterebbe di tagliare i costi dei consumi energetici fino al 60% nel riscaldamento domestico e fino al 78% nella mobilità privata.

È per questo motivo che nasce l’Electrification Action Plan, il piano d'azione per l'elettrificazione adottato oggi, venerdì 17 luglio, all'interno del più ampio Pacchetto energia presentato dalla vicepresidente esecutiva Teresa Ribera e dal commissario all'energia Dan Jørgensen, insieme alla revisione del sistema di scambio delle quote di emissione (ETS).

Tuttavia, elettrificare non significa automaticamente decarbonizzare. L’Europa, quindi, oltre ad aumentare l’uso dell’elettricità, deve continuare a produrla attraverso fonti rinnovabili (soprattutto solare ed eolico, ma anche idroelettrico e, in alcuni paesi, nucleare). L’obiettivo dichiarato è ridurre di oltre il 70% la dipendenza dal gas e di oltre il 40% quella dal petrolio entro il 2040. Un percorso che dovrebbe rafforzare sia la lotta al cambiamento climatico che l’autonomia strategica europea.

Secondo l’analisi del think tank ECCO, il tasso di elettrificazione europeo è fermo da oltre dieci anni al 23%, mentre paesi come Cina, Corea del Sud e Giappone hanno già superato il 30%. L’Italia si colloca leggermente al di sotto della media europea, attestandosi intorno al 22%. Nel piano, l'obiettivo indicativo di elettrificazione al 2040, valutato al 46%, potrebbe ridurre la spesa dell’UE per le importazioni di combustibili fossili di 260 miliardi di euro all’anno entro il 2040.

Elettrificazione e rinnovabili, due binari paralleli

Per Francesca Andreolli, ricercatrice senior energia ed efficienza di ECCO, elettrificazione e sviluppo delle rinnovabili procedono di pari passo. Gli obiettivi europei sulle rinnovabili sono “assolutamente raggiungibili”: il piano RePowerEU ha già impresso una forte accelerazione, e l'Italia, nonostante i ritardi sul fronte autorizzativo, è passata in pochi anni da due/tre gigawatt di nuova capacità installata all'anno a sei/sette gigawatt.

Per centrare i target del Piano nazionale integrato per l'energia e il clima (PNIEC) e del RePowerEU, bisognerebbe aggiungerne altri due o tre, ma il quadro appare incoraggiante, sostenuto da una convergenza inedita tra istituzioni e mondo produttivo. “Anche Confindustria oggi spinge sulle rinnovabili, proprio perché il prezzo del gas è troppo alto”, osserva Andreolli.

Secondo la ricercatrice, l'elettrificazione rappresenta lo strumento attraverso cui le energie rinnovabili possono contribuire alla decarbonizzazione di settori che finora hanno ridotto solo marginalmente le proprie emissioni. “L’elettrificazione è il percorso di decarbonizzazione più efficiente in termini di costi. In particolare, per il riscaldamento domestico e i processi industriali a bassa e media temperatura, grazie alla maggiore efficienza delle tecnologie elettriche, che consumano da tre a quattro volte meno delle alternative fossili per gli stessi usi. Ridurre la differenza di costo tra il vettore elettrico e quello fossile − che oggi, a causa soprattutto di maggiori tasse e oneri, erode gran parte del risparmio economico − è una delle azioni più efficaci che l’Europa può promuovere per rilanciare il processo di elettrificazione, ormai stagnante da diversi anni.”

Le cinque barriere e il nodo dei prezzi

Il Piano europeo per l’elettrificazione individua cinque barriere: il divario di prezzo tra elettricità e fossili; gli elevati costi di capitale delle tecnologie elettriche; i colli di bottiglia sulle reti; i limiti tecnologici degli usi non ancora elettrificabili, come il trasporto a lunga distanza e alcuni processi industriali; e infine la necessità di rafforzare l'intera filiera industriale europea, dall'accesso ai materiali alla manodopera qualificata.

La prima è considerata la più determinante anche dall'Agenzia internazionale per l'energia (IEA): oggi, in gran parte d'Europa, il rapporto tra il costo dell'elettricità e quello dei combustibili fossili scoraggia il passaggio all'elettrico. La Commissione si impegna a adottare una proposta legislativa per riequilibrare questo divario, con l'obiettivo di portare il rapporto di prezzo elettricità/gas a un tetto di 2,5 per le famiglie e 2 per l'industria entro il 2030. Per le imprese italiane, oggi, quel rapporto viaggia intorno a 3,5.

A pesare è soprattutto la fiscalità: secondo ECCO, in Italia l'imposizione sull'elettricità per le imprese può arrivare a essere anche venti volte superiore rispetto alla tassazione sui combustibili fossili, a parità di servizio. È questo squilibrio che erode gran parte del risparmio economico reso possibile dalla maggiore efficienza delle tecnologie elettriche, e che la Commissione punta a correggere.

Come sta elettrificando l'Italia

L'obiettivo della Commissione è portare a circa 4 milioni l'anno le installazioni delle pompe di calore al 2030, dai 2,4 milioni del 2025, nel solco già tracciato da RePowerEU. Gli strumenti indicati sono un Clean Heat Market Mechanism per incentivare le vendite entro il 2027, misure per stimolare la domanda pubblica di pompe di calore attraverso gli appalti e nuovi strumenti finanziari per pacchetti integrati che uniscano pompa di calore, ristrutturazione e adattamento climatico.

Il ritardo italiano è evidente, poiché la Direttiva sull'efficienza energetica (EED) è ancora da recepire e il piano di riqualificazione del patrimonio immobiliare legato alla Direttiva Case Green (EPBD) non è stato inviato alla Commissione, con relativa procedura di infrazione.

Sul fronte fiscale, in Italia, la riforma degli incentivi edilizi in vigore da gennaio 2025 ha equiparato la detrazione tra bonus casa ed ecobonus, eliminando ogni premialità per l'efficienza energetica. Secondo l'ultimo rapporto ENEA, nel 2025 i risparmi energetici generati dalle detrazioni sono calati del 37% rispetto al 2024, con un crollo di oltre il 55% proprio per gli interventi legati all'ecobonus.

Il settore industriale vale quasi un quarto della domanda energetica europea, ma la sua elettrificazione procede lentamente. L'Italia, con una quota intorno al 39%, è sopra la media UE (33,3%), eppure ferma da oltre un decennio, con l'85% del calore di processo che dipende ancora da fonti fossili. Tuttavia, secondo le analisi di ECCO, le tecnologie oggi disponibili potrebbero coprire oltre il 60% della domanda industriale europea di calore non ancora elettrificata, quota che entro il 2035 potrebbe salire fino al 90%. Il divario, insomma, non è più tecnologico, ma economico e politico.

ETS ed elettrificazione: due facce della stessa strategia

Ed è proprio su queste emissioni industriali che agisce la revisione dell'ETS, il sistema di scambio delle quote di emissione. Mentre l'Electrification Action Plan spinge la domanda verso l'elettrico, l'ETS agisce dal lato del fossile: assegnando un costo alle emissioni ne rende progressivamente più oneroso il ricorso e, allo stesso tempo, genera le risorse pubbliche per finanziare la transizione. Dalla sua entrata in vigore, ha generato oltre 270 miliardi di euro di entrate, reinvestite nell’innovazione, nella decarbonizzazione industriale e nella modernizzazione del sistema energetico europeo, contribuendo a ridurre del 50% le emissioni nei settori coperti dal sistema.

Proprio per questo la riforma è un esercizio di equilibrio. “Il meccanismo ETS è uno strumento fondamentale per la decarbonizzazione europea”, avverte Davide Panzeri, responsabile delle politiche Italia-Europa di ECCO. “Questa revisione dovrà introdurre le flessibilità necessarie per i settori industriali, dove la decarbonizzazione è particolarmente impegnativa. Tuttavia, è fondamentale che lo faccia senza comprometterne l'efficacia né penalizzare coloro che hanno già investito in processi industriali più puliti.”

I rischi, per il think tank, sono due e speculari: da un lato scaricare sull'industria costi eccessivi senza offrirle gli strumenti per trasformare i processi, dall'altro, tenendo il prezzo del carbonio troppo basso, penalizzare chi in quelle tecnologie pulite ha già investito. La strada indicata è preservare il segnale di prezzo della CO₂ e indirizzarne con affidabilità i proventi verso infrastrutture e strumenti di accompagnamento alla transizione.

Nel concreto, la revisione rende più graduale la traiettoria di riduzione delle emissioni. Il fattore lineare di riduzione (LRF) passa al 3,7% per il 2031-2035 e all'1,7% per il 2036-2040 e apre, per la seconda fase, a un massimo del 2% di crediti internazionali per finanziare la decarbonizzazione fuori dall'Europa. La riforma rafforza inoltre l'ETS per il settore marittimo e ne estende il perimetro all'incenerimento dei rifiuti, mentre per i settori soggetti al meccanismo di aggiustamento del carbonio alla frontiera (CBAM) la riduzione delle quote gratuite viene rallentata e rinviata al 2038.

A sostenere l'impianto ci sono le risorse: la nuova Industrial Decarbonisation Bank sarà dotata di 100 miliardi di euro, mentre gli stati membri dovranno destinare il 50% delle entrate nazionali ETS agli investimenti nei settori coperti dal sistema, misure che nel complesso mobiliteranno oltre 100 miliardi entro il 2030.

I ritardi dell’Italia

Su questo fronte, però, l'Italia arranca. La Commissione punta a potenziare l'uso dei proventi ETS per la decarbonizzazione industriale (in Italia oggi spesi solo al 9% per misure climatiche tracciabili) attraverso la già citata Industrial Decarbonisation Bank e una seconda Industrial Heat Auction nel 2026 nell'ambito dell'Innovation Fund. Un'occasione, per un paese dove il sostegno alla transizione resta frammentato e privo di una governance chiara. Emblematico il caso dei Certificati bianchi, l'incentivo all'efficienza energetica che premia anche la cogenerazione a gas: uno strumento che, sovvenzionando nuovi impianti fossili, rischia di agganciare le imprese al gas per decenni, proprio mentre l'Europa spinge a elettrificare.

Lo stesso schema di domanda da spingere e proventi da reindirizzare vale per i trasporti, che rappresentano un terzo dell'energia consumata in Europa e restano il principale canale di importazione di petrolio. La Commissione propone di rafforzare la domanda su tre direttrici: la revisione della Clean Vehicles Directive per gli appalti pubblici, una tassazione favorevole alle flotte aziendali elettriche e programmi di social leasing per le famiglie a reddito medio-basso, finanziati con ETS2 e Fondo sociale per il clima.

Anche qui l'Italia non tiene il passo, poiché il Governo continua a chiedere la revisione degli standard sulla CO₂, principale motore dell'elettrificazione, promuovendo in alternativa i biocarburanti. Dopo gli incentivi PNRR del 2025, che in otto mesi hanno raddoppiato la quota di mercato delle auto elettriche, non è stata introdotta una misura equivalente. Il DPCM del 10 giugno 2026 prevede che il leasing sociale possa riguardare veicoli nuovi Euro 6 con emissioni fino a 135 g/km di CO₂, includendo così non solo auto elettriche e ibride, ma anche diversi modelli con motore termico.

Una direzione chiara, una spinta ancora da trovare

Il quadro appare tanto più contraddittorio se si considera che persino le regole di bilancio europee offrirebbero margini per agire. La clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità, lo stesso strumento usato per scorporare le spese per la difesa, è stata estesa alla sicurezza energetica. Consentirebbe all'Italia di spendere fino a 14 miliardi di euro in tre anni senza sforare i vincoli sul deficit, a condizione però che le risorse riducano strutturalmente la dipendenza dai fossili e non ne sostengano la domanda. Una flessibilità che il Governo ha richiesto, ma senza finora tradurla in un piano organico e coerente e che le scelte più recenti sembrano anzi contraddire.

I due pilastri del pacchetto europeo indicano comunque una rotta chiara e positiva. Restano da definire i dettagli, ma il messaggio che arriva da Bruxelles è che l'elettrificazione è una scelta di sovranità e competitività.

 

In copertina: immagine Envato