La filiera italiana del bioetanolo c’è ma stenta a decollare. Complice la mancanza di incentivi e domanda interna, quasi tutto il biocarburante viene esportato all’estero per poi essere miscelato con la benzina. Il bioetanolo di seconda generazione, cioè derivato dalla fermentazione di zuccheri presenti nei sottoprodotti agricoli, è circolare e può decarbonizzare il trasporto a benzina, ma il suo potenziale contributo alla transizione energetica è ancora trascurato. Ne abbiamo parlato con Sandro Cobror, direttore di AssoDistil, l’associazione che rappresenta i produttori italiani di alcol e bioetanolo. 

 

Partiamo dai numeri: quanto bioetanolo può produrre oggi l’Italia? 

Noi come associazione registriamo soprattutto la capacità produttiva installata, che oggi è intorno alle 150.000 tonnellate l’anno. La produzione effettiva può variare molto perché dipende dalla domanda. Ma è importante chiarire un punto: quando parliamo di bioetanolo italiano, parliamo quasi esclusivamente di prodotto ottenuto da sottoprodotti dell’agroindustria. Il cuore della filiera è infatti legato al vino: vinacce e fecce, cioè i residui della vinificazione. 

Dove viene impiegato questo bioetanolo? 

Finisce quasi tutto all’estero. Parliamo di percentuali superiori al 90%. Principalmente in Europa, tra Francia, Svizzera e altri paesi dove la domanda è già consistente. Per l’Italia il problema non è tanto la produzione ma la scarsa domanda interna. Fino a qualche anno fa il nostro parco auto era dotato di motori a diesel. Questo ha favorito lo sviluppo dei biocarburanti che si miscelano al gasolio, come il biodiesel, e ha lasciato indietro il bioetanolo, che invece si miscela alla benzina. 

Ma oggi il parco auto è cambiato. 

Esatto. Oggi circa il 58% delle auto circolanti è a benzina o benzina-ibrido. E negli ultimi tre anni oltre 2 veicoli su 3 delle nuove immatricolazioni sono a benzina o ibrido benzina. Questo significa che la domanda di bioetanolo dovrebbe crescere. Ma la filiera italiana è ancora molto piccola.

Perché? 

In Italia si è sviluppata una forte industria dei biocarburanti legati al gasolio. E quando un settore è consolidato, è naturale che cerchi di difendere il proprio spazio. Il bioetanolo invece richiede impianti diversi: non si produce in raffineria, ma con impianti specifici. Il risultato è che le due filiere non competono davvero tra loro, ma neanche convivono. In realtà potrebbero svilupparsi in modo complementare: benzina e gasolio sono due mercati separati. Il bioetanolo non sottrae spazio ad altri biocarburanti che si miscelano al gasolio. 

Il governo ha introdotto obblighi di miscelazione. Non basta? 

Dal 2021 esiste una norma che introduce per la prima volta quote obbligatorie di bioetanolo nella benzina: si parte dallo 0,5% fino ad arrivare al 5% nel 2030. Il problema è che queste quote sono già molto basse rispetto al resto d’Europa. Lo standard europeo è il cosiddetto E10, cioè il 10% di bioetanolo in miscela con la benzina, ma in molti paesi si è già andati oltre. In Francia, ad esempio, esiste una benzina con l’85% di bioetanolo, a cui il governo ha quasi azzerato le accise per renderla competitiva alla pompa.

Le compagnie petrolifere sostengono che la rete di distribuzione italiana sia obsoleta per accogliere tanto bioetanolo. Siete preoccupati dal rischio che il governo faccia passi indietro sugli obblighi di miscelazione?

Francamente è una spiegazione poco convincente. Se 19 paesi europei su 27 utilizzano tranquillamente miscele con bioetanolo, non si capisce perché l’Italia non possa farlo. E stiamo parlando di percentuali molto basse. Siamo molto preoccupati perché se il Governo fa marcia indietro e si tolgono gli obblighi di miscelazione, la filiera del bioetanolo in Italia semplicemente non parte, con il con il conseguente blocco di qualunque investimento e molti posti di lavoro a rischio.

Dal punto di vista ambientale, quanto incide davvero il bioetanolo? 

Il bioetanolo certificato sostenibile può ridurre le emissioni fino all’80% rispetto alla benzina, e quello italiano ha un vantaggio in più: è prodotto da residui agricoli, non da colture dedicate. Questo significa ancora minore impatto ambientale e maggiore sostenibilità. 

Rimane il tema dei costi.

È vero: oggi produrre da sottoprodotti costa più che produrre da materie prime fossili. Ma per tutte le tecnologie è sempre così all’inizio. Anche il fotovoltaico era molto più caro vent’anni fa. I costi scendono quando la tecnologia si diffonde. Il prezzo medio del bioetanolo oscilla tra 0,60 e 0,70 euro al litro, con forti variazioni negli ultimi anni legate alle tensioni geopolitiche e al prezzo del petrolio.

Il futuro della filiera in Italia? 

Potenzialmente molto interessante, perché abbiamo materia prima, competenze e impianti. Ma senza una politica industriale chiara continueremo a fare quello che stiamo già facendo oggi: produrre bioetanolo sostenibile in Italia e mandarlo all’estero. L’etanolo poi può essere prodotto anche da materie prime cellulosiche, quindi direttamente da biomassa vegetale (potature, sfalci, residui agricoli) senza passare dagli zuccheri o dalla fermentazione tradizionale. Si tratta però di una tecnologia ancora agli inizi: in Italia esiste solo un impianto dimostrativo in Piemonte da circa 25.000 tonnellate l’anno; quindi, i costi sono ancora molto alti. Se ci fossero incentivi e si costruissero più impianti, i prezzi scenderebbero e questa potrebbe diventare una soluzione molto interessante, soprattutto perché la disponibilità di materia prima è molto più ampia rispetto a quella degli scarti agroalimentari utilizzati oggi.

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In copertina: Sandro Cobror