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Centodieci cittadine e cittadini europei, nessun campione senza TFA, l’acido trifluoroacetico (un PFAS a catena ultracorta), che è stato rilevato nel sangue di tutti i volontari coinvolti in uno studio esplorativo, con concentrazioni circa quattro/cinque volte superiori alla somma dei quattro PFAS a catena lunga analizzati. Un risultato che porta al centro del confronto politico una lacuna: per la sostanza più abbondante tra quelle misurate manca ancora un valore sanitario di riferimento che consenta di valutare il rischio a partire dai livelli nel sangue.
Il rapporto, commissionato dal gruppo Verdi/ALE, presenta l’interpretazione dei dati curata dai ricercatori della Vrije Universiteit Amsterdam, sulla base delle analisi dei campioni effettuate presso lo University Medical Center Hamburg-Eppendorf. Lo studio ha interessato quattro PFAS a catena lunga (PFOS, PFOA, PFHxS e PFNA) indicati come EFSA-4, e cinque a catena ultracorta.
I prelievi sono stati effettuati nell’estate del 2026, mentre 79 dei 110 partecipanti hanno compilato un questionario sui possibili fattori di esposizione. Si tratta pertanto di un campione che non fotografa l’intera popolazione europea, ma piuttosto di un segnale che mette alla prova l’ampiezza del monitoraggio e la capacità delle politiche di ridurre l’esposizione.
I dati dello studio sul TFA
L’indagine, presentata al Parlamento europeo, affianca due questioni: la persistenza dell’esposizione ai PFAS “storici” e la necessità di comprendere meglio quella alle molecole a catena ultracorta. “Abbiamo lanciato una campagna di analisi cercando sia i PFAS più conosciuti, sia quelli che le lobby vogliono salvare sostenendo che non si accumulino nei nostri corpi”, spiega a Materia Rinnovabile l’eurodeputata in quota Verdi/ALE Cristina Guarda. “Il risultato è sotto gli occhi di tutti: sangue avvelenato. Abbiamo testato 110 persone in nove paesi europei, e in ognuna di loro abbiamo trovato il TFA, il più piccolo e indistruttibile dei PFAS. Una sostanza che l'ECHA classifica come tossica per la riproduzione.”
La mediana del TFA− inquinante che nasce dalla degradazione di numerosi composti fluorurati − e persino di altri PFAS è di 21,2 nanogrammi per millilitro, contro 4,6 per la somma degli EFSA-4. Il composto rappresenta circa l’81% della massa dei PFAS rilevati: una quota riferita alle sostanze individuate dall’indagine, non all’intera famiglia dei PFAS. Secondo il rapporto, la mediana è la più alta finora riportata nel siero umano; questo non significa che ciascun valore individuale costituisca un record. Tra gli altri composti a catena ultracorta, soltanto il PFPrA è stato rilevato, nel 23% dei partecipanti e a livelli relativamente bassi.
Il rapporto distingue però permanenza nell’organismo ed esposizione ripetuta. A differenza dei PFAS a catena lunga, il TFA viene eliminato più rapidamente. Le concentrazioni osservate suggeriscono quindi un’esposizione frequente a quantità significative nella vita quotidiana, non dimostrano un accumulo biologico analogo a quello dei composti storici.
Il rischio misurabile e quello ancora incerto
Per gli EFSA-4, tutti presenti nei campioni, il confronto sanitario è possibile: 27 partecipanti su 110 (il 25%) superano il valore sierico di riferimento di circa 6,9 nanogrammi per millilitro derivato dalla valutazione EFSA. Questo superamento non equivale a una diagnosi, ma indica livelli ai quali non si possono escludere effetti sulla salute. Quattro delle 46 donne in età riproduttiva oltrepassano il riferimento, legato alla protezione dello sviluppo del sistema immunitario dei figli.
“Non c'è alternativa, i PFAS vanno messi al bando, e lo stop della produzione e dell'utilizzo di queste sostanze deve essere progettato, supportato e completato”, continua Guarda. “Non possiamo più aspettare, né lasciare che a pagare siamo noi. Se Commissione e stati membri voteranno contro il bando dei PFA saranno complici consapevoli di un crimine ambientale e sanitario.”
Per il TFA manca invece una soglia applicabile alle concentrazioni nel siero. Il rapporto richiama la raccomandazione del comitato di valutazione dei rischi dell’ECHA di classificarlo come tossico per la riproduzione e l’abbassamento, da parte di EFSA, della dose giornaliera accettabile a 0,014 milligrammi per chilogrammo di peso corporeo. Una dose ingerita, tuttavia, non è direttamente confrontabile con una concentrazione ematica: i risultati non consentono quindi una valutazione conclusiva del rischio individuale da TFA.
Anche le fonti dell’esposizione restano da chiarire. Il consumo dichiarato di pesce, frutti di mare e carne risulta associato a livelli maggiori di PFAS a catena lunga. Per il TFA emerge un’associazione inversa con il consumo di carne, ma le informazioni alimentari sono insufficienti per spiegarla. Non emergono relazioni chiare con acqua in bottiglia o di rubinetto, pentole antiaderenti o vicinanza dichiarata a fonti industriali: un’assenza di associazioni che, dato il disegno dello studio, non dimostra l’irrilevanza di questi fattori.
Dalle analisi alla responsabilità economica
L’inquinamento da PFAS presenta un conto sanitario e ambientale sempre più oneroso. Nel 2019, il Consiglio nordico dei ministri stimava i soli costi sanitari dell’esposizione nello Spazio economico europeo tra 52 e 84 miliardi di euro l’anno. Un’inchiesta giornalistica coordinata da Le Monde ha invece quantificato tra 95 e 2.000 miliardi di euro la spesa per bonificare l’Europa nell’arco di vent’anni, a seconda dello scenario considerato. Uno studio commissionato dalla Commissione europea e pubblicato nel 2026 colloca invece i costi complessivi dell’inquinamento da PFAS tra 330 e 1.700 miliardi di euro entro il 2050.
Il nodo industriale − oltre la piena applicazione del principio chi inquina paga − è come distribuire i costi tra prevenzione, sostituzione di queste molecole e gestione della contaminazione. Per Guarda “c'è speranza: la regolamentazione funziona, se è rapida e completa. Quattro PFAS storici sono stati vietati uno alla volta. Tuttavia, i PFAS sono più di diecimila. Non possiamo andare avanti una sostanza per volta”.
In copertina: alcune volontarie che si sono sottoposte al campionamento, con i loro familiari
