Quattrocentoquaranta miliardi di euro. È il costo che la società europea rischia di sostenere entro il 2050 se i livelli attuali di contaminazione da PFAS, i cosiddetti “forever chemicals”, resteranno invariati in assenza di nuovi interventi regolatori. A quantificare questa asimmetria è lo studio pubblicato dalla Commissione europea il 29 gennaio, Cost of PFAS pollution to our society, che in oltre 600 pagine prova a ricomporre un dibattito finora frammentato stimando in modo sistematico l’impatto economico di una contaminazione diffusa che interessa acqua, suoli, ecosistemi e salute umana.

Le sostanze per- e polifluoroalchiliche persistono infatti per decenni nel corpo umano e nell’ambiente anche dopo la cessazione delle emissioni. Questo significa che ogni ritardo regolatorio accumula danni futuri e moltiplica i costi di gestione. Secondo lo studio, intervenire alla fonte entro il 2040 permetterebbe di risparmiare circa 110 miliardi di euro, mentre concentrarsi solo sul trattamento dell’acqua contaminata porterebbe a una spesa superiore ai mille miliardi di euro.

Un conto già aperto per acqua, ecosistemi e salute

Utilizzati dagli anni Quaranta, i PFAS sono entrati in numerosi settori industriali e di consumo grazie alla loro resistenza all’acqua, ai grassi e alle alte temperature. Li troviamo in prodotti che vanno dai piatti di carta alle padelle antiaderenti, dagli imballaggi alimentari ai tessuti, fino alle schiume antincendio. Ed è nella loro capillarità che si nasconde il peso economico della contaminazione da PFAS, che si manifesta già oggi.

Nel solo 2024, la rimozione dei PFAS dall’acqua grezza destinata al consumo umano per rispettare gli standard europei è costata 3,8 miliardi di euro. L’eliminazione dei PFAS a catena ultracorta farebbe lievitare ulteriormente il conto di altri 14-15 miliardi di euro l’anno, sintetizza EUREAU, la federazione europea delle associazioni nazionali dei servizi idrici, in un proprio comunicato. Ancora più gravoso l’impatto potenziale sul settore delle acque reflue, secondo i dati sottolineati da EUREAU: “Il rispetto del nuovo valore limite PFAS per i corpi idrici superficiali, come stabilito nella revisione della direttiva sugli standard di qualità ambientale, potrebbe comportare un onere finanziario annuo superiore a 70 miliardi di euro per il settore delle acque reflue. A seconda dei livelli di ambizione degli sforzi di bonifica, i costi sociali totali potrebbero raggiungere quasi 2.000 miliardi di euro fino al 2050”.

Questi numeri non includono, per mancanza di dati, la perdita di servizi ecosistemici né gli impatti sulla filiera alimentare. Eppure, gli effetti ambientali sono tutt’altro che marginali. I PFAS sono presenti a livelli superiori ai limiti in una larga parte di fiumi e coste europee e rappresentano un potenziale fattore di perdita di biodiversità.

L’ambizione politica della Commissione UE

La Commissione europea ribadisce l’intenzione di proteggere le popolazioni più esposte, cercando al tempo stesso un equilibrio con le esigenze industriali, in attesa che alternative ai PFAS siano disponibili per applicazioni considerate critiche. “Fare chiarezza sui PFAS con divieti per gli usi da parte dei consumatori è una priorità assoluta sia per i cittadini che per le imprese”, ha dichiarato la commissaria per l’ambiente, la resilienza idrica e un’economia competitiva, Jessika Roswall. "Ecco perché per me è fondamentale lavorare su questo tema e coinvolgere tutte le parti interessate. I consumatori sono preoccupati, e a ragione. Questo studio sottolinea l'urgenza di agire."

Una posizione che si intreccia anche con un dato personale reso pubblico a ottobre dalla stessa commissaria: a seguito di un esame del sangue effettuato lo scorso luglio per dimostrare l’ubiquità dei forever chemicals, Roswall è risultata “positiva a sei dei tredici PFAS analizzati. Tre dei quali ufficialmente classificati come tossici per la salute riproduttiva”. Sul fronte sanitario, l’esposizione a PFAS è infatti associata a un aumento del rischio di alcuni tumori, obesità, danni epatici, problemi di fertilità, malformazioni congenite e patologie della tiroide. Le categorie più vulnerabili sono identificate tra neonati, bambini, lavoratori e comunità che vivono in prossimità dei siti contaminati, che in Europa sarebbero oltre 23.000, secondo il Forever Pollution Project.

Regole già in vigore e nodi ancora aperti

L’Unione ha già vietato alcune delle sostanze più pericolose, come PFOS, PFOA, PFHxS e i PFCA a catena lunga. Nel 2024 è arrivato il bando su PFHxA e sulle sostanze correlate in diversi prodotti di consumo, mentre nell’ottobre 2025 sono state introdotte restrizioni progressive su tutti i PFAS nelle schiume antincendio, una delle principali fonti di emissione. In parallelo, la revisione della Direttiva sull’acqua potabile impone agli Stati membri il monitoraggio sistematico dei PFAS per garantire il rispetto dei nuovi valori limite.

Il passaggio decisivo resta però la valutazione in corso presso l’Agenzia europea per le sostanze chimiche. L’ECHA sta esaminando una proposta di restrizione universale dei PFAS, il cui parere è atteso per la fine del 2026 e costituirà la base per l’eventuale proposta legislativa della Commissione. Nel frattempo, il Chemicals Industry Action Plan, adottato nel luglio 2025, punta ad accompagnare la transizione industriale.

Le pressioni della società civile

Per le organizzazioni ambientaliste, però, il ritmo dell’azione resta insufficiente rispetto alla portata del problema. Lucille Labayle, Water Quality and Health Policy Officer di Surfrider Foundation Europe, afferma che "lo studio odierno conferma ciò che la scienza dice da anni: l'inquinamento da PFAS è una bomba a orologeria e sono i cittadini a doverne sostenere i costi finanziari, ambientali e sanitari. Ogni anno di ritardo comporta un aumento della contaminazione, un danno maggiore agli ecosistemi e alle comunità e gravi ripercussioni sull'economia. La prevenzione non è facoltativa, ma l'unica strada percorribile. L'Europa deve agire ora per arrivare a un divieto universale dei PFAS e rafforzare la legislazione esistente per affrontare tutte le fonti di inquinamento da PFAS”.

In questa direzione si colloca anche il Ban PFAS Manifesto, sottoscritto da 118 organizzazioni, tra cui Surfrider, che richiama la necessità di accelerare l’adozione di restrizioni universali ambiziose sui PFAS attualmente in valutazione presso l’ECHA.

 

In copertina: immagine Envato